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La gestione delle malattie infiammatorie croniche intestinali potrebbe in futuro beneficiare dell’impiego di test genetici per identificare i pazienti portatori dell’allele HLA-DRB1*01:03, già noto come fattore che aumenta la probabilità di sviluppare la malattia e che un nuovo studio associa in modo più robusto a un maggior rischio di decorso clinico severo sia nella colite ulcerosa sia nella malattia di Crohn.
Lo sostengono ricercatori e ricercatrici del Wellcome Sanger Institute, del Francis Crick Institute e del NIHR IBD BioResource che, sulla rivista scientifica The Lancet Gastroenterology & Hepatology, mostrano come la presenza dell’allele HLA-DRB1*01:03 sia associata a un aumento del rischio di diversi esiti clinici sfavorevoli.
Gli autori sottolineano tuttavia che saranno necessarie ulteriori validazioni prima che queste informazioni possano essere impiegate nella pratica clinica.
L’associazione tra HLA-DRB1*01:03 e la suscettibilità alle malattie infiammatorie croniche intestinali, in particolare alle forme gravi di colite ulcerosa, era già nota. Il principale contributo di questo studio consiste nell’aver confermato, in una coorte di oltre 43 mila pazienti che questo allele identifica un sottogruppo di pazienti con maggiore probabilità di andare incontro a un decorso più aggressivo anche della malattia di Crohn, rafforzandone il potenziale come strumento per la stratificazione prognostica dei pazienti. Potrebbe cioè contribuire a identificare i pazienti a maggior rischio di sviluppare forme più gravi.
Lo studio rafforza quindi l’ipotesi che la stratificazione genetica del rischio possa contribuire, in futuro, a una presa in carico più personalizzata di condizioni che colpiscono milioni di persone nel mondo. In Italia, si stima 250mila persone.
Monitorando più attentamente i pazienti a maggior rischio potrebbe essere possibile avviare prima le terapie più efficaci.
Uno studio su larga scala
La ricerca rappresenta «il più ampio studio genetico mai condotto finora sulle caratteristiche delle malattie infiammatorie intestinali», spiega Qian Zhang, prima autrice dello studio e ricercatrice al Wellcome Sanger Institute.
Il team ha analizzato i dati genetici di oltre 43 mila pazienti provenienti da più di cento strutture ospedaliere del Regno Unito, tra il 2005 e il 2025, nell’ambito del National Institute for Health and Care Research IBD BioResource e UK IBD Genetics Consortium.
«Grazie a questa vasta coorte siamo stati in grado di scoprire che HLA-DRB1*01:03 è legato a una malattia più grave, non solo nei pazienti con colite ulcerosa, ma anche in quelli affetti dalla malattia di Crohn».
Il legame tra HLA-DRB1*01:03 e la gravità della malattia
Dall’analisi è emerso che circa un paziente su venti è portatore dell’allele HLA-DRB1*01:03, che potrebbe contribuire alla patogenesi delle malattie infiammatorie croniche intestinali inducendo la formazione di autoanticorpi neutralizzanti contro la citochina immunoregolatrice IL-10, una proteina fondamentale per il controllo dell’infiammazione.
Nei portatori è stato osservato un rischio significativamente maggiore di diversi esiti clinici sfavorevoli, tra cui la necessità di interventi chirurgici per la rimozione parziale o totale del colon, lo sviluppo di malattia perianale, il ricorso più precoce alle terapie avanzate e una maggiore probabilità di fallimento di queste ultime.
La collega Laura Fachal spiega così il potenziale clinico della ricerca per la stratificazione dei pazienti: «i test genetici per verificare se i pazienti sono portatori di queste varianti potrebbero in futuro aiutare il personale medico nelle decisioni terapeutiche, supportando potenzialmente un accesso più precoce ai trattamenti avanzati. Potrebbero anche aiutare a identificare coloro che presentano un minor rischio di malattia grave, per i quali i trattamenti convenzionali potrebbero essere sufficienti».
Verso una medicina personalizzata
Questo approccio mira a ridurre l’imprevedibilità che caratterizza il decorso delle malattie infiammatorie croniche intestinali: alcuni pazienti manifestano infatti sintomi lievi, mentre altri sviluppano forme particolarmente aggressive, con complicanze e interventi chirurgici che compromettono in modo significativo la qualità della vita.
Secondo il professor James Lee del Francis Crick Institute, questa ricerca segna un passo avanti importante. «Le malattie infiammatorie intestinali possono manifestarsi in modo molto diverso da persona a persona e non sappiamo ancora bene il perché. Questo studio ci porta un passo più vicino alla medicina personalizzata e alla creazione di predittori della gravità della malattia. In futuro, i pazienti con un rischio maggiore potrebbero ricevere trattamenti avanzati precocemente, a beneficio della loro qualità di vita».
Come si legge nel comunicato veicolato in occasione della pubblicazione dei risultati dello studio, la necessità di cure più mirate e di innovare la presa in carico dei pazienti emerge dalle storie di chi convive quotidianamente con queste condizioni, come Imogen, 26 anni, studentessa di medicina, a cui è stata diagnosticata una colite ulcerosa atipica all’età di 13 anni e che ha dovuto affrontare numerosi interventi chirurgici prima di trovare una stabilità clinica.
«Le malattie intestinali non sono uguali per tutti» racconta. «Anche mia madre e mio fratello ne soffrono, e abbiamo fattori scatenanti e sintomi completamente diversi, che variano anche di giorno in giorno. Io ho provato molti farmaci che non funzionavano o che smettevano di avere effetto dopo poco tempo. Se il trattamento corretto potesse essere identificato prima, si potrebbero far risparmiare tante sofferenze alle persone che convivono con queste malattie».


