Genetica medica, dall’innovazione alla pratica clinica: la visione di Paola Grammatico

Genetica medica, dall’innovazione alla pratica clinica: la visione di Paola Grammatico

di Roberta Altobelli
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Roberta Altobelli

Perché l’abbiamo scelta
Alla guida della Società italiana di genetica umana (SIGU), Paola Grammatico rappresenta un punto di riferimento nella genetica medica. Nel suo mandato si impegna a trasformare l’innovazione scientifica in opportunità concrete per i pazienti e a supportare le nuove generazioni di genetisti e genetiste.

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È Paola Grammatico la nostra innovatrice del mese. Alla guida della Società Italiana di Genetica Umana (SIGU), professoressa ordinaria di Genetica medica alla Sapienza di Roma e direttrice del Laboratorio di Genetica medica dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, Grammatico è una figura di riferimento nella genetica medica italiana e nella sua attività coniuga diagnostica, ricerca e formazione.

Il suo mandato – che si concluderà nel 2028 e che segna il ritorno di una donna alla guida della società, dopo Lidia Larizza e Franca Dagna-Bricarelli – si apre in una fase di profonda evoluzione per la genetica medica, sempre più centrale nei percorsi diagnostici e terapeutici e nello sviluppo della medicina di precisione. In questo scenario, dice, «una delle priorità è favorire la trasformazione delle evidenze scientifiche in opportunità concrete per i pazienti, affiancando le istituzioni nell’individuazione di soluzioni che rendano la medicina traslazionale più rapida, sostenibile e capace di garantire un accesso equo alle cure».

Ma accanto a questo, emerge anche la volontà «di sostenere le nuove generazioni, creando percorsi e opportunità per i giovani che desiderano intraprendere una carriera in questo ambito».

Professoressa Grammatico, partiamo dalla domanda d’obbligo per la nostra innovatrice del mese: cosa significa per lei innovazione?

«Nella nostra disciplina, parliamo di innovazione quando la ricerca scientifica ci porta alla messa a punto di tecnologie che consentono di comprendere le basi molecolari delle malattie genetiche; giungere a una diagnosi corretta e, quindi, a una presa in carico appropriata del paziente; attivare percorsi di prevenzione sia in ambito prenatale che postnatale, per esempio nelle famiglie dove è presente una mutazione che conferisce un rischio di sviluppare specifiche neoplasie; mettere a punto degli approcci terapeutici capaci di incidere significativamente sulla salute dei pazienti».

E guardando alla storia della genetica, quale innovazione ritiene abbia avuto l’impatto più trasformativo finora e perché?

«Certamente, il Progetto Genoma Umano, completato nel 2003: è stato una pietra miliare che ha fornito una risorsa fondamentale per i ricercatori e le ricercatrici che si occupano dello studio delle malattie genetiche. Poi, più recentemente CRISPR-Cas9: nel 2012 sulla prestigiosa rivista scientifica Science due ricercatrici, Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna, hanno descritto la tecnica CRISPR-Cas9, acronimo di Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats, che permette oggi di effettuare un editing genetico, ovvero tagliare e modificare il DNA, per curare malattie genetiche come la fibrosi cistica o per riprogrammare cellule neoplastiche.

Cose inimmaginabili solo fino a pochi anni fa. Questa scoperta, che ha segnato una svolta fondamentale nella ricerca biomedica, in particolare nel settore delle malattie rare, è valso alle due ricercatrici il premio Nobel per la chimica nel 2020 ed è considerata uno degli approcci tecnologici più innovativi degli ultimi anni, che probabilmente consentirà di raggiungere risultati importanti anche in ambito oncologico».

La genetica medica sta vivendo un periodo di grande fermento, per esempio nello studio di una medicina sempre più personalizzata. Quali innovazioni o tecnologie ritiene stiano avendo l’impatto più significativo sulla pratica clinica e sulla cura dei pazienti?

«Una grande rivoluzione concettuale è quella legata alla farmacogenetica, una nuova branca della genetica medica, che studia le varianti polimorfiche del DNA che influenzano sia la risposta individuale ai farmaci sia il rischio di eventi avversi legati all’assunzione di specifiche terapie. Consideriamo che, negli USA, il 5,6% dei ricoveri ospedalieri sono causati da reazioni avverse ai farmaci che, talvolta, arrivano a essere letali.

Un esempio di farmaci dove questa disciplina esplica un ruolo determinante sono le fluoropirimidine, chemioterapici che, in presenza di determinate varianti genetiche, possono causare nel paziente una tossicità gravissima. In questi anni, inoltre, sulla base del profilo molecolare della neoplasia, si è passati a un approccio terapeutico che non si basa più su l’organo colpito ma sulla mutazione individuata.

Un esempio sono le mutazioni dei geni BRCA, che rendono le cellule neoplastiche sensibili all’azione dei PARP inibitori, rendendo la terapia più efficace nel carcinoma della mammella, dell’ovaio, del pancreas e della prostata. Più recentemente, sono stati sviluppati anticorpi monoclonali anti-amiloide per il trattamento dell’Alzheimer, che rendono evidente l’importanza di selezionare i pazienti candidati a tali terapie sulla base di caratteristiche genetiche, in quanto alcuni alleli conferiscono un maggior rischio di eventi avversi».

Con lei, la SIGU torna ad avere una presidente. Cosa significa questo traguardo, sia personalmente che per la rappresentanza femminile nella sua disciplina? E quali saranno i suoi progetti e obiettivi?

«Nella nostra disciplina, la rappresentanza femminile è certamente ampia come, del resto, nel mondo della ricerca scientifica in generale. Da quando la Società italiana di genetica umana è stata fondata, nel 1997, ci sono state altre due autorevoli genetiste che hanno ricoperto questo ruolo. Tuttavia, negli ultimi cinque mandati, quindi negli ultimi quindici anni, questo incarico era stato sempre affidato a colleghi. Personalmente, ho accolto questa nomina come un riconoscimento importantissimo da parte degli oltre 1.600 soci iscritti.

Evidentemente, hanno riconosciuto nell’esperienza che ho maturato in oltre quarant’anni da genetista – sia in ambito accademico, sia in ambito assistenziale – elementi utili a rappresentare la disciplina anche a livello istituzionale. In questo modo, la figura dello specialista in genetica medica, biologo o medico, può trovare il giusto riconoscimento non solo nel mondo della ricerca, ma anche nell’attività assistenziale accanto agli altri professionisti della sanità.

Per quanto riguarda i progetti, penso che la SIGU debba impegnarsi affinché le evidenze scientifiche possano trasformarsi rapidamente in opportunità diagnostiche e terapeutiche, affiancando le istituzioni per trovare soluzioni che rendano la medicina traslazionale un percorso rapido, economicamente sostenibile e che dia garanzie ai cittadini di un equo accesso alle cure.

Un ulteriore punto nel quale è necessario impegnarsi è quello di trovare soluzioni di sostegno per i giovani che sognano di fare una carriera professionale nel settore. La società scientifica e la comunità accademica devono profondere il massimo sforzo per accompagnare i giovani meritevoli nel trovare possibilità concrete per raggiungere i loro obiettivi».

Guardando al suo percorso professionale, quali esperienze ritiene siano state determinanti nella sua carriera?

«Ho avuto la fortuna di iniziare il mio percorso formativo con un direttore che ha compreso sin dall’inizio l’importanza di una stretta collaborazione tra l’area medica e l’area di laboratorio nella genetica medica, facendo crescere un gruppo di giovani che hanno imparato a guardare insieme gli aspetti clinici e biologici dei pazienti con malattie rare. Negli anni successivi, ho avuto l’opportunità di svolgere la carriera universitaria alla Sapienza di Roma, dirigendo la UOC Laboratorio di Genetica medica del San Camillo-Forlanini, una delle strutture sanitarie più importanti in Italia.

Questa esperienza mi ha permesso di confrontarmi con professionisti di altissimo livello e di collaborare con numerosi colleghi e giovani studenti appassionati, su casistiche complesse e numerose. E questa esperienza è stata fondamentale per acquisire competenze approfondite e svolgere una ricerca di qualità».

In che modo, secondo lei, è possibile accelerare il passaggio delle innovazioni in genetica dalla ricerca alla pratica clinica, garantendo al tempo stesso qualità, sostenibilità ed equità di accesso per i pazienti?

«È indispensabile che i tempi per il trasferimento delle evidenze scientifiche nella pratica clinica, per esempio attraverso l’inserimento di nuove prestazioni diagnostiche nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), trovino dei percorsi più rapidi di quelli odierni, per garantire la disponibilità di una medicina moderna nel SSN. Uno dei problemi legati all’equità delle cure è la parcellizzazione del sistema sanitario in 21 Regioni, ciascuna chiamata a recepire le norme nazionali.

Questo non avviene sempre in modo sincrono, limitando in alcune Regioni l’accesso a prestazioni che sono invece in linea con le conoscenze attuali. L’aggiornamento continuo dei LEA è un impegno imprescindibile sul quale le società scientifiche devono mettere a disposizione dei decisori le competenze necessarie, affinché vengano garantite l’appropriatezza prescrittiva, elevate competenze del personale e sostenibilità economica».

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