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Come le stelle tracciano le loro orbite nel cielo, anche i movimenti spontanei dei neonati pretermine — nati prima della 32ª settimana o con un peso inferiore a 1.500 grammi — possono delineare traiettorie di sviluppo. Quei gesti minimi, spesso sottovalutati, contengono informazioni preziose sul futuro neuro-motorio dei bambini. Lo dimostra uno studio dell’Università di Bologna e dell’IRCCS Sant’Orsola, pubblicato su Early Human Development, condotto dalla dott.ssa Isadora Beghetti, che ha evidenziato come l’osservazione sistematica di questi movimenti — i cosiddetti General Movements (GMs) — sia in grado di anticipare il rischio di ritardi nello sviluppo già a sei mesi di vita corretta.

Due momenti chiave
La ricerca ha analizzato i movimenti in due fasi fondamentali. Il primo momento, attorno alla data presunta del parto, si concentra sui “Writhing Movements”: gesti ampi, lenti e complessi, tipici delle prime settimane. Il secondo momento, circa dodici settimane dopo, osserva i “Fidgety Movements”, movimenti più rapidi, leggeri e continui, che indicano una maturazione neurologica crescente.
Attraverso videoregistrazioni e valutazioni con il metodo GMA (General Movements Assessment), i ricercatori hanno individuato schemi specifici associati a difficoltà motorie, cognitive e comunicative riscontrate successivamente, a sei mesi. Si tratta della prima evidenza scientifica di una correlazione tanto precoce.
«La possibilità di prevedere lo sviluppo motorio già a sei mesi ci consente di identificare i soggetti a maggior rischio o più vulnerabili e di anticipare gli interventi riabilitativi, supportando anche le famiglie che dovranno affrontare il problema», spiega Isadora Beghetti. «È un modo per cogliere tempestivamente segnali sottili e agire prima che si traducano in difficoltà concrete».
Una sfida di salute pubblica
La nascita pretermine rappresenta oggi la principale causa di mortalità infantile sotto i cinque anni. In questo contesto, l’individuazione precoce di segnali di rischio non è solo una priorità clinica, ma anche una necessità sociale. Intervenire nei primi mesi — quando il cervello è ancora altamente plastico — consente di migliorare in modo significativo l’efficacia dei programmi riabilitativi.
Il metodo GMA, basato sull’osservazione del comportamento spontaneo del neonato, è uno strumento economico, non invasivo e facilmente applicabile: può essere integrato sia nei reparti specialistici che nei servizi territoriali, offrendo un modello di prevenzione accessibile e sostenibile.
Innovazione e visione futura
Il gruppo di ricerca bolognese guarda già oltre. In collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Elettrica e dell’Informazione dell’Università di Bologna, sta sviluppando nuove tecnologie per il monitoraggio digitale dei movimenti neonatali. «L’obiettivo è educare nuove capacità diagnostiche digitali, trasformando il monitoraggio in tempo reale nella pratica clinica quotidiana», dichiara la prof.ssa Arianna Aceti, coordinatrice e responsabile del progetto.
«Questa parte del progetto mira a integrare i dati clinici, le osservazioni dei general movements, le rilevazioni del movimento con sensori indossabili e le analisi video automatizzate nell’ottica di creare anche un “digital twin” dei nostri neonati prematuri per monitorare, ma soprattutto prevederne le traiettorie di sviluppo».


