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Quando ha messo piede per la prima volta al Karolinska Institutet di Stoccolma, Paolo Ceriani ha provato una sensazione che stenta a tradurre in parole. «Non mi sembrava vero. Non è stato immediato realizzare che mi trovavo proprio nel tempio della scienza biomedica. Un istituto di eccellenza dove la ricerca è strettamente connessa alla clinica e hai l’opportunità di lavorare gomito a gomito con scienziati, scienziate, clinici e pazienti».
L’obiettivo: fondare una startup
26 anni, nato a Barzio (Lecco), Paolo Ceriani è al secondo anno della magistrale in biomedicina e al Karolinska sta costruendo il suo percorso con un obiettivo chiaro: «voglio contribuire a mettere a punto un vaccino terapeutico per il carcinoma ovarico e creare la mia startup, affinché la ricerca si trasformi in innovazione che possa cambiare la vita dei pazienti e dei loro familiari».
Fondato nel 1810, il Karolinska Insitituet è uno dei più importanti atenei e centri di ricerca al mondo per le discipline biomediche. «Qui si assegna ogni anno il premio Nobel per la medicina». Accedere non è banale: «per il mio corso c’erano più di 880 domande per 50 posti». L’ambiente è internazionale: «i colleghi e le colleghe del mio anno arrivano da tutto il mondo: siamo di 23 nazionalità diverse». E stimolante: «siamo continuamente incitati a fare del nostro meglio. Appena arrivati ci è stato detto: studiare è importante, ma fate anche altro. E il calendario accademico è strutturato per permetterlo».
La determinazione che nasce dalla storia familiare
Nella top ten tra gli under 25 italiani con maggiore potenziale in bioscience e healthcare secondo Nova111, network che vuole valorizzare il talento in settori chiave dell’economia, la determinazione di Paolo Ceriani nasce dalla sua storia familiare.
«Avevo venti anni quando a mia mamma è stato diagnosticato il tumore. L’ho accompagnata a fare terapia a Milano una volta a settimana, per sette mesi».
Liceo classico a Lecco, triennale in biologia alla Bicocca di Milano. L’idea di proseguire la sua formazione e muovere i primi passi nel mondo della ricerca in un contesto internazionale nasce anche su suggerimento dello zio Giosuè, medico.
La notizia dell’ammissione arriva a marzo (2024), si laurea a luglio (con un lavoro sulle cellule CAR-T nel tumore ovarico) e per Stoccolma parte ad agosto, dopo una tappa negli Stati Uniti.
«Da marzo e giugno ho lavorato alla Temple University di Philadelphia, su un progetto di ricerca sul tumore mammario e ho contribuito a identificare una nuova proteina, potenziale bersaglio terapeutico. Serviranno ovviamente altri studi, ma già averla individuata può aprire la strada alla ricerca di nuovi potenziali farmaci».
Il Karolinska: una palestra per imparare a fare ricerca clinica
Adesso al Karolinska si occupa di immunoterapia. «Studio l’immunologia e la biologia dei tumori. Lavoriamo con i campioni dei pazienti, possiamo partecipare ai trial clinici». E così la formazione lo porta dalle aule universitarie alle corsie e ai laboratori dell’ospedale. È una palestra in cui allenarsi a fare ricerca clinica. Ceriani la paragona a un «parco giochi», per chi come lui è motivato a sperimentare, mettersi alla prova, imparare a fare e dare il proprio meglio.
«Durante il tirocinio in ospedale ho lavorato sul neuroblastoma, il tumore più comune nella prima infanzia, e a breve pubblicheremo i risultati del nostro lavoro sulla rivista Molecular Oncology». Ora è coinvolto in uno studio clinico sull’ascite nei pazienti oncologici. «Stiamo cercando di capire come l’ascite nel tumore ovarico moduli le cellule tumorali, la loro migrazione. E se il liquido che si accumula nella cavità addominale può essere un marker prognostico». L’obiettivo è ambizioso: «andare avanti con la sperimentazione e arrivare a un vaccino terapeutico».
Il carcinoma ovarico è il tema della sua tesi. «Nel 90% dei casi viene diagnosticato quando è già in fase avanzata. Mia mamma era al terzo-quarto stadio. A quel punto il range di cure è limitato». Per questo, dice, la sfida vera è intercettare il tumore prima. «Quando lo individui in fase iniziale, le opzioni terapeutiche aumentano moltissimo. Questo vale per molti tumori».
Alla ricerca continua di nuovi stimoli e nuove sfide, Paolo Ceriani si sta concentrando anche sulla meccanobiologia, per comprendere come le forze meccaniche e le proprietà fisiche dell’ambiente cellulare (rigidità, tensione, ecc.) influenzano funzione, destino e patologia delle cellule. «Il corpo umano non è a tenuta stagna. Le proprietà fisiche di cellule e tessuti contano». Studia quindi come forma e dimensione delle cellule tumorali ne influenzino la capacità di migrare e invadere altri tessuti. «Anche la viscosità dell’ascite gioca un ruolo nell’aiutare o meno le cellule tumorali ad aderire ai tessuti e invaderne altri».
Comunicare per andare oltre il tabù
All’attività di laboratorio, Ceriani affianca la comunicazione. «Tre anni fa, il 30 marzo, giorno del compleanno di mia mamma, ho lanciato onkologik.com». Un sito di divulgazione. «Quando ti trovi davanti ai referti ma anche ai medici, non sempre tutto è chiaro. E questo alimenta ulteriore ansia e paura». L’idea è semplice: parlare di cancro in modo rigoroso e comprensibile e rendere accessibile le nuove frontiere della ricerca oncologica «per abbattere il tabù del “brutto male”». «Una persona su due – ricorda – si ammala di cancro, ma oggi la ricerca sta facendo passi da gigante. Non parlarne è controproducente».
Il prossimo giugno discuterà la tesi di laurea, poi l’attende il dottorato. Nel frattempo sta ponendo le prime basi al suo progetto di startup. «Ho partecipato, a Copenhagen, alla winter school con Novo Nordisk e Novartis: una tre giorni di formazione su sviluppo e regolamentazione dei farmaci e il market access, aspetto fondamentale perché un farmaco può essere rivoluzionario ma se non arriva a chi ne ha bisogno non fa nessuna rivoluzione». E fa parte di Nucleate, «network biotech nato tra MIT e Harvard, che aiuta chi fa ricerca a tradurre la scienza in impresa. Perché la scienza non deve essere fine a se stessa. Va bene pubblicare, ma voglio poter arrivare ad avere un impatto tangibile sui pazienti oncologici».


