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Il mondo della salute è ormai un potente driver dell’economia italiana. I dati a riguardo ci dicono chiaramente che questa industria contribuisce al 10,7% del Pil nazionale e dà lavoro al 10% dell’occupazione complessiva. Eppure, sono molte le criticità che minano la solidità del nostro Paese in questo ambito. A parlarcene è Massimiliano Boggetti, presidente del Cluster tecnologico nazionale scienze della vita ALISEI (Advanced life science in Italy), soggetto istituzionale che promuove lo sviluppo della scienza, della ricerca, della medicina e quindi anche della salute degli italiani. Martedì 31 ottobre ci sarà la giornata conclusiva del suo evento annuale, Meet in Italy for Life Sciences 2023, un’occasione di incontro e confronto per tutti coloro che gravitano intorno alle scienze della vita.
Dottor Boggetti, ci offre una panoramica aggiornata sul mondo delle life science?
«La White economy rappresenta un settore estremamente importante per il nostro Paese. Nello specifico il mondo delle scienze della vita italiano sta vivendo due trend contrastanti. Da una parte, le innovazioni tecnologiche applicate al mondo della salute stanno crescendo in modo esponenziale, dall’altra, il sistema sta facendo fatica a credere e a investire nella salute. È un Paese, infatti, che continua a contrarre la spesa sanitaria rispetto al Pil. Insomma, le risorse in circolazione per la salute degli italiani sono sempre meno, in più ci sono parecchi meccanismi distorsivi rispetto alla valorizzazione dell’innovazione. L’Italia di oggi non è certo lungimirante nel recepire l’innovazione nelle scienze della vita. In realtà l’Europa avrebbe molto bisogno, soprattutto dopo quello che è successo tra Russia e Ucraina, di riportare le attività produttive nel nostro Paese o quanto meno all’interno del proprio territorio.
Qualche esempio si vede, ma di certo non si può dire che il made in Italy, cioè le aziende italiane, trovi da noi terreno fertile».
Le Pmi italiane sono sufficientemente strutturate per competere nell’industria biomedicale, nel pharma e nelle life science?
«L’Italia è un Paese di piccole e medie imprese e questa tipicità ha due impatti contrapposti nell’ambito delle scienze della vita. Da una parte il dato è ovviamente negativo: nel nostro comparto per fare industrializzazione serve massa critica, servono grandi investimenti il cui ritorno è di medio lungo termine. Sono poi necessarie tante risorse economiche per gli iter regolatori volti all’immissione in commercio dell’innovazione. È un comparto fortemente capitalizzato e regolamentato, in cui bisogna avere le spalle finanziariamente molto larghe, e sappiamo che quest’aspetto si coniuga male con una Pmi. A ciò va poi aggiunto l’annoso problema dell’internazionalizzazione, perché l’innovazione nelle scienze della vita si affronta necessariamente su scala globale. Non esiste niente che possa essere gestito solo a livello nazionale.
D’altro canto, se guardiamo a che cosa serve davvero per fare impresa nel nostro campo, scopriamo che questo coincide molto bene con il tipico made in Italy, ovvero una produzione d’eccellenza, una produzione non di elevati volumi ma di grande specificità. Non per niente siamo uno tra i primi Paesi produttori in Europa di farmaci. Se analizziamo le caratteristiche italiane della manifattura biotech, dei dispositivi medici o in generale del pharma, scopriamo che le aziende italiane sono perfettamente in linea con le richieste della nostra industria, che certamente non è un’industria metallurgica pesante. Siamo un Paese eccellente nella meccanica e nella micromeccanica di precisione e quindi in teoria avremmo tutte le carte in regola per giocare un ruolo importante nel settore delle scienze della vita. Ma servono governi che investano denari nella ricerca in grado di alimentare l’innovazione e una finanza specializzata che sia capace di supportarla e che la spinga efficacemente verso l’industrializzazione».
Quindi secondo lei è possibile “costruire” un altro made in Italy?
«Tutti i nostri più famosi made in Italy nascono dal fatto che abbiamo una sensibilità elevata in certi campi, per esempio nell’abbigliamento, nel cibo, nei motori. Ci piace cioè mangiare bene, vestire bene, guidare belle macchine. Ma non crediamo nella salute, non crediamo che la salute sia un valore. E quindi diventa difficile che si sviluppi un altro made in Italy in questo campo. Del resto, non si può costruire un’industria che non nasce prima da un mercato domestico, e purtroppo gli italiani sono sì un popolo longevo, ma un popolo mediamente in cattiva salute e in continuo affidamento su un servizio sanitario nazionale che oramai non esiste più. Se i governi, espressioni della volontà dei cittadini, tagliano i fondi alla sanità è evidente che la salute non è in generale considerata qualcosa d’importante, qualcosa su cui valga la pena investire».
Oltre agli strumenti della finanza strutturata che vanno dai classici venture ai private fino alla quotazione in borsa, che cosa serve davvero alla vostra filiera?
«Di base ci vuole una finanza specializzata nel nostro settore, cioè una finanza che ne capisca le particolari dinamiche, molto differenti rispetto a quelle di altri settori merceologici. Come detto, nelle scienze della vita abbiamo necessità di grandi investimenti a cui fanno da contraltare ritorni molto lenti. Ci vuole dunque una finanza paziente che comprenda il valore delle nostre imprese e sappia intravvedere le opportunità di investimento in un comparto che tra l’altro si accosta al paradigma del Green Deal, alle logiche dell’industria 5.0 e quindi a tutti i nuovi trend dell’industria moderna.
C’è dunque un problema di verticalità nelle competenze nella finanza perché quello delle scienze della vita è un mondo molto meno affine ad altri mondi industriali di quanto si pensi».
A proposito di competenze, un settore così specializzato di quali professionisti ha bisogno?
«Nel nostro Paese gli studi nelle hard science non vengono considerati percorsi dagli sbocchi facili. Per esempio, la laura in Fisica che è un percorso di studi molto complesso e che trova impiego anche nel nostro campo. Negli Stati Uniti è considerata una laurea estremamente importante e autorevole, in Italia, invece, chi studia Fisica spesso finisce a insegnare nelle scuole superiori. Nel nostro Paese le carriere professionali, come quelle dell’avvocato o del medico, godono ancora di grande prestigio sociale, mentre diversa è la percezione di chi fa chimica o tecnica farmaceutica, valutati come studi con poche opportunità nel mondo del lavoro. Oggi per fortuna assistiamo a un cambio di mentalità e vediamo che si è ritornati a investire negli istituti tecnici e scientifici.
Ma, ripeto, tutto dipende dal peso che si dà alla salute, come bene sia privato sia pubblico: è chiaro che, se come Paese abbiamo un’alta considerazione della salute, questo si riverbera in tutta la filiera, dall’istruzione di base fino alla finanza».
ALISEI ha sviluppato un Piano Strategico di sviluppo del settore life science nel Mezzogiorno, in collaborazione con PwC Italy e con un gruppo di lavoro dedicato. Quali sono i suoi obiettivi specifici?
«Si tratta di un progetto nato dalla richiesta del ministero dell’Università e della Ricerca precedente che ha affidato ad ALISEI proprio l’ideazione di azione concrete volte a far considerare le scienze della vita un settore di sviluppo per il Mezzogiorno d’Italia. Abbiamo presentato questo piano già in due Regioni, Campagna e Puglia, e il suo principale obiettivo è ridurre, se non proprio eliminare, i gap del Sud permettendogli di agganciare l’industria e la rivoluzione industriale. Cerchiamo quindi di promuovere iniziative di formazione del personale, migliorare la capacità di attrazione dei capitali e incentivare la collaborazione tra privato e pubblico, tra università e industria. I punti cardine su cui lavorare sono quelli che abbiamo discusso proprio in questa nostra chiacchierata: aumentare la percezione della salute come un bene da tutelare e quindi creare un mercato attrattivo non solo per i capitali, ma anche per i giovani. Vogliamo che anche chi va all’estero a studiare e a specializzarsi desideri tornare per vivere nel Mezzogiorno d’Italia una realtà di sviluppo nelle scienze della vita».
Meet in Italy for Life Science 2023
Martedì prossimo, 31 ottobre, si terrà l’evento conclusivo ALISEI di Meet in Italy for Life Sciences 2023, l’appuntamento annuale dedicato all’innovazione nel settore delle Scienze della Vita.
Una giornata intensa che avrà luogo a Palazzo Mezzanotte a Milano, dalle 11 fino a sera.
Il programma prevede momenti di networking, la presentazione finale delle startup selezionate, la cerimonia di premiazione e tante occasioni di confronto tra gli attori chiave dell’ecosistema: dalla ricerca di base alle aziende, dagli investitori alle istituzioni.
La sessione di apertura sarà dedicata al ruolo dell’Italia nell’innovazione e nel trasferimento tecnologico in ambito life sciences. Seguiranno gli interventi sulle ultime tendenze nella ricerca early-stage e le opportunità per i giovani ricercatori. Nel pomeriggio, le startup finaliste presenteranno i loro progetti imprenditoriali di fronte ad una platea di investitori e leader del settore.
La giornata si concluderà con un focus sulle nuove frontiere dell’innovazione tecnologica applicata alla salute. In serata è prevista la cena di gala e la cerimonia di premiazione delle startup vincitrici, che si contenderanno il trofeo per la migliore proposta imprenditoriale nell’ambito delle Scienze della Vita.
“La giornata è unica – commenta Boggetti – in quanto mette insieme tutti gli attori che ruotano intorno all’innovazione nelle scienze della vita (centri di ricerca, TT, startup , impresa e finanza) facilitandola ad essere industrializzata è finanziata affinché, riprodotta su larga scala, possa generare ricadute positive ai pazienti”.
INNLIFES è media partner dell’evento.


