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«Un ecosistema dell’innovazione davvero vitale ha bisogno di una governance capace di anticipare i cambiamenti, non semplicemente di reagire a essi». È questo uno dei passaggi centrali del report, pubblicato lo scorso 12 maggio, del Nuffield Council on Bioethics, che invita il Regno Unito a colmare le lacune normative emerse attorno agli organoidi neurali, modelli tridimensionali ottenuti da cellule staminali che imitano aspetti dello sviluppo e della funzione cerebrale umana.
Il lavoro, dal titolo “Neural organoids – Ethical and governance considerations”, porta all’attenzione il rischio che l’assenza di norme specifiche possa compromettere non solo la fiducia pubblica nella ricerca scientifica, ma anche la capacità di sostenere innovazione e progresso biomedico nel lungo periodo.
Ed è una riflessione che si estende anche oltre ai confini UK: il tema di una governance più “anticipatoria” delle tecnologie emergenti si sta progressivamente facendo spazio anche nel dibattito scientifico internazionale, mentre strumenti come gli organoidi cerebrali avanzano più veloci delle regole che dovrebbero accompagnarli.
Che cosa sono gli organoidi neurali
Gli organoidi neurali vengono sviluppati in laboratorio guidando cellule staminali a organizzarsi in strutture 3D che replicano alcuni processi dello sviluppo cerebrale umano. Una tecnologia ancora sperimentale ma promettente per lo studio di malattie neurologiche e neurodegenerative come Parkinson, Alzheimer e autismo.
Spesso vengono chiamati “mini-cervelli”, una definizione contestata però dalla comunità scientifica. «Sono strutture nervose ben lontane dall’essere mini-cervelli. Sono sistemi biologici semplificati che riproducono alcune caratteristiche cellulari e circuiti del sistema nervoso», ci spiega Alessandro Fiorenzano, professore dell’Università Federico II di Napoli e ricercatore associato all’Università di Lund, in Svezia, tra i pionieri nella generazione di quelli che, sottolinea, «è preferibile chiamare brain organoids o, appunto organoidi cerebrali, per non alimentare semplificazioni fuorvianti».
Il valore scientifico di questi oggetti risiede soprattutto nel fatto che il cervello umano resta un organo difficile da studiare direttamente. «Per la prima volta riusciamo a ricapitolare in vitro qualcosa che sarebbe per noi inaccessibile», afferma il ricercatore. Gli organoidi permettono di osservare meccanismi biologici specificamente umani, aprendo nuove possibilità nella comprensione delle malattie neurologiche e nello sviluppo di farmaci più mirati. Inoltre, potrebbero contribuire, almeno in parte, a ridurre i test sugli animali nella ricerca biomedica.
Lo stato dell’arte
Il campo della ricerca sugli organoidi cerebrali ha subito una fortissima espansione nell’ultimo decennio e sono molti oggi i laboratori che stanno lavorando per trasformarli in modelli sempre più maturi, stabili e riproducibili.
Uno dei filoni più promettenti riguarda la possibilità di svilupparli a partire dalle cellule dello stesso paziente, ottenute per esempio attraverso un semplice prelievo di sangue, per testare direttamente farmaci su modelli biologici “su misura”. «Andiamo verso un futuro di medicina personalizzata», spiega Fiorenzano.
La strada verso applicazioni cliniche diffuse, però, è ancora lunga. «Uno dei principali ostacoli è la variabilità sperimentale», osserva il ricercatore. «Organoidi sviluppati in laboratori diversi, o persino nello stesso esperimento, possono evolvere in modi differenti, rendendo più difficile ottenere risultati uniformi e confrontabili».
Un altro limite riguarda la maturazione: molti organoidi rappresentano stadi molto precoci dello sviluppo cerebrale e non raggiungono livelli di organizzazione e funzionalità tipici del cervello. Nonostante questo, nel giro di una decina d’anni potrebbero diventare strumenti sempre più presenti nei clinical trial e nello screening farmacologico.
Le questioni etiche e i vuoti normativi
È la rapidità con cui la ricerca sugli organoidi neurali sta procedendo ad aver spinto il Nuffield Council on Bioethics, ente indipendente di riferimento per la bioetica nel Regno Unito, a chiedere nuove regole e una governance anticipatoria, e non semplicemente reattiva, per le biotecnologie emergenti.
Secondo il rapporto, modelli sempre più sofisticati potrebbero infatti porre nuove questioni etiche: la possibilità (per ora solo teorica) che gli organoidi sviluppino forme sempre più complesse di attività cerebrale, o l’utilizzo di tessuti neurali umani negli animali da laboratorio; scenari che possono alimentare narrazioni fantascientifiche anche se, allo stato attuale della ricerca, restano lontani.
«Se si impiantano brain organoids di tessuto umano negli animali di laboratorio è esclusivamente per mantenerli vitali e consentirne la maturazione grazie alla vascolarizzazione dell’animale ospite, cioè esclusivamente per esigenze sperimentali», sottolinea Fiorenzano. «Non certo per creare chimere né per finalità applicative».
Non si tratta quindi di affrontare un’emergenza, che di fatto non c’è, quanto evitare di arrivare impreparati a una tecnologia che evolve rapidamente, commenta il ricercatore, che concorda con l’esigenza di costruire regole e linee guida prima che si creino vuoti normativi o conflitti. «La tecnologia sta avanzando più rapidamente delle linee guida etiche e regolatorie».
Organoidi e rapporto tra scienza e società
Per il Nuffield Council, i rischi non riguardano soltanto la regolamentazione della ricerca, ma anche la stessa fiducia pubblica nella scienza. Nelle sue raccomandazioni il gruppo di lavoro insiste sulla necessità di maggiore trasparenza, standard condivisi tra i laboratori del settore, processi di consenso informato che tengano il passo della ricerca e di investire nel coinvolgimento pubblico attorno alle biotecnologie emergenti.
«Il rischio è di ripetere quanto già accaduto in passato con le cellule staminali, quando il dibattito pubblico e politico si è trovato spesso impreparato di fronte all’innovazione», avverte Fiorenzano. «Molti cortocircuiti avvengono perché non ci siamo parlati per anni». Per lo scienziato il problema non è solo del Regno Unito, bensì internazionale, con un contesto italiano ulteriormente in ritardo, soprattutto rispetto ai paesi nordeuropei, sul piano della percezione pubblica e della regolamentazione delle tecnologie più sensibili.
«È necessario portare il discorso fuori dai laboratori», sostiene. Un lavoro che implica dialogo continuo con cittadinanza, istituzioni e politica, prima che siano paure, polarizzazioni o polemiche a dettare il ritmo del dibattito sulle nuove biotecnologie.


