Andrea Pfeifer e AC Immune: innovare la lotta contro Alzheimer e Parkinson con la medicina di precisione

Andrea Pfeifer e AC Immune: innovare la lotta contro Alzheimer e Parkinson con la medicina di precisione

di Laura Morelli
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Laura Morelli

Perché ne stiamo parlando
La dottoressa Andrea Pfeifer ha raccontato il percorso dell’azienda, con un focus su scienza, Ai e inclusione.

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Saper trasformare una brutta esperienza in qualcosa di utile è ancor più importante se l’esperienza è una malattia cronica e invalidante come l’Alzheimer e se qualcosa di utile è la ricerca di una cura o di segnali che possano aiutare a prevenirla. Si potrebbe riassumere così la vita di Andrea Pfeifer che dopo aver convissuto con un genitore affetto da Alzheimer ha deciso di lasciare il suo ruolo manageriale in Nestlé Research Center, uno dei più grandi centri R&D nel settore alimentare, per fondare una biotech per sviluppare terapie e diagnostici innovativi basati su un approccio di medicina di precisione contro le malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson.

Nasce così mel 2003 Ac Immune, fondata da Pfeifer assieme a un gruppo di scienziati d’élite, tra cui il Premio Nobel e vincitore del Lasker Award Jean‑Marie Lehn. Da allora, l’azienda ha sviluppato piattaforme tecnologiche proprie, tra cui SupraAntigen (per lo sviluppo di anticorpi e vaccini) e Morphomer (per piccole molecole), che le consentono di agire su diverse proteine patologiche, come tau, beta-amiloide e alfa-sinucleina. 

In questa intervista per INNLIFES, Pfeifer ci racconta il percorso dell’azienda, le sfide future e il ruolo chiave della scienza, dell’IA e dell’inclusione.

Dott.ssa Pfeifer, può raccontarci qualcosa delle origini di AC Immune e del suo percorso come CEO?

«Certo. Sono passati 22 anni. Sono una delle fondatrici e anche la CEO originaria. All’inizio eravamo in quattro – senza soldi, senza un vero business plan – solo con alcune buone idee. Oggi siamo una società quotata al NASDAQ, con circa 170–180 dipendenti, un portafoglio di 14 prodotti, tre dei quali in fase 2, incluso un tracciante PET attualmente in uno studio pivotale.

Abbiamo costruito qualcosa di grande partendo da zero. E nonostante tutta la crescita, ciò che non è cambiato è la nostra solida base scientifica. È ancora quello che ci definisce. Alcuni dei nostri fondatori sono scienziati di altissimo livello—un Premio Nobel, un vincitore del Premio Lasker, e pionieri nei modelli murini transgenici per le neuroscienze. Io stessa guidavo la ricerca da Nestlé. Questa base scientifica ci dà forza e continua a guidare le nostre decisioni anche oggi. All’inizio, il campo mancava di strumenti diagnostici adeguati.

Nel nostro primo studio di prevenzione dell’Alzheimer, abbiamo dovuto lavorare con una popolazione geneticamente definita, perché non potevamo prevedere chi avrebbe sviluppato la malattia. Oggi, grazie ai biomarcatori nel sangue, nell’imaging e nei biofluidi possiamo prevedere con precisione chi ha probabilità di sviluppare l’Alzheimer nei prossimi 10–20 anni.

Questo è ciò che rende possibile il nostro approccio di medicina di precisione, basato sull’idea che le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e il Parkinson non sono patologie a bersaglio unico: coinvolgono più proteine. Perciò, per trattarle in modo efficace, dobbiamo personalizzare le terapie per ogni paziente – spesso utilizzando più farmaci, come avviene in cardiologia».

Come sta cambiando la medicina di precisione il trattamento delle malattie neurodegenerative? E dove vede le maggiori opportunità?

«Sta succedendo qualcosa di incredibile. Prendiamo il Parkinson, ad esempio. Oggi, uno dei test diagnostici più accurati è un semplice test olfattivo: è non invasivo e sorprendentemente preciso. Stiamo anche assistendo all’ascesa dei biomarcatori digitali, che in molti casi sono più sensibili degli endpoint clinici tradizionali. Vedo un impatto molto forte dell’IA e dello sviluppo digitale, prima di tutto nella misurazione degli endpoint – che saranno più accessibili – e in secondo luogo perché queste misurazioni saranno più sensibili e più accurate».

State già utilizzando l’intelligenza artificiale?

«Sì, abbiamo una strategia in ambito IA. Ma è impegnativa, perché richiede investimenti iniziali elevati. L’IA può essere applicata in molte aree: scoperta di farmaci, diagnostica, analisi di immagini cerebrali e altro ancora. Per ora ci stiamo concentrando dove può avere il maggiore impatto: migliorare la diagnostica e rendere più sensibili gli endpoint clinici. Ma, ripeto, è una sfida ed è un investimento importante: serve l’infrastruttura giusta».

È difficile trovare le competenze giuste per implementare l’IA internamente?

«Sì, può esserlo. Abbiamo persone eccellenti, ma resta una sfida—soprattutto allineare l’infrastruttura tecnica con i bisogni clinici e scientifici. IT e IA spesso stanno nello stesso reparto, ma hanno missioni molto diverse. Stiamo lavorando duramente per far dialogare questi due mondi».

Su cosa vi state focalizzando oggi e come funzionano le vostre collaborazioni con le big pharma? Qual è il segreto per farle funzionare bene?

«Fin dall’inizio, abbiamo strutturato la società su due pilastri: terapie e diagnostica. La diagnostica sostiene il nostro approccio di prevenzione di precisione, permettendoci di identificare i soggetti a rischio—prima che avvenga la neurodegenerazione. Ed è qui che entra in gioco l’immunoterapia attiva: è più economica, più semplice da somministrare (ad esempio una o due volte l’anno), più sicura, e più facile da far accettare ai pazienti.

Ma questi studi di prevenzione sono estremamente costosi—coinvolgono migliaia di pazienti e grandi infrastrutture. Per questo abbiamo sempre puntato sulle partnership con le big pharma: era parte della nostra strategia fin dall’inizio. Abbiamo collaborato con Genentech (addirittura in fase preclinica), Johnson & Johnson, e oggi con Takeda in studi di fase avanzata. Queste collaborazioni ci offrono finanziamenti e know-how tecnico che da soli non avremmo.

Ricordo ancora bene il primo accordo con Genentech. Avevamo solo due anni e dovevamo fare una fermentazione da 6000 litri per il nostro anticorpo monoclonale. Genentech era leader nel campo. L’accordo fu firmato in tre mesi, un tempo brevissimo, e sei mesi dopo eravamo in clinica. Quella partnership ci ha dato una spinta incredibile.

Col tempo, siamo cresciuti e abbiamo aspettato di essere più forti per negoziare termini migliori. Finora abbiamo generato oltre 450 milioni di dollari e abbiamo oltre 4 miliardi in potenziali milestone. Ma non si tratta solo di soldi—queste collaborazioni accelerano il nostro sviluppo grazie all’accesso alle competenze e alle infrastrutture».

Siete una società quotata. Questo ha cambiato la vostra strategia?

«Onestamente, il mercato oggi è molto difficile. Gli investitori sono meno attenti alla scienza e più concentrati sulla capacità delle aziende di sopravvivere nei prossimi anni. Questo è frustrante, perché distoglie l’attenzione dall’innovazione. Gli investitori pubblici raramente valorizzano programmi nelle fasi iniziali—soprattutto prima della fase 2. Solo quando un partner farmaceutico valida un programma, il mercato inizia ad accorgersene. Ma questa è la realtà. Speriamo che si torni presto alla normalità, ma probabilmente non quest’anno».

Come donna nel biotech, qual è la sua visione della diversità di genere nel settore? Cosa è cambiato?

«Quando ho iniziato in Nestlé, ero una delle pochissime donne su 400 direttori—e l’unica bionda, quindi molto visibile! Le cose sono migliorate. In AC Immune, il 60% del nostro team è composto da donne. I nostri board esecutivo e di sorveglianza sono al 43% femminili. L’età media è attorno ai 40 anni, e molti dipendenti sono genitori. Non è un caso. Quando ho lasciato il mio vecchio lavoro, mi sono promessa di creare un’azienda che sostenesse attivamente l’equilibrio di genere. Questo significa flessibilità, supporto per le famiglie, e promozione della diversità nella leadership».

Il settore vede la diversità come un valore anche economico?

«Per noi, assolutamente sì. La diversità non riguarda solo il genere, ma anche la nazionalità, la lingua, il background. Abbiamo persone da oltre 25 Paesi. Punti di vista diversi portano a innovazione migliore. Questa diversità è parte del nostro DNA».

AC Immune ha una strategia ESG? Quanto contano sostenibilità e responsabilità sociale nella vostra attività?

«Sì, abbiamo una strategia ESG, pubblicamente disponibile. La diversità è parte del nostro DNA, quindi non abbiamo avuto bisogno di una policy formale per promuoverla—è avvenuto in modo naturale. Ci concentriamo anche sulla sostenibilità ambientale. Siamo in un campus universitario che richiede una carta di sostenibilità. Promuoviamo l’uso del trasporto pubblico, la bicicletta, e abbiamo programmi di supporto per la salute mentale, soprattutto per i più giovani».

Pensa che l’ondata anti-ESG proveniente dagli Stati Uniti stia influenzando il settore?

«Purtroppo sì. Basta guardare alla distribuzione dei fondi NIH: 20 studi sull’Alzheimer sono stati cancellati perché avevano componenti DEI (Diversità, Equità, Inclusione) nelle loro proposte. È preoccupante. Le università che dipendono da fondi pubblici sono particolarmente colpite».

Ha guidato AC Immune dalla fondazione alla quotazione in borsa, e ora verso studi clinici avanzati. Quali sono le maggiori sfide e opportunità nei prossimi 5–10 anni?

«La prossima frontiera è la prevenzione di precisione. Il nostro obiettivo è identificare individui a rischio—attraverso biomarcatori, strumenti digitali, fattori legati allo stile di vita—e intervenire prima che le cellule cerebrali inizino a morire. È così che si può preservare la salute cognitiva nel lungo termine. Speriamo di essere leader nel campo dell’immunoterapia attiva contro l’Alzheimer».

 

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English version
To turn a difficult experience into something useful is even more important when that experience involves a chronic and disabling illness like Alzheimer’s—and when that something useful is the search for a cure or for signals that can help prevent it. This could sum up the life of Andrea Pfeifer, who, after living with a parent affected by Alzheimer’s, decided to leave her managerial role at the Nestlé Research Center—one of the largest R&D centers in the food sector—to found a biotech company focused on developing innovative therapies and diagnostics based on a precision medicine approach against neurodegenerative diseases such as Alzheimer’s and Parkinson’s.

Can you tell me a bit about the background of AC Immune and your journey as CEO?

«It’s been 22 years already. I’m one of the founders, and also the founding CEO. We started as just four people—no money, no business plan—just some good ideas. Today we’re a public company listed on NASDAQ with around 170 employees, a pipeline of 14 products, three of which are in Phase 2, including one product, a PET tracer, in a pivotal study.

We created a big thing from nothing and despite all the growth, what hasn’t changed is our strong scientific foundation. That’s still what defines us. Some of our founders are top scientists—a Nobel Prize winner, a Lasker Prize winner, and leaders in transgenic mouse models for neuroscience. I myself led research at Nestlé. That foundation in science gives us strength and that base of science continues to guide our decisions today.

In the beginning, the field lacked proper diagnostics. Our first Alzheimer’s prevention trial had to use a genetically defined population, because we couldn’t otherwise predict who might get the disease. But today, thanks to biomarkers—blood, imaging, and biofluids—we can predict with precision who will likely develop Alzheimer’s in 10–20 years. That’s what enables our precision medicine approach that considers that neurodegenerative diseases like Alzheimer’s and Parkinson’s aren’t single-target diseases. Multiple proteins are involved. So, to treat these conditions effectively, we must tailor therapies to the individual patient—sometimes using multiple drugs, like in cardiology.»

How is precision medicine reshaping treatment for neurodegenerative diseases? And where do you see the biggest opportunities ahead?

«It’s incredible what’s happening. Take Parkinson’s disease, for example. Today one of the most accurate diagnostics is now a simple smell test, it’s non-invasive and surprisingly precise. We’re also seeing the rise of digital biomarkers, which in many cases are more sensitive than traditional clinical endpoints. So I see actually a strong impact of AI and digital development first of all in the endpoint measures, that will be more easily accessible, and secondly these measures will be more sensitive and more accurate.»

Are you using it?

«Yes, we have an AI strategy. But it’s challenging because the initial investments are high. AI can be applied in drug discovery, diagnostics, brain imaging analysis and many other areas. For now, we’re focusing on where it can have the biggest impact: improving diagnostics and making clinical endpoints more sensitive. But it is challenging and a big investment, you need the right set up…»

 
Is it hard to find the right talent and skills to implement AI internally?

«Yes, it can be. We’re fortunate to have excellent people, but it’s still a challenge—especially when aligning technical infrastructure with clinical and scientific needs. IT and AI often sit in the same department, but their missions are very different. We’re working hard to bring those worlds together.

What are your current areas of focus and how do your partnerships with major pharma players works? What’s the key to making those collaborations work effectively?

«From the start, we structured the company around two pillars: therapeutics and diagnostics. Diagnostics supports our approach to precision prevention, allowing us to detect risk early—before neurodegeneration occurs. That’s where active immunotherapy comes in. It’s cheaper, easier to apply (e.g., once or twice a year), safer, and better for patient compliance. But these prevention trials are incredibly expensive—thousands of patients, large infrastructures.

So we’ve always prioritized partnerships with big pharma, it was part of our strategy from the beginning. We’ve worked with Genentech (even pre-clinically), Johnson & Johnson, and now Takeda on late-stage trials. These collaborations give us funding and technical expertise we wouldn’t have on our own.

As an example, we when we made the first partnership with Genentech, we were two years old and the next step I remember like today was I think  a 6000 litre fermentation for our monoclonal antibody. So we talked with Genentech, who was the leader in monoclonal antibodies. The partnership was signed within a very short period of time and we were in the clinic within around six months. It was an absolute perfect acceleration enabler to have his partnership.

Over time, as we grew stronger, we waited longer to strike partnerships—so we could negotiate better terms. We’ve generated over 450 million dollars and have more than 4 billion in potential milestones. These partnerships don’t just bring funding—they accelerate our development through access to know-how and infrastructure.»


You’re a public company. How has that affected your strategy?

«Honestly, today’s market is difficult. Investors are less focused on the science and more on whether companies can survive financially for the next few years. That’s frustrating because it shifts attention away from innovation, public investors rarely value early-stage programs—especially before Phase 2. It’s only when a pharma partner validates a program that the market starts to take notice. But it’s the reality we’re in. Hopefully, we’ll return to normal soon, but probably not this year.»

As a woman working in biotech, I’m curious—how do you view gender diversity in the industry? What’s changed?

«When I started at Nestlé, I was one of few women among 400 directors.Things have improved. At AC Immune, 60% of our team are women. Our executive and supervisory boards are 43% women. The average age is around 40, and many employees are parents. This wasn’t accidental. When I left my previous job, I made a promise to create a company that actively supports gender balance. That means flexibility, support for families, and promoting leadership diversity.»

Does the industry value diversity as a business asset?

 «For us, absolutely. Diversity isn’t just about gender—it includes nationality, language, background. We have people from over 25 countries. Different perspectives lead to better innovation. This diversity is part of our DNA.»

Does AC Immune have an ESG strategy? How important is sustainability and social responsibility in your operations?

«Yes, we do. Our ESG strategy is publicly available. Diversity is part of our DNA, so we didn’t need a formal policy to foster it—it happened naturally. We also focus on environmental sustainability. We’re based on a university campus that requires a sustainability charter. We promote public transport, biking, and have programs that support mental health, especially for younger employees.»

 
Do you think the anti-ESG movement coming from the US is affecting the industry?

«Unfortunately, yes. Just look at NIH grant distribution—20 Alzheimer’s studies were canceled due to DEI (Diversity, Equity, Inclusion) elements in their proposals. That’s worrying. Universities that rely on public funding are particularly affected.»

You’ve led AC Immune from founding to IPO and now into late-stage clinical trials. What are the biggest challenges and opportunities ahead in the next 5–10 years?

«The next frontier is precision prevention. Our goal is to identify individuals at risk—through biomarkers, digital tools, lifestyle factors—and intervene before brain cells begin to die. That’s how we preserve cognitive health long term. We hope to lead the field in active immunotherapy for Alzheimer’s.»

Keypoints

  • Andrea Pfeifer ha trasformato il dolore per la malattia di un genitore in un’impresa scientifica, lasciando la sua carriera manageriale per fondare AC Immune nel 2003
  • AC Immune è cresciuta da una startup senza fondi né business plan a società quotata al Nasdaq, con 14 programmi attivi e collaborazioni globali
  • AC Immune investe nell’IA per migliorare diagnostica e misurazione degli endpoint clinici
  • AC Immune promuove attivamente inclusione, sostenibilità ambientale e benessere mentale, con team multiculturale e leadership al femminile

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