|
Getting your Trinity Audio player ready... |
Prevenire la carenza di vitamina B12 nei neonati riduce (anche) i costi sanitari.
Simona Ferraro sintetizza così l’importanza dello studio condotto dal Dipartimento di Pediatria dell’Ospedale Buzzi di Milano, diretto dal professor Gianvincenzo Zuccotti, e pubblicato sulla rivista Clinical Chemistry and Laboratory Medicine: Vitamin B12 deficiency in newborns: impact on individual’s health status and healthcare costs.
«Queste evidenze sono importanti per migliorare i percorsi clinico-assistenziali e allocare meglio le risorse del sistema sanitario» osserva la patologa clinica e dirigente biologa presso la Struttura Complessa Screening Neonatale, Genomica Funzionale e Malattie Rare.
Deficit di vitamina B12
Il deficit di vitamina B12 può causare ritardo nella crescita del neonato e gravi danni neurologici, se non tempestivamente identificato alla nascita mediante screening neonatale, e non immediatamente trattato nelle Unità di malattie metaboliche.
L’identificazione precoce della carenza di vitamina B12 nei neonati è dunque importante «per l’identificazione di condizioni carenziali prima dell’avvento dei sintomi clinici», spiega Ferraro.
Durante la gestazione, infatti, le riserve vitaminiche non servono soltanto per il mantenimento del benessere del corpo materno ma anche per la crescita e lo sviluppo del feto. «Motivo per cui deve esserci un’attenzione molto alta sul monitoraggio dei metaboliti essenziali che, durante la gravidanza, possono andare incontro a una riduzione veloce».
Lo studio del Buzzi sulla carenza di vitamina B12
Su 146.470 neonati sottoposti a screening neonatale dal novembre 2021 al dicembre 2023, il Centro di Screening Neonatale, Genomica Funzionale e Malattie Rare del Buzzi, riferimento regionale per lo screening neonatale, diretto da Cristina Cereda, ha identificato 87 neonati con livelli alterati dei biomarcatori del metabolismo della cobalamina compatibili con una carenza di vitamina B12.
«Abbiamo condotto uno studio di popolazione sui neonati, circa 150mila, sottoposti a screening in questo arco temporale» spiega Ferraro. Lo screening neonatale rappresenta uno dei principali programmi di medicina preventiva pubblica, che testa una serie di biomarcatori con una piccola puntura da tallone.
«Il Programma di Screening Neonatale effettuato su tutti i nati è il più importante programma di prevenzione sanitaria e, in Regione Lombardia, evidenzia 53 malattie, oltre al deficit di vitamina B12, giocando un ruolo fondamentale nella salute dei bambini» puntualizza la professoressa Cereda. «È un test non invasivo – continua Ferraro – che consente, col prelievo di una goccia di sangue, di testare tanti biomarcatori diversi, per identificare malattie metaboliche, disordini endocrinologici, spesso su base genetica, estremamente rari e severi, ma trattabili, come l’ipotiroidismo congenito, la fibrosi cistica e la fenilchetonuria. Sono malattie da trattare immediatamente perché, se non trattate, possono nella maggior parte dei casi causare la morte o processi neurodegenerativi già a partire dal primo mese di vita. Tangenzialmente, con lo screening neonatale viene identificata anche la carenza nutrizionale di B12». Non si tratta di una malattia metabolica, ma di una carenza di origine materna che viene intercettata perché va ad alterare gli stessi biomarcatori delle malattie metaboliche. «Sappiamo però da ampie evidenze della letteratura che il deficit di vitamina B12 nel neonato causa gravi alterazioni del neurosviluppo e motorie».
Quanto costa diagnosticare e trattare il deficit nei neonati al SSN?
Nello studio, il team del Buzzi ha caratterizzato l’incidenza della carenza di B12 nei neonati e stimato i costi per il SSN associati alla diagnosi clinica e al trattamento dei neonati. «Si parla di circa 190mila euro all’anno per tutti i casi» riferisce Ferraro.
Il costo è dovuto alla grande quantità di biomarcatori da testare per poter procedere alla diagnosi precoce e al successivo monitoraggio terapeutico. «Inoltre, si esegue un secondo cartoncino per il test di conferma nel laboratorio di screening neonatale e si procede poi con valutazioni biochimiche su prelievo ematico, su mamma e neonato. Se si identificano biomarcatori alterati che indicano un deficit di B12, allora si procede con il trattamento: la supplementazione orale e intramuscolare di idrossocobalamina e acido folico, a cui segue la fase di monitoraggio per valutare se le riserve vitaminiche si rigenerano». Quindi altri test. E il costo elevato è dovuto proprio ai test per l’identificazione e il monitoraggio di mamma e bambino: batterie di marcatori e di analisi biochimiche di laboratorio per accertare che i valori vitaminici rientrino nella normalità. «La supplementazione, invece, ha un costo minimo».
Ci si potrebbe chiedere allora perché non si proceda con la supplementazione di vitamina B12 durante la gravidanza come con l’acido folico. Ma Ferraro chiarisce che bisogna fare sempre molta attenzione agli eccessi vitaminici, «e supplementare chi non ha un deficit conclamato non è comunque costo-efficace». In particolare un eccesso di B12 da supplementazione materna potrebbe interferire, in fase di screening neonatale, con l’identificazione precoce dei deficit di cobalamina su base genetica, su cui è necessario effettuare un trattamento repentino.
Dai dati di laboratorio a nuovi protocolli sanitari
«Questo studio – sottolinea Ferraro – testimonia come l’ospedale possa essere anche uno straordinario osservatorio per contenere i costi sanitari e caratterizzare trend epidemiologici e demografici in evoluzione».
Da un lato, infatti, mette in evidenza un aumento negli ultimi anni del deficit di B12 nei neonati.
«Eseguendo lo screening neonatale su tutti i bambini che nascono abbiamo un quadro chiaro sulla natalità. Possiamo ricavare per esempio informazioni sulle fasce di età delle mamme e sull’etnia, che è un fattore importante quando si lavora sulle malattie metaboliche. Per esempio, alcune abitudini alimentari o il matrimonio tra consanguinei aumentano il rischio di alterazioni. E nel caso delle alterazioni biochimiche compatibili con una carenza di B12, i casi di deficit che abbiamo osservato nell’arco di tre anni riguardano soprattutto donne di origine asiatica, che anche in gravidanza mantengono abitudini alimentari che possono causare carenze vitaminiche (effetti potenziali di una dieta vegana o vegetariana se non bilanciata)».
Dall’altro, continua Ferraro, i risultati ottenuti possono essere utili per i laboratori di patologia clinica, per individuare il miglior test per identificare e monitorare la carenza di vitamina B12 e soprattutto la miglior strategia di utilizzo del test stesso; per chi lavora in clinica, per gestire al meglio la supplementazione in mamma e neonato; e per i policy maker che devono valutare quali azioni preventive promuovere.
La principale causa del deficit riscontrata nello studio è nutrizionale: un’assunzione di vitamina B12 inferiore al livello di assunzione indicato per la gravidanza (2,6 mcg/die).
La terapia precoce, come ha riscontrato il team, oltre a normalizzare i valori di B12 e dei biomarcatori correlati, ha lo scopo di prevenire le conseguenze neurologiche e i ritardi motori.
L’elevata frequenza di assunzioni alimentari inadeguate evidenzia allora la necessità di una maggiore sensibilizzazione e attenzione verso le abitudini alimentari in gravidanza per una efficace prevenzione e per migliorare le politiche di sanità pubblica.
«Dal nostro studio emerge che i neonati con deficit vitaminici hanno un rischio alto di nascere pretermine, quindi maggiormente esposti a fragilità cardiovascolari o più in generale a maggiori rischi per la salute, e già questo dovrebbe spingere i policy maker ad adottare politiche di gestione della carenza di vitamina B12 che, come dicevamo, incide sul neurosviluppo».
Bisognerebbe predisporre, dunque, secondo Ferraro, un percorso di raccomandazioni per valutare i valori di B12 nella donna che vuole avere figli e monitorare lo stato vitaminico in gravidanza, e per trattare opportunamente le mamme con deficit per evitare condizioni di ipo e ipervitaminosi.
La supplementazione di B12 va infatti monitorata per evitare ipervitamonisi. Ma per strutturare un modello ottimale di gestione diagnostica e clinica e per identificare, trattare e monitorare le donne in gravidanza con basso contenuto di B12 sono necessari ulteriori studi.
«Si consideri per esempio che per i test di laboratorio della vitamina B12 si adottano metodi diversi che possono portare a risultati diversi, quindi bisogna lavorare per cercare di armonizzare i risultati e capire se la soglia internazionale cui si fa riferimento per definire se una donna è in deficit possa essere generalizzata o debba essere aggiustata per i vari metodi. Noi stiamo lavorando anche su questo fronte. Ma bisogna lavorare su più livelli: e abbiamo intenzione di strutturare un trial clinico in modo da arrivare a una raccomandazione da inserire nelle Linee guida supportata da evidenze scientifiche molto forti».
Studiare le malattie metaboliche pediatriche nello spazio
Intanto, il gruppo della Pediatria del Buzzi ha appena presentato allo IAC 2024, il 75° Congresso astronautico internazionale che si è appena svolto a Milano, l’idea di legare la ricerca spaziale allo studio delle malattie metaboliche pediatriche. «Parliamo di malattie estremamente complesse, estremamente rare ed estremamente severe» ribadisce Ferraro. «I bambini se non trattati muoiono o hanno problemi neurologici e neuropsichiatrici molto gravi. Lo spazio ci può venire in aiuto, perché durante diverse missioni spaziali sono state già studiate su modelli animali le alterazioni che caratterizzano le malattie metaboliche: alterazioni del citoscheletro, alterazioni mitocondriali, lo stress ossidativo ecc. Finora la ricerca spaziale ha posto grande attenzione alla comprensione dei processi di invecchiamento ma ci sono le basi per studiare anche le malattie pediatriche metaboliche valutando gli effetti di una accelerazione metabolica indotta dallo spazio. Si tratta di focalizzare bene gli esperimenti e adesso abbiamo la possibilità di lavorare sulle cellule staminali e sugli organoidi, che sono modelli estremamente vantaggiosi e preziosi, perché consentono di mimare le alterazioni che caratterizzano queste malattie nei bambini».
Allo IAC, l’idea del team Buzzi ha riscontrato un forte interesse: «Ora bisognerà lavorare insieme per costruire la parte sperimentale» conclude.


