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«Dopo appena una settimana, il paziente non avvertiva più alcun dolore. La seconda settimana, ci ha raccontato di essersi alzato e di aver camminato. Ora, a distanza di due anni dall’intervento, cammina ancora perfettamente».
Così Felice Occhigrossi, responsabile della UOSD Terapia del Dolore dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma, commenta il successo di un intervento svolto su un uomo di 66 anni che, a seguito di una lesione a livello delle vertebre cervicali, soffriva da tempo di una tetraparesi spastica dolorosa, ossia di debolezza e rigidità muscolare, e di un forte dolore, sia alle braccia che alle gambe, che gli impedivano di camminare.
Quello compiuto è un intervento di neuromodulazione, una tecnologia utilizzata per eliminare il dolore che consiste nell’intervenire sui nervi che innervano una specifica parte del corpo. In pratica, si modulano i segnali nervosi impedendo a quei nervi di trasmettere la sensazione dolorosa.
Quello che non si aspettavano i medici è che, come riportato in uno studio pubblicato lo scorso settembre su European Spine Journal (“Motor improvement and spasms recovery with high-frequency 10 kHz spinal cord stimulation in a patient with spastic tetraparesis: beyond pain relief”), a queste frequenze si ha un duplice beneficio, sia sul dolore che sul movimento.
Un’innovazione a 10.000 impulsi elettrici al secondo: il paziente torna a camminare
«Il paziente si era rivolto a noi perché non aveva più altre opzioni, essendo diventato resistente ad ogni tipo di farmaco contro il dolore», spiega Occhigrossi. «Abbiamo quindi deciso di impiantare un neurostimolatore midollare, a 10.000 impulsi elettrici al secondo, per cercare di trattare il dolore alle gambe. Sembra che la neuromodulazione elettrica, l’elettricità, sia in grado di attivare o disattivare alcuni geni. Questi geni che attiva o disattiva sono collegati alle vie del dolore». Il paziente ha subito ricominciato anche a camminare. «Noi ipotizziamo che l’altissima frequenza sia in grado di andare a stimolare neuroni particolari, favorendo l’inibizione delle fibre motorie».
Gli elettrodi sono stati collegati ad una batteria, simile a quella di un pacemaker, che è stata impiantata a livello sopragluteo, e il paziente dovrà tenerli per tutta la vita. «Ora effettua regolarmente i controlli di routine e segue la fisioterapia».
La sfida della selezione: non tutti i pazienti possono beneficiare della tecnologia
Ma per quali pazienti può essere possibile utilizzare questo dispositivo? «Purtroppo, questa tecnica non è adatta a tutti. La selezione avviene in base a criteri molto specifici, si deve trattare di lesioni parziali. Ad esempio, nei casi di lesione totale cervicale, che rappresentano la maggioranza di quelli che ci hanno chiamato, non è possibile intervenire.
Una lesione totale cervicale implica che il circuito nervoso è completamente interrotto e non si può fare nulla per recuperare la motilità. In questi casi, l’unica possibilità potrebbe essere una tecnologia innovativa come Neuralink di Elon Musk, che consente al paziente di interagire con dispositivi tramite stimoli cerebrali in modo wireless».
Tra i circa 40 pazienti che hanno contattato l’Istituto dopo il primo intervento e la pubblicazione dello studio, sono stati selezionati dieci candidati, «e ora stiamo ulteriormente scremando per identificare i casi idonei: attualmente stiamo valutando tre o quattro persone».
I costi elevati e le resistenze della comunità medica
L’altro ostacolo, ammette Occhigrossi, riguarda i costi: l’apparecchio più sofisticato, cioè l’alta frequenza, costa 18mila euro. «Anche se il nostro è un centro riconosciuto dalla Regione come centro di formazione e di alta specializzazione per la neuromodulazione, rimangono problemi di budget».
C’è poi un altro aspetto: «Una resistenza da parte della comunità medica», avverte il responsabile della UOSD Terapia del Dolore dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma. «Studi internazionali e alcune esperienze cliniche hanno evidenziato che la stimolazione del midollo spinale è particolarmente efficace nel trattamento della neuropatia diabetica: questa tecnica non solo allevia il dolore, ma contribuisce anche a migliorare la vascolarizzazione, portando a un significativo miglioramento del quadro clinico dei pazienti.
In alcuni casi, si è evitata la necessità di amputazioni nei pazienti con piede diabetico. In Italia però riscontriamo difficoltà nell’avviare studi clinici su larga scala in questo ambito. Una possibile causa è appunto lo scarso coinvolgimento da parte della comunità medica, forse dovuto alla novità della terapia e alla necessità di ulteriori evidenze scientifiche».
Nuove frontiere della neuroriabilitazione: verso un’era di soluzioni tecnologiche avanzate
Dell’efficacia della neurostimolazione per recuperare il movimento, e non solo come terapia del dolore per cui è nota, sono convinti anche altri specialisti: un team congiunto di medici e ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, dell’Università Vita-Salute San Raffaele (UniSR), e di bioingegneri della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa diretti ha ottenuto risultati promettenti nel trattamento delle lesioni al midollo spinale, grazie a un protocollo innovativo di stimolazione elettrica epidurale ad alta frequenza, ma rispetto allo studio romano, parliamo di frequenze più basse: 1200 hertz al secondo.
Tali risultati, relativi ad una donna di 32 anni e un uomo di 55 anni, sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Science Translational Medicine (“High-frequency epidural electrical stimulation reduces spasticity and facilitates walking recovery in patients with spinal cord injury”).
«Crediamo che la stimolazione a frequenze dell’ordine dei kiloHertz (ben maggiore di quelle utilizzate in precedenti studi), applicata nel nostro protocollo di riabilitazione, interferisca con l’iperattività spinale patologica, inibendone la trasmissione ai muscoli e riducendo di conseguenza gli spasmi» ha spiegato in una nota Simone Romeni, primo autore dello studio e ricercatore presso Ecole Polytechnique Federale di Losanna (EPFL) e l’IRCCS Ospedale San Raffaele.
«Con questi risultati possiamo pensare nuove soluzioni tecnologiche, mirate a migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità motorie e a potenziare le opportunità terapeutiche disponibili», ha aggiunto Silvestro Micera, professore presso la Scuola Superiore Sant’Anna e coordinatore dello studio.
Di estendere il campo a possibili altre applicazioni sta pensando anche Pietro Mortini, Ordinario di Neurochirurgia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele (UniSR), primario di Neurochirurgia all’IRCCS Ospedale San Raffaele e anche lui coordinatore dello studio. «Stiamo pianificando di estendere le indicazioni a diverse condizioni cliniche che definiremo nei prossimi mesi. Siamo all’inizio di una nuova, promettente era per la neuroriabilitazione motoria».


