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Il cancro alla prostata rappresenta uno dei tumori più comuni tra gli uomini in tutto il mondo. Secondo AIOM, è il tumore solido più diffuso tra gli uomini in Italia, con oltre 40mila nuovi casi diagnosticati nel 2024, il 19% di tutti i tumori maschili.
Attualmente, il test dell’antigene prostatico specifico (PSA) nel sangue è il metodo più utilizzato per lo screening del cancro alla prostata ma comporta un elevato tasso di falsi positivi e non permetterebbe di distinguere tra tumori aggressivi e quelli a crescita lenta. Non sono infrequenti casi in cui i pazienti vengono sottoposti a procedure di approfondimento, come le biopsie, su tumori che non richiederebbero trattamento.
In questo contesto, nel Regno Unito si è svolto uno studio per dimostrare se un metodo di screening alternativo alla misurazione del PSA può individuare più efficacemente i tumori alla prostata aggressivi.
Tre studi rivoluzionari per migliorare la diagnosi
Pubblicato sul New England Journal of Medicine, lo studio BARCODE1 ha esplorato l’uso di un punteggio di rischio poligenetico, calcolato attraverso un test salivare. I ricercatori hanno reclutato uomini tra i 55 e i 69 anni dal Regno Unito, estraendo DNA dalla saliva per calcolare un punteggio di rischio basato su 130 varianti genetiche associate al cancro alla prostata. Dei 6.393 uomini che hanno avuto un punteggio di rischio calcolato, 745 (11,7%) avevano un punteggio di rischio nel 90° percentile o superiore.
Di questi, 468 (62%), si sono sottoposti a risonanza magnetica e biopsia prostatica, con la rilevazione del cancro alla prostata nel 40% dei casi (187): la metà di questi aveva un tumore classificato come rischio intermedio o superiore. Il dato più significativo è che oltre il 70% di questi tumori clinicamente significativi non sarebbe stato rilevato con i criteri diagnostici standard basati su PSA e risonanza magnetica.
Combinazione di trascrittomica spaziale, pseudotime e machine learning
Su Cancer Research è invece stato recentemente pubblicato uno studio condotto da Martin Smelik, Daniel Diaz-Roncero Gonzalez e colleghi del Karolinska Institute di Stoccolma, in collaborazione con ricercatori dell’Imperial College di Londra, che ha utilizzato un approccio completamente nuovo per identificare biomarcatori affidabili per il cancro alla prostata. I ricercatori hanno analizzato dati di trascrittomica spaziale da 12 campioni di tessuto prostatico di sei pazienti diversi.
Utilizzando un metodo computazionale chiamato “pseudotime”, hanno tracciato la progressione della trasformazione maligna nei campioni, ordinando sequenzialmente le cellule in base alla loro somiglianza di espressione genica. Questo ha permesso di identificare 45 geni che erano fortemente correlati con la progressione tumorale.
La rilevanza diagnostica di questi biomarcatori è stata validata attraverso l’analisi di campioni di siero, tessuto prostatico e urina di oltre 2.000 pazienti con cancro alla prostata e controlli. Utilizzando machine learning, i ricercatori hanno costruito modelli predittivi basati sui livelli proteici di questi biomarcatori nell’urina, raggiungendo un impressionante AUC di 0,92 (Area Under the Curve, con valore 1 indicante un modello perfetto), significativamente superiore al 0,63 ottenuto con il solo PSA. Lo pseudotime era significativamente associato con il grado istologico del tumore e con le alterazioni del numero di copie cromosomiche, validando il metodo come misura della trasformazione maligna.
Biomarcatori urinari identificati da analisi proteomica e di rete
Un importante studio italiano guidato da Rossana Rossi, Elena Monica Borroni e colleghi dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Milano), in collaborazione con l’IRCCS Humanitas Research Hospital e altre istituzioni, ha utilizzato un approccio proteomico e di biologia per identificare nuovi biomarcatori del cancro alla prostata.
Pubblicato lo scorso marzo su Biology, lo studio ha analizzato campioni di urina di donatori sani (5) e pazienti con cancro alla prostata a basso e alto rischio (rispettivamente 4 e 7 persone). I ricercatori hanno valutato le variazioni nel proteoma urinario come specchio dei cambiamenti che avvengono nel tessuto tumorale prostatico. Nei pazienti a basso rischio sono emerse differenze nei sistemi del complemento e della coagulazione; nei pazienti ad alto rischio, sono state osservate alterazioni nel metabolismo del glutatione.
Lo studio ha inoltre individuato nuovi potenziali biomarcatori: CPM, KRT8, ITIH2 e RCN1. Questi biomarcatori potrebbero integrare i test esistenti e migliorare significativamente la gestione del cancro alla prostata, sebbene gli autori sottolineino la necessità di ulteriori indagini su coorti di pazienti più ampie.
Le limitazioni del test PSA hanno a lungo ostacolato gli sforzi per implementare programmi di screening efficaci per il cancro alla prostata. I nuovi approcci stanno aprendo la strada a metodi diagnostici più precisi, non invasivi e personalizzati.



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Molto interessante