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«Stiamo entrando nell’età d’oro della ricerca sull’Alzheimer». Lo scrive Bill Gates, condividendo le ragioni per cui si dichiara ottimista: è convinto che nell’arco di qualche anno arriveranno innovazioni dirompenti.
Se nel 2017, quando l’Alzheimer è entrato nella sua vita («ho perso mio padre nel 2020 a causa della malattia» racconta), lo scenario non era promettente e le aspettative limitate – diverse sperimentazioni cliniche di nuovi farmaci erano fallite, le diagnosi erano costose e invasive («si basava esclusivamente su scansioni PET o punture lombari»), non abbastanza persone venivano diagnosticate precocemente e partecipavano ai trial clinici, e la condivisione dei dati, per approfondire la conoscenza, era piuttosto limitata – negli ultimi due anni sono stati fatti passi da gigante.
Il fondatore di Microsoft cita la disponibilità di semplici esami del sangue per la diagnosi della malattia – grazie ai quali anche l’arruolamento nelle sperimentazioni cliniche sta accelerando, permettendo di testare più rapidamente nuovi trattamenti e, di conseguenza, riducendo i tempi di attesa per l’arrivo di potenziali cure – e l’approvazione da parte dell’FDA dei primi due trattamenti che rallentano (moderatamente) la progressione della malattia.
I primi farmaci anti-amiloide (autorizzati anche dall’EMA) non sono “la cura”: rallentano il declino cognitivo, funzionano solo nelle fasi iniziali e richiedono un attento monitoraggio per individuare precocemente l’eventuale insorgenza di eventi avversi (edemi ed emorragie cerebrali).
Ma la ricerca prosegue. Secondo l’Alzheimer’s Research UK, quasi 140 trattamenti sperimentali sono in fase di sperimentazione in più di 180 studi in tutto il mondo.
Occhi puntati su donanemab: Gates si riferisce a uno studio clinico che sta testando la capacità del farmaco non solo di rallentare la progressione della malattia, ma ritardarne significativamente l’esordio o addirittura prevenirla. I risultati, scrive, sono attesi tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo: «se positivi, cambieranno completamente le regole del gioco».
Dai test diagnostici ai test predittivi
Intanto, anche la diagnostica continua a migliorare e, se oggi i test del sangue consentono di rilevare la malattia (ne abbiamo parlato qui), in futuro potrebbero potenzialmente essere in grado di determinare se qualcuno si ammalerà in futuro.
Uno studio, coordinato da Suzanne Schindler all’Università di Washington a St. Louis e pubblicato quest’anno su Nature Medicine, mostra che un test del sangue basato sul biomarcatore p-tau217 potrebbe prevedere non solo il rischio di sviluppare l’Alzheimer, ma anche quando potrebbero comparire i primi sintomi, aprendo la strada a interventi sempre più precoci e a trial clinici mirati, trasformando la proteina tau in una sorta di “orologio biologico” della malattia, utile soprattutto per individuare le persone che potrebbero beneficiare di trattamenti preventivi prima della comparsa dei sintomi. Gli autori sottolineano però che il metodo non è ancora pronto per l’uso clinico e richiede ulteriori validazioni in popolazioni più ampie e diversificate.
Il punto, però, secondo Gates non è solo sviluppare test, ma garantirne l’accesso a chi ne ha bisogno (ne abbiamo parlato qui).
«Attualmente – scrive – negli Stati Uniti chi desidera sottoporsi a un esame del sangue per l’Alzheimer deve pagare di tasca propria». Sottolinea quindi l’urgenza della copertura da parte dei programmi assicurativi pubblici per ampliarne l’accesso, evidenziando che «la demenza costa agli USA più di 780 miliardi di dollari ogni anno, di cui oltre 160 miliardi gravano proprio su Medicare e Medicaid».
A livello mondiale, si stima che oltre 55 milioni di persone convivono con una demenza, di cui circa il 60-70% ha Alzheimer, con costi che superano 1300 miliardi di dollari a livello globale.
La diagnosi precoce, come ribadisce Alzheimer Europe nel position paper sull’accesso ai trattamenti anti-amiloide, è fondamentale: «ogni persona con malattia di Alzheimer merita l’accesso a una diagnosi tempestiva e accurata». E in merito alle prime terapie in grado di rallentare la progressione della malattia (lecanemab e donanemab), la federazione europea che riunisce le associazioni nazionali di pazienti denuncia la disparità di accesso – «nella maggior parte dei paesi europei questi trattamenti non sono coperti dai sistemi sanitari» – e sottolinea l’urgenza di potenziare le infrastrutture diagnostiche, non solo per poter usufruire dei farmaci attuali, ma anche di quelli che arriveranno.
Una priorità anche secondo il documento di consenso firmato qualche giorno fa a Roma nell’ambito di “MindShift. A cross-country mission to reshape Alzheimer’s Care”: iniziativa che, per accelerare la trasformazione della cura dell’Alzheimer, evidenzia la necessità di portare la diagnosi biologica nella pratica clinica – «consentire una diagnosi precoce e accurata è la porta d’accesso a cure tempestive e all’innovazione» -, allineare modelli organizzativi e di rimborso per garantire equità di accesso alle terapie innovative, potenziare le strutture sanitarie e rafforzare il coordinamento tra Paesi.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale
E poi c’è l’intelligenza artificiale: Gates cita la possibilità di diagnosticare la malattia rilevando minimi cambiamenti nel modo idi parlare e la capacità dell’IA di accelerare la ricerca. L’integrazione dell’IA e la creazione di piattaforme globali per la condivisione dei dati – come la Global Research and Imaging Platform – stanno permettendo a migliaia di scienziati e scienziate in tutto il mondo di collaborare e testare ipotesi a una velocità mai vista prima.
Perché mettere insieme dati – tipicamente sparsi tra università, ospedali, aziende farmaceutiche, trial clinici – permette di analizzare un numero molto più ampio di casi, ricavare evidenze più robuste, confrontare popolazioni diverse…
Agenti IA come Biomni-AD e Parthenon, che hanno vinto il premio Alzheimer’s Insights AI, possono agire come collaboratori dei team di ricerca, gestendo flussi di lavoro in autonomia, estraendo set di dati e identificando pattern che a un essere umano potrebbero sfuggire.
L’IA non sostituisce, ma riduce drasticamente il tempo necessario per integrare enormi quantità di dati provenienti da genomica, proteomica, imaging e cartelle cliniche.
Domande aperte, da affrontare con ottimismo
Bill Gates racconta di lavorare su questo fronte – ha contribuito alla creazione dell’Alzheimer’s Disease Data Initiative, che oggi conta oltre 10mila utenti in 125 paesi, e del Global Neurodegeneration Proteomics Consortium (GNPC), che mette a disposizione della comunità scientifica uno dei più grandi set di dati proteomici per approfondire la conoscenza della biologia della malattia – con la convinzione che in questa mole enorme di dati (grazie alla collaborazione internazionale, alla condivisione dei dati sulle malattie neurodegenerative e al potere della scienza aperta, come si legge su Nature Medicine) troveremo nel giro di qualche anno le risposte ad alcune delle domande ancora aperte.
Perché alcune persone si ammalano di Alzheimer a 60 anni mentre altre vivono fino a 100 anni con un cervello sano? L’Alzheimer è una sola malattia o possiamo suddividerlo in sottotipi? Perché colpisce più le donne degli uomini?
C’è ancora molto da capire sul funzionamento e il declino del nostro cervello, ma sempre più evidenze suggeriscono per esempio che l’Alzheimer non è una patologia unica, ma esistono diversi sottotipi biologici, con meccanismi e decorso differenti: comprenderli potrebbe aprire la strada a terapie sempre più personalizzate.
«Comprendere le basi biologiche della malattia è essenziale per sviluppare trattamenti efficaci» ha dichiarato Niranjan Bose, direttore generale dell’area Health & Life Sciences di Gates Ventures e direttore esecutivo ad interim dell’Alzheimer’s Disease Data Initiative, nell’annunciare l’avvio di una partnership con Alamar Biosciences per accelerare la ricerca traslazionale sull’Alzheimer e la scoperta di biomarcatori, integrando gli sforzi del GNPC.
Bill Gates è convinto che siamo vicini a “svelare la biologia” dell’Alzheimer e a cambiare la storia della malattia.
«Abbiamo già visto progressi simili in passato». Lo scrive riferendosi all’HIV. «Non molto tempo fa, una diagnosi di infezione era una condanna a morte. Ma una volta svelata la biologia del virus, il progresso è accelerato e oggi chi è infetto può vivere una vita lunga e sana. Sono ottimista: un giorno potremo parlare dell’Alzheimer nello stesso modo».


