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Torniamo a parlare di farmacogenetica, quella branca della genetica medica che permette di personalizzare le terapie farmacologiche partendo dall’analisi del profilo genetico del singolo paziente: combina la farmacologia (lo studio dei farmaci) con la genomica (lo studio dei geni e delle loro funzioni) per sviluppare terapie personalizzate in base al patrimonio genetico di ciascun individuo.
E lo facciamo alla luce dei risultati di uno studio promosso dal CRO di Aviano e condotto dalla Società italiana di genetica umana (SIGU) e dalla Società italiana di farmacologia (SIF) con il coinvolgimento di numerosi istituti nazionali, pubblicato sull’European Journal of Human Genetics.
«I risultati di questo studio e delle nostre analisi più recenti evidenziano chiaramente la necessità di definire standard condivisi per test e refertazione, rafforzare l’integrazione tra specialisti in genetica medica, farmacologi e clinici, e promuovere la realizzazione di programmi dedicati a garantire equità di accesso omogeneo su tutto il territorio nazionale». Con queste parole Paola Grammatico, presidente della SIGU, sintetizza gli esiti dell’indagine nazionale sull’applicazione della farmacogenetica nel sistema sanitario italiano.
La diffusione della farmacogenetica nei laboratori italiani
Tra gennaio e ottobre 2025 sono stati censiti 49 laboratori in Italia, l’82% dei quali appartiene a strutture pubbliche (ospedali, IRCCS e aziende ospedaliere universitarie).
E, come spiega Matteo Floris, coordinatore del Gruppo di lavoro Farmacogenetica della Società italiana di genetica umana, la farmacogenetica «è sempre più presente nella pratica clinica italiana, in particolare in ambito oncologico. Tuttavia, la sua implementazione nel Servizio sanitario nazionale resta ancora disomogenea, con differenze rilevanti tra territori, nell’organizzazione dei servizi e nelle modalità di accesso». In particolare, si denuncia frammentazione e gestione eterogenea delle procedure cliniche e di laboratorio.
Il primato dell’oncologia e la variabilità dei test
L’ambito oncologico rappresenta il settore trainante per l’impiego dei test farmacogenetici, utilizzati soprattutto per supportare la pianificazione (o la revisione) di specifiche terapie oncologiche. Matteo Curtarello, genetista dell’Istituto Oncologico Veneto, precisa infatti che «i test sui geni DPYD e UGT1A1, fondamentali per la gestione di farmaci chemioterapici, rispettivamente fluoropirimidine e irinotecano, sono eseguiti nel 94% e nell’84% dei laboratori». Come aveva spiegato Paolo Gasparini qui, l’irinotecano è un farmaco oncologico usato in alcuni protocolli chemioterapici: ricorrere alla genotipizzazione del gene UGT1A1 può essere utile per identificare i pazienti che hanno un rischio maggiore di manifestare effetti collaterali a seguito del trattamento. «I pazienti con ridotta attività dell’UGT1A1 sono metabolizzatori lenti, rischiano effetti collaterali gravi e necessitano di una dose ridotta. Chi invece ha un metabolismo rapido in genere richiede dosi maggiori».
Il punto è che, nonostante la presenza di linee guida, il sistema attuale manca di un coordinamento nazionale. I centri adottano metodologie differenti per quanto riguarda i pannelli genetici, le tecnologie di analisi e gli strumenti bioinformatici utilizzati per interpretare i dati.
L’integrazione clinica e la consulenza farmacologica
Un limite rilevato dall’indagine riguarda la capacità di tradurre il dato genetico in indicazioni pratiche per il personale medico. Erika Cecchin, responsabile della Farmacologia sperimentale e clinica del Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano, da poco nominata dal Ministero della salute come referente nazionale per il Working Group Farmacogenetica nell’ambito dell’iniziativa europea 1+ Million Genomes, rileva che la mancanza di un coordinamento nazionale si riflette anche nell’integrazione clinica dei test: «se la maggior parte dei laboratori fornisce un’interpretazione dei risultati del dato genetico, solo una minoranza include indicazioni terapeutiche operative. In particolare, il counselling farmacologico, fondamentale per tradurre il dato genetico in scelte cliniche, è disponibile solo nel 29% dei centri». E il ruolo del farmacologo o della farmacologa, come evidenza Marzia Del Re, docente di Farmacologia alla Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences di Roma, è fondamentale «per l’integrazione della farmacogenetica nelle valutazioni delle interazioni farmacologiche in pazienti politrattati».

Disparità territoriali, rimborsabilità e inserimento nei LEA
La disomogenetià sul territorio nazionale rappresenta un’altra criticità da superare, per evitare che i benefici della medicina personalizzata siano legati al luogo di residenza del paziente.
Al momento, in Italia, l’accesso ai servizi di farmacogenetica riflette infatti profondi squilibri regionali: l’attività è concentrata prevalentemente nelle regioni del Nord Italia, dove si trova la maggior parte dei centri che gestiscono oltre 200 pazienti all’anno, mentre l’offerta nelle regioni del Centro e del Sud è più limitata.

Da non sottovalutare, inoltre, che la farmacogenetica, oltre che uno strumento per migliorare l’efficacia delle cure, è considerata anche uno strumento per la sostenibilità del sistema sanitario, riducendo eventi avversi o fallimenti terapeutici e e ospedalizzazioni evitabili.
È necessario quindi invertire la rotta. Perché, come puntualizza Robert Nisticò, presidente di AIFA, intervenuto questa mattina all’evento in Senato “Una roadmap verso l’implementazione della farmacogenetica nel Servizio Sanitario Nazionale”, «la medicina di precisione, e in particolare la farmacogenetica, non rappresentano più un’opzione, ma uno strumento essenziale per ottimizzare efficacia e sicurezza delle terapie, garantire l’appropriatezza prescrittiva e contribuire in modo strutturale alla sostenibilità del SSN». La prescrizione delle terapie, quindi, «deve fondarsi su una valutazione integrata e multidimensionale delle caratteristiche cliniche, biologiche e individuali del paziente». Si consideri, tra l’altro, che le informazioni farmacogenetiche sono sempre più disponibili sulle etichette stesse dei farmaci.
Per questo, Maria Grazia Cattaneo dell’Associazione Italiana Malati di Cancro (AIMAC) sostiene la necessità di inserire questi test nei Livelli essenziali di assistenza (LEA): «non inserirli nei LEA – ha detto in occasione della conferenza a Roma – significa accettare tossicità evitabili, trattamenti inefficaci e differenze territoriali che negano ai pazienti il diritto all’appropriatezza sin dall’inizio del percorso di cura».
Per quanto riguarda gli aspetti economici, il censimento evidenzia che per il 73% dei laboratori i test sono interamente rimborsati dal Servizio sanitario nazionale, mentre per il 22% la copertura è parziale. Di fatto persistono differenze regionali dovute alla gestione decentralizzata della sanità. «La mancanza di codici tariffari specifici per i test farmacogenetici contribuisce a rendere disomogenee le pratiche di rimborso» si legge nel paper.
Amelia Filippelli, professoressa di Farmacologia clinica all’Università di Salerno e tra gli autori dello studio, auspica quindi «l’attivazione di una rete nazionale coordinata, capace di armonizzare pratiche e garantire pari opportunità di accesso ai pazienti». In altre parole, secondo la direttrice della struttura di Farmacologia clinica dell’Ospedale “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno, è necessaria la creazione di un network di laboratori per favorire l’integrazione della farmacogenetica nei percorsi clinici.
Ma nell’articolo si evidenzia anche la necessità di implementare la formazione specialistica: è considerata un passaggio cruciale per garantire cure fondate sulle evidenze scientifiche. A tutto questo lavorerà il Joint Working Group for the Implementation of Pharmacogenetics in Italy.
E in questa direzione va anche la recente pubblicazione delle raccomandazioni della SIGU, per armonizzare le pratiche di test farmacogenetici nei centri di genetica, e favorire la loro progressiva integrazione nella pratica clinica. Perché, come conclude Floris, «la farmacogenetica rappresenta uno degli strumenti più consolidati e validati per rendere la medicina sempre più precisa, sicura e sostenibile».
Foto di Michal Jarmoluk (Pixabay)


