Dall’odissea diagnostica alla diagnosi precoce: la sfida di Argo

Malattie rare, dall’odissea diagnostica alla diagnosi precoce: Giuseppe Limongelli illustra la sfida di Argo

di Alessandra Romano
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Alessandra Romano

Perché ne stiamo parlando
Nonostante i progressi normativi e organizzativi, il ritardo diagnostico continua a rappresentare una delle principali criticità nella gestione delle malattie rare. Il progetto Argo punta a individuare segnali precoci utili a intercettare prima queste patologie.

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Oggi una persona con malattia rara in Italia attende mediamente oltre cinque anni prima di ottenere una diagnosi corretta. I più giovani anche fino a dieci. Visite, esami, malattie a cui non si riesce a dare un nome, un percorso lungo, frustrante, che ha un impatto significativo sulla qualità della vita. Un’odissea.

«La malattia rara è come un puzzle»: bisogna mettere insieme i giusti tasselli per riconoscere i “campanelli d’allarme” e accelerare la diagnosi, trasformando il sospetto clinico in un percorso certo, per mettere fine a quell’odissea diagnostica che logora malato e la sua famiglia.

Il progetto Argo: stop all’odissea diagnostica

Accorciare l’odissea diagnostica e rendere omogeneo l’accesso alle cure è l’obiettivo del progetto Argo – promosso dal Centro di Coordinamento Malattie Rare della Regione Campania – che ha individuato 22 indicatori utili ad anticipare il sospetto diagnostico per le malattie rare.

Rari, ma non pochi

«La parola “rare” non rende giustizia al numero di patologie di cui parliamo» spiega Giuseppe Limongelli, direttore del Centro e membro del Comitato nazionale per le malattie rare del Ministero della salute, che ha coordinato lo studio – pubblicato su Scientific Reports – che evidenzia come il corretto indirizzamento verso centri specializzati può ridurre i tempi diagnostici fino al 60%.

«Se messe tutte insieme, parliamo di 6.000-8.000 patologie, che riguardano circa 350 milioni di individui nel mondo, 30 milioni in Europa e circa 2 milioni in Italia. Oggi abbiamo una rete consolidata, due Piani nazionali malattie rare, un decreto legislativo del 2001 e la legge 175 del 2021. Tuttavia, tutto questo può risultare inefficace se il paziente non viene sospettato e indirizzato rapidamente verso i centri di riferimento».

Le tre “R” delle malattie rare

Dal 1998, quando l’Italia ha ufficialmente riconosciuto le “malattie rare” come priorità nazionale di salute pubblica sono stati fatti progressi significativi nel campo della ricerca e delle cure. Eppure, queste malattie continuano a essere caratterizzate da un ritardo diagnostico strutturale: non solo a causa della bassa prevalenza, ma anche di altri aspetti come l’eterogeneità dei sintomi e la scarsa familiarità dei clinici con queste patologie.

«Si tratta di patologie molto complesse e, nell’ambito di ciascuna, ogni individuo può avere una propria specifica complessità».

Limongelli sintetizza il problema in tre dimensioni: ritardo diagnostico, ridotte opzioni di percorso, ridotte opzioni terapeutiche.

«Ci concentriamo spesso sulla diagnosi e sulla terapia, ma la “R” più sottovalutata è la prima: il ritardo diagnostico, che rappresenta il tempo che va dal sospetto alla diagnosi ed è probabilmente l’elemento più importante».

Il ritardo diagnostico: il vero elefante nella stanza

«Parliamo di un ritardo medio tra i 3,5 e i 7 anni. Un recente studio europeo indica una media di 4,7 anni, con il 22% dei pazienti che consulta fino a 8 specialisti, circa il 75% che riceve una diagnosi errata prima di quella corretta. Dati che abbiamo confermato anche in uno studio in Campania, dove il ritardo è tra i 3 e i 4 anni».

Il lavoro, pubblicato su The European Journal of Public Health, ha coinvolto quasi 8mila pazienti. Tra questi, il 46% ha sperimentato il ritardo diagnostico.

«Una delle cause principali è dovuta al fenomeno della cosiddetta “postcode lottery” (la lotteria dell’indirizzo postale) ovvero “dimmi dove sei nato e ti dirò che sanità avrai”. Abbiamo visto che anche tra le province campane ci sono differenze nell’accesso alla diagnosi, così come tra Nord e Sud» chiarisce Limongelli. Al Nord c’è una maggiore concentrazione di centri dedicati alle malattie rare, mentre al Sud è minore. «Questo genera mobilità sanitaria e richiede una programmazione più equa».

Disuguaglianze: genere, età e territorio

Il problema colpisce soprattutto fasce d’età specifiche, come adolescenti e anziani, e chi è affetto da patologie complesse.«Anche le donne ricevono diagnosi più tardive, perché spesso sono caregiver e si curano meno e altrettanto spesso i loro sintomi vengono sottovalutati o attribuiti a cause psicosomatiche. Inoltre, sono sottorappresentate nei trial clinici».

Sull’età, invece, giocano un ruolo fattori come la presenza di comorbidità, in particolare negli anziani, e la pubertà. «Si tratta di una delle fasi in cui le patologie cominciano a comparire, ma negli adolescenti i segnali sono più sfumati: non mostrano tutti quei segni e sintomi classici, le cosiddette red flags, che sono molto più sfumate durante la crescita e poi improvvisamente esplodono nel corso della hot phase, la fase clinica. Se sfuggono quei singoli campanelli, definiti età dipendente o anche fase dipendente, diventa complesso metterli insieme per sospettare la patologia».

Riconoscere queste manifestazioni che fanno scattare il sospetto di malattia rara in maniera repentina è una delle chiavi che potrebbe consentire di identificare la patologia in fase precoce.

Dall’Horizon Scanning alla formazione

«In questo momento – racconta Limongelli – è in atto una riorganizzazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco e delle commissioni per velocizzare i processi di approvazione dei farmaci orfani, ma il ritardo esiste anche a livello regionale. In Campania, per esempio, è stato creato un tavolo dedicato proprio all’attività di Horizon scanning per le malattie rare utile per anticipare l’arrivo delle terapie».

L’Horizon Scanning consente l’identificazione sistematica di tecnologie sanitarie nuove, emergenti o obsolete e potenzialmente in grado di produrre effetti sulla salute, sui servizi sanitari e sulla società.

Si tratta di una pratica che permette di individuare precocemente nuovi farmaci e nuove indicazioni terapeutiche per quelli già in commercio, con un impatto clinico ed economico significativo sul Servizio sanitario nazionale.

Tutto questo richiede una maggiore formazione e conoscenza medica: «è quello che si sta cercando di fare a livello nazionale nel Comitato malattie rare, che ha proprio un tavolo dedicato. Uno dei progetti che abbiamo portato coinvolge le università per esplorare le offerte formative e capire come implementare una formazione più omogenea, accurata e specifica sulle malattie rare che oggi vengono trattate un po’ a macchia di leopardo».

Ricominciare dalla formazione: il progetto Argo

Da qui nasce Argo, con un obiettivo ambizioso: individuare indicatori trasversali utili a sospettare una malattia rara.

«Argo si basa sull’idea che le red flags, se riconosciute precocemente, possano facilitare la diagnosi. Ci siamo chiesti: è possibile identificare campanelli d’allarme validi per tutte le malattie rare? Così abbiamo costruito un progetto in più fasi: revisione della letteratura, un panel multidisciplinare di esperti e definizione di 22 affermazioni. Di queste, 8 sono indicatori (red flags), 4 forti e 4 moderati; 4 sono raccomandazioni cliniche e 10 strumenti (formazione, informazione, tecnologia)».

Le affermazioni sono state validate con metodologia Delphi, che consente a un panel di esperti di convergere sul consenso relativo a uno specifico argomento attraverso valutazioni strutturate. In questo caso, sono stati coinvolti 55 esperti e la soglia di accordo è stata fissata al 75%.

Tra i segnali d’allarme che hanno ottenuto un consenso superiore al 90% vi sono l’importanza dell’anamnesi familiare (la raccolta delle informazioni sulle malattie presenti tra i familiari del paziente) e il potenziale di manifestazione a qualsiasi età. Anche la valutazione del coinvolgimento multiorgano e la diagnosi tardiva, che implica un problema di salute persistente per almeno un anno, sono emersi tra i principali fattori.

Il prossimo step: dalla ricerca alla pratica clinica

In questo momento il progetto si trova nella fase 2, la validazione nella pratica reale. Un passaggio cruciale che coinvolge chi, ogni giorno, è chiamato a riconoscere quei campanelli d’allarme: i medici di medicina generale.

«L’obiettivo è vedere se questi indicatori funzionano e come potrebbero essere implementati. Se, per esempio, attraverso un’app sul telefono o un sistema integrato con i loro sistemi. Prima di tutto però, sarà fondamentale concordare con i medici di famiglia l’utilità di questi tecnologie o device».

In caso di esito positivo, si passerà alla fase 3, quella di sviluppo. «Se funzionerà, potrà diventare uno strumento importante per la comunità, con una diffusione a livello nazionale e oltre».

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