Open innovation in oncologia ginecologica: un modello integrato, dalla ricerca alla cura

Open innovation in oncologia ginecologica: un modello integrato, dalla ricerca alla cura

di Roberta Altobelli
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Roberta Altobelli

Perché ne stiamo parlando
L’integrazione tra clinica, ricerca e industria sta ridefinendo i modelli di innovazione, aprendo la strada a percorsi sempre più personalizzati e al trasferimento più rapido delle evidenze scientifiche nella pratica clinica. Ne parliamo con Camilla Nero, ginecologa oncologa all’IRCCS Gemelli e ricercatrice all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

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Nel contesto attuale della sanità, l’innovazione non può più essere confinata a singoli ambiti, ma richiede modelli integrati capaci di mettere in dialogo competenze diverse. In questa prospettiva si inserisce il valore dell’open innovation, che consente di connettere clinica, ricerca e investimenti in un unico ecosistema orientato alla creazione di soluzioni concrete. Ne è convinta Camilla Nero, specialista in ginecologia e ostetricia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma e ricercatrice all’Università Cattolica del Sacro Cuore, che sottolinea come la capacità di tradurre il know-how scientifico in applicazioni pratiche sia oggi un elemento chiave per generare un impatto reale sui pazienti.

Dottoressa, il suo lavoro si colloca all’intersezione tra clinica, ricerca e innovazione. Cosa significa, oggi, fare ginecologia oncologica in un contesto così integrato?

«Definisco spesso la mia figura professionale come una “creatura ibrida”: è come avere due braccia, uno rivolto alla ricerca e l’altro alla clinica. Non sono una ricercatrice di base, ma comprenderne linguaggi e strumenti è essenziale per dialogare con i colleghi e contribuire alla definizione degli esperimenti; l’altro braccio è invece dedicato a diagnosi e trattamento. Il mio lavoro è quindi dinamico: dalla clinica porto alla ricerca i bisogni, le domande aperte; dalla ricerca riporto in clinica soluzioni da validare e applicare.

In questo contesto, la ricerca coincide spesso con l’innovazione: nuove tecnologie nascono da bisogni clinici e si traducono in soluzioni concrete. Io seguo questo percorso lungo tutto il suo sviluppo, con un focus particolare sugli studi clinici, dove si valuta l’efficacia delle innovazioni».

Si parla sempre più spesso di open innovation in sanità. In concreto, quali vantaggi porta un modello che mette in dialogo ospedali, università, aziende e investitori?

«A mio avviso, l’open innovation è uno dei modi più efficaci, anche se non l’unico, di interpretare la ricerca traslazionale. Significa aggiungere un terzo “braccio” a clinica e ricerca: l’industria. Lavorare a più mani permette di accelerare i processi e, spesso, migliorarne i risultati. La collaborazione con l’industria consente di co-creare e co-sviluppare, mettendo a disposizione risorse e tempi che accademia e ospedali da soli difficilmente avrebbero. Quando inserita in contesti strutturati, come grandi ospedali o poli accademici, diventa uno strumento chiave per portare rapidamente l’innovazione ai pazienti.

È anche un modello sostenibile, sia sul piano delle risorse sia su quello etico: l’innovazione solo industriale rischia di essere distante dalla clinica, mentre quella solo accademica spesso non arriva all’applicazione. Il valore dell’open innovation sta proprio nell’integrazione, che permette di trasformare più rapidamente le idee in soluzioni concrete per i pazienti».

Come si traduce il know-how scientifico nelle soluzioni concrete di cui parla? Può farci un esempio di impatto reale sui pazienti, magari tra i suoi progetti?

«Il nostro percorso nasce nel 2022 proprio in un’ottica di open innovation, con l’obiettivo di creare qualcosa di utile trasversalmente ai diversi ambiti clinici. Abbiamo avviato un programma di profilazione genomica oncologica, offrendo gratuitamente a pazienti con neoplasie solide (11 tipologie) un’analisi su oltre 500 geni. Questo ha generato valore sia clinico, per le decisioni terapeutiche, sia di ricerca, creando un database di oltre 7mila pazienti e permettendo studi su biomarcatori predittivi e prognostici, ottimizzando al contempo le risorse.

Successivamente, abbiamo integrato la biopsia liquida, scegliendo un partner industriale per garantire affidabilità e riproducibilità. Dal dicembre 2025 è attivo un programma che, in sinergia con l’analisi tissutale, consente un monitoraggio longitudinale della malattia, con l’obiettivo di costruire basi di dati utili a future decisioni cliniche. In questo contesto, io e il mio gruppo abbiamo proposto uno studio sul tumore ovarico iniziale: la chemioterapia dopo l’intervento chirurgico è stato dimostrato produrre un beneficio clinico ma solo su alcune pazienti generando quindi una quota importante di “overtreatment” o trattamento non necessario.

L’idea è utilizzare la biopsia liquida per identificare la malattia minima residua e guidare la scelta terapeutica, evitando trattamenti non necessari. Il progetto, finanziato da Fondazione AIRC, è in fase di sviluppo e ha già suscitato interesse a livello europeo. Anche in questo caso, la collaborazione con l’industria è stata cruciale, consentendo accesso a test di elevata qualità, dotati di requisiti regolatori difficilmente raggiungibili in ambito esclusivamente accademico, garantendo riproducibilità e la solidità ai risultati della ricerca»

Nella ricerca traslazionale, quanto siamo vicini a una medicina realmente personalizzata nei tumori ginecologici e quali innovazioni vede più promettenti nei prossimi anni?

«Oggi siamo più vicini alla medicina di precisione che a quella realmente personalizzata: anche colpendo il bersaglio giusto, il trattamento non è detto che sia adatto alla singola persona, perché entrano in gioco exposoma, stile di vita, comorbidità e dimensione psicologica. Integrare tutte queste variabili è ancora complesso, ma l’intelligenza artificiale potrà probabilmente aiutarci in futuro. La medicina di precisione ha fatto, invece, grandi progressi grazie alla genomica, ma resta limitata l’integrazione dei biomarcatori predittivi: molti farmaci vengono approvati per popolazioni ampie, perdendo specificità.

Oggi la frontiera è rappresentata dagli ADCs (Antibody-Drug Conjugates), che veicolano la chemioterapia direttamente nelle cellule tumorali tramite bersagli specifici, rendendo cruciale una corretta selezione dei pazienti. In prospettiva, la teragnostica rappresenta una importante innovazione, in quanto integrerà diagnosi e terapia con imaging avanzato per mappare l’eterogeneità tumorale e guidare trattamenti mirati. A lungo termine, la sfida principale resta la prevenzione, intervenendo soprattutto sui fattori non genetici per ridurre il rischio di malattia».

In uno scenario sempre più tecnologico, come cambia il rapporto medico-paziente? L’innovazione può migliorare anche l’esperienza di cura, oltre agli esiti clinici?

«Oggi siamo nell’era del patient empowerment: le pazienti sono più consapevoli, fanno scelte informate e si affidano non solo al singolo medico ma ai centri di eccellenza. Anche grazie alle associazioni, il rapporto è diventato più collaborativo, basato su fiducia e complicità. In questo contesto, l’onestà è centrale: soprattutto negli studi clinici, dove esistono incertezze, è fondamentale costruire un’alleanza chiara con la paziente, condividendo il percorso. Sempre più, accanto all’efficienza garantita da tecnologie e algoritmi, sarà la dimensione umana, fatta di empatia e capacità di prendersi cura, a fare la differenza. Anche quando non si può guarire, si può sempre accompagnare la persona nel suo percorso, evitando che si senta sola».

Se dovesse indicare una priorità per il futuro dell’oncologia ginecologica in Italia, quale sarebbe?

«Le priorità vanno distinte per tumore. Nella cervice uterina, la priorità è la vaccinazione: i dati mostrano una forte riduzione dell’incidenza, quindi serve investire in educazione precoce e coinvolgere le famiglie, dato che la vaccinazione va fatta prima dell’inizio dell’attività sessuale. Per il tumore dell’endometrio, le priorità sono due: educazione genetica e obesità. Conoscere la propria storia familiare, l’albero genealogico, è il primo strumento di prevenzione.

Nel tumore dell’ovaio, oltre all’anamnesi familiare, è cruciale comprendere meglio l’oncogenesi non ereditaria e sviluppare strumenti di diagnosi precoce. Oggi la diagnosi è spesso tardiva e, sebbene le terapie abbiano migliorato la gestione, si parla più di cronicizzazione che di guarigione. La vera sfida è intercettare la malattia in fase iniziale».

Guardando al suo percorso e a quanto abbiamo discusso, c’è un messaggio o una riflessione finale che vorrebbe condividere?

«È importante dire che io rappresento solo una parte di un sistema molto più ampio: per fare bene questo lavoro servono molti ingredienti. Innanzitutto una grande scuola, che formi sul piano scientifico e umano; un team motivato, composto da molte persone, spesso giovani, unite dall’impegno quotidiano. E, non meno importante, il supporto della famiglia, fondamentale per sostenere una professione così impegnativa. In sintesi, anche le esperienze di eccellenza sono sempre il risultato di un ecosistema complesso: da soli non si va lontano».

Image by Michal Jarmoluk from Pixabay

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