Ebola, la corsa al vaccino racconta come sta cambiando la preparedness globale

Ebola, la corsa al vaccino racconta come sta cambiando la preparedness globale

di Alice Pace
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Alice Pace

Perché ne stiamo parlando
Per il virus Bundibugyo, il ceppo virale responsabile dell’attuale epidemia africana, non esiste ancora un vaccino approvato. Lo sviluppo dei nuovi candidati mostra come piattaforme vaccinali, coordinamento internazionale e preparedness stiano cambiando il modo di rispondere alle emergenze infettive. Il punto con Donata Medaglini.

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Esiste già un vaccino contro l’Ebola, ma non contro il virus responsabile dell’epidemia attualmente in corso nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda: il virus di Bundibugyo. Nelle scorse settimane il focolaio ha assunto la connotazione di Emergenza di Salute Pubblica di Rilevanza Internazionale (PHEIC), la massima allerta prevista dal Regolamento Sanitario Internazionale. A fare la differenza è il ceppo coinvolto: mentre il vaccino approvato protegge dal virus Ebola Zaire, il Bundibugyo richiede una formulazione diversa.

Lo sviluppo dei nuovi candidati vaccinali è già iniziato e, per fortuna, oggi la ricerca non riparte ogni volta da zero: può contare su piattaforme già validate, competenze consolidate, reti di collaborazione costruite negli anni. Osservando come gli scienziati e le scienziate lavorano possiamo capire quanto la ricerca vaccinale e il modo di prepararci alle future emergenze epidemiche siano cambiate.

Perché serve un nuovo vaccino?

«Tra i due virus non c’è una risposta crociata significativa, per questo c’è bisogno di vaccini specifici e mirati», spiega la microbiologa Donata Medaglini, pro-rettrice dell’Università di Siena e coordinatrice scientifica dell’European Vaccines Hub for Pandemic Readiness (EHV), una rete che riunisce le principali istituzioni responsabili della preparazione e della risposta alle pandemie nei diversi Paesi.

Il vaccino oggi disponibile (VSV-ZEBOV, o Erbevo), il primo approvato contro Ebola e già impiegato con successo per contenere i focolai causati dal virus Zaire, non garantisce una protezione adeguata nei confronti del ceppo responsabile dell’attuale epidemia.

«La differenza principale riguarda la glicoproteina del virus, cioè l’antigene verso cui è diretta la risposta immunitaria indotta dal vaccino contro Ebola Zaire», spiega Medaglini, che in passato ha coordinato due progetti europei, VSV-EBOVAC e VSV-EBOPLUS, dedicati allo studio della risposta immunitaria al vaccino VSV-ZEBOV.

«Nel caso di Bundibugyo questa glicoproteina presenta caratteristiche antigeniche differenti, perciò la cross-reattività è soltanto parziale – spiega –. L’obiettivo è indurre una risposta immunitaria mirata contro la glicoproteina di Bundibugyo, così da offrire una protezione efficace nei confronti del virus oggi in circolazione».

Come si sviluppa oggi un vaccino contro l’Ebola

La nota positiva è che, rispetto al passato, lo sviluppo di un vaccino contro un virus emergente non richiede più di iniziare tutto daccapo. Innanzitutto, vi è una spinta internazionale ad accelerare il processo. La Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI), assieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità, Gavi e Unicef, ha selezionato tre candidati vaccinali per Bundibugyo da sviluppare con una procedura accelerata, con l’obiettivo di ridurre i tempi di sviluppo.

I tre candidati vaccinali si basano su piattaforme già ampiamente studiate: una sfrutta il virus della stomatite vescicolare (VSV), già impiegato per il vaccino contro Ebola Zaire; una, sviluppata da Moderna, è basata sull’RNA messaggero, resa nota dai vaccini contro il Covid-19; la terza utilizza invece la piattaforma ChAdOx, sviluppata dall’Università di Oxford insieme al Serum Institute of India e fondata su un adenovirus di scimpanzé, come nel caso del vaccino Oxford-AstraZeneca contro SARS-CoV-2.

«Ci sono inoltre numerosi altri candidati in fase preclinica con un buon potenziale che potrebbero evolvere nei prossimi mesi, come per esempio la piattaforma MVA, utilizzata anche per il secondo vaccino contro Ebola Zaire, che ha già fornito dati promettenti», aggiunge Medaglini.

Alla base c’è lo stesso principio: anziché progettare un vaccino completamente nuovo, i team adattano tecnologie già validate per far esprimere la glicoproteina del virus Bundibugyo, responsabile dell’attuale epidemia. «Prima del Covid si parlava di circa 16 anni per passare dal laboratorio alla clinica», ricorda la studiosa. «Come si fa a ridurre questi tempi? Partendo da piattaforme tecnologiche già caratterizzate e pronte all’uso».

La pandemia di Covid-19 ha contribuito a rendere più rapido questo cambiamento. «La piattaforma a RNA esisteva già, ma è stata sdoganata e impiegata su larga scala durante la pandemia da SARS-CoV-2. Lo stesso vale per gli adenovirus. La pandemia ci ha reso ulteriormente consapevoli dell’importanza di essere rapidi, reattivi e di avere strumenti già pronti all’uso», osserva la microbiologa. «Ciò non significa che i vaccini vengano sviluppati in modo diverso o con minori garanzie, bensì che gli anni di ricerca che abbiamo alle spalle hanno consentito di costruire piattaforme flessibili, facilmente adattabili a nuovi patogeni», sottolinea.

Accelerare senza scorciatoie

Disporre di piattaforme vaccinali già validate non significa avere automaticamente un vaccino pronto, né tantomeno ottenerlo in pochi giorni. Tra il laboratorio e l’impiego sul campo restano infatti passaggi indispensabili, dalla produzione secondo gli standard di qualità (Good Manufacturing Practice, GMP) agli studi clinici fino alla valutazione delle autorità regolatorie.

La differenza rispetto al passato è che molte di queste fasi possono essere avviate in parallelo. «In una situazione di emergenza non cambiano i controlli né vengono ridotti gli standard di sicurezza. Quello che cambia è il modo di organizzare il percorso», spiega Medaglini.

L’accelerazione ha però un costo. Avviare contemporaneamente produzione e le diverse fasi della sperimentazione clinica significa investire risorse ingenti, di milioni di euro, prima ancora di sapere se il vaccino arriverà all’autorizzazione o se l’epidemia sarà ancora in corso quando sarà disponibile. «Il vero rischio è soprattutto economico – osserva la microbiologa – ed è qui che diventa fondamentale il finanziamento pubblico, che permette di assumersi questo rischio e di accelerare i tempi senza compromettere la sicurezza».

L’obiettivo fissato dalla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations è riuscire a rendere disponibile un vaccino nell’arco di circa tre mesi dall’identificazione di una nuova minaccia. Un traguardo estremamente ambizioso al quale, sottolinea Medaglini, possiamo ambire proprio perché partiamo da un patrimonio di conoscenze già validato.

Prepararsi prima dell’emergenza

Per Medaglini, la preparedness non coincide semplicemente con la disponibilità di nuove tecnologie. Significa anche costruire e mantenere nel tempo una rete internazionale capace di reagire rapidamente quando emerge una nuova minaccia infettiva. «Preparedness significa agire in modo coordinato, con un obiettivo comune», spiega.

È a questo scopo che è nato l’European Vaccines Hub for Pandemic Readiness, che mette in collegamento competenze e infrastrutture distribuite nelle diverse regioni europee: «Abbiamo una rete già organizzata, con gruppi di lavoro dedicati alle piattaforme vaccinali, agli studi preclinici, ai siti clinici, alla produzione e agli aspetti regolatori. E tutto deve rimanere costantemente attivo e pronto all’uso», racconta la scienziata.

È importante comprendere, secondo la microbiologa, che questa capacità di risposta non si può improvvisare quando esplode un’epidemia, ma è il risultato di anni di investimenti continui, collaborazione internazionale e condivisione di competenze, dati e infrastrutture. È anche per questo che, osserva, i vaccini contro SARS-CoV-2 hanno potuto essere sviluppati in tempi così rapidi: «Non perché siano stati “fatti di corsa”, ma perché poggiavano su conoscenze e infrastrutture costruite molto prima».

«Non ci siamo messi a fare vaccini quando è arrivata la pandemia. Ci siamo fatti trovare pronti». Lo stesso principio guida oggi lo sviluppo dei vaccini contro Bundibugyo: «Partiamo da piattaforme che sappiamo già utilizzare, conosciamo l’antigene da inserire, abbiamo la sequenza della glicoproteina, abbiamo indicazione sulla dose da utilizzare e come somministrarla».

Oltre Bundibugyo

Per i tre candidati vaccinali sostenuti da CEPI la corsa è appena iniziata: serviranno i dati clinici per stabilirne sicurezza ed efficacia e, nonostante l’obiettivo dichiarato sia comprimere il più possibile i tempi di sviluppo, non sappiamo ancora quando i paesi colpiti potranno davvero disporre di un vaccino.

«Se, una volta finalizzato, il vaccino contro Bundibugyo manterrà caratteristiche simili a quello contro Zaire, efficace già con una singola dose e capace di generare una protezione in tempi molto rapidi, potrà essere somministrato anche con una strategia di ring vaccination, cioè vaccinando rapidamente tutte le persone che vivono o hanno avuto contatti nell’area attorno ai casi identificati, così da interrompere molto velocemente la trasmissione del virus», spiega Medaglini.

Resta però da capire quanto tempo richiederanno le prossime fasi di sviluppo: l’obiettivo di arrivare rapidamente a un vaccino dovrà confrontarsi con le complessità della sperimentazione, della produzione e della distribuzione, tenendo conto dei limiti delle infrastrutture sanitarie delle regioni colpite.

L’epidemia di Bundibugyo mostra però, fin da ora, come stia cambiando il modo di rispondere a una nuova minaccia infettiva: la preparazione non comincia quando compare un nuovo virus, ma molti anni prima, attraverso ricerca, collaborazioni internazionali e investimenti che spesso rimangono invisibili fino al momento in cui diventano indispensabili. È questa, forse, la lezione più concreta che la pandemia di Covid lascia oggi alla lotta contro l’Ebola e, più in generale, alla risposta alle future epidemie.

Keypoints

  • Esiste già un vaccino contro Ebola Zaire, ma non protegge dal virus Bundibugyo responsabile dell’attuale epidemia.
  • I nuovi vaccini vengono sviluppati adattando piattaforme già validate, senza ripartire ogni volta da zero.
  • L’accelerazione riguarda l’organizzazione del lavoro, non gli standard di sicurezza e di controllo.
  • La preparedness si costruisce prima delle emergenze, con ricerca continua, investimenti e reti di collaborazione internazionale.
  • L’esperienza maturata durante la pandemia di Covid-19 ha reso più rapide e flessibili le strategie di sviluppo vaccinale.
  • La risposta alle future epidemie dipenderà sempre più dalla capacità di essere preparati prima che emerga una nuova minaccia.

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