Tumore del pancreas, perché la vera sfida è diagnosticarlo prima

Tumore del pancreas, perché la vera sfida è diagnosticarlo prima

di Alessandra Romano
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Alessandra Romano

Perché l’abbiamo scelta 
La chirurga Isabella Frigerio è la presidente eletta dell’European-African Hepato-Pancreato-Biliary Association. Ci spiega perché diagnosi preclinica, intelligenza artificiale e medicina personalizzata sono le principali frontiere dell’innovazione nel trattamento del tumore al pancreas.

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È la presidente eletta della European-African Hepato-Pancreato-Biliary Association (E-AHPBA) e nel 2016 ha fondato l’associazione italiana di donne in chirurgia, Women In Surgery (WIS) Italia. «Promuovere il riconoscimento delle donne che lavorano in ambito chirurgico e che ad oggi costituiscono il 50% della workforce è fondamentale», perché i pregiudizi possono diventare un ostacolo alla formazione e alla piena valorizzazione del talento delle donne in sala operatoria, compromettendo di conseguenza la qualità del servizio sanitario. «Così come è fondamentale rafforzare le unità specialistiche e investire in strumenti diagnostici sempre più precoci».

Chirurga dell’Unità di chirurgia epato-bilio-pancreatica dell’Ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda, centro di riferimento nazionale per la diagnosi e la cura dei tumori del pancreas, Isabella Frigerio è la nostra innovatrice del mese.

Le principali frontiere dell’innovazione nel trattamento del tumore al pancreas, che è uno dei tumori a prognosi più severa, si muovono secondo Frigerio su due piste. «Da un lato la diagnosi preclinica, cioè intercettare la malattia prima che si manifesti clinicamente: e per questo confidiamo molto in tecnologie come la radiomica e tecniche di biologia molecolare applicabili nella biopsia liquida, per individuare frammenti di cellule tumorali in fase molto precoce. Dall’altro, la possibilità di individuare, sempre grazie alla radiomica, lesioni pancreatiche microscopiche, non solo macroscopiche».

La combinazione dunque di tecnologie innovative potrebbe cambiare radicalmente lo scenario e consentire il riconoscimento di ogni singolo paziente come un caso a sé, «in quanto l’adenocarcinoma del pancreas è una malattia con mille profili diversi».

Dottoressa, secondo l’Associazione Italiana di Oncologia Medica, nel 2024 in Italia sono stati stimati 13.585 nuovi casi di tumore del pancreas, di cui 6.873 tra gli uomini e 6.712 tra le donne. Perché è considerato tra i più aggressivi?

«Il tumore del pancreas è da sempre considerato fra i più aggressivi e si prevede che diventi la seconda causa di morte per tumore da qui al 2030. Viene definito il silent killer perché i sintomi a cui si associa, soprattutto nelle fasi iniziali, sono aspecifici e spesso vengono confusi con problematiche molto più banali, da un mal di stomaco persistente a un mal di schiena o un calo di peso. Fattori difficili da interpretare per indirizzare il paziente verso un percorso alla ricerca di una problematica pancreatica.

Quando però iniziano a presentarsi insieme, dovrebbero far scattare un campanello d’allarme. Purtroppo, succede raramente e questo è uno dei motivi per cui la diagnosi in questo tipo di malattia spesso è in fasi già avanzate».

Cosa può aiutare nella prevenzione?

«Se parliamo di prevenzione primaria, la riduzione dei fattori di rischio quali il fumo, l’alcol, uno stile di vita poco sano, cioè con poca attività fisica, l’obesità, abbondante consumo di carni rosse, per quanto quest’ultimo non sia correlato al pancreas nello specifico, l’eccessivo consumo di zuccheri. Anche il diabete inoltre può essere causa (e conseguenza) del tumore. Per la prevenzione secondaria, ovvero l’identificazione precoce di una malattia che però è già in essere, uno screening del tumore pancreatico vero e proprio non esiste, se non per quella fascia di popolazione considerata a rischio maggiore.

Parliamo di chi ha una familiarità importante, mutazioni genetiche predisponenti o una pancreatite cronica. In questo caso il CA199, che è un marker tumorale ma non solo del tumore pancreatico, se affiancato da un esame di imaging addominale come la risonanza magnetica, potrebbe costituire un primo livello di screening nelle persone a rischio».

Dal prossimo anno inizierà il suo mandato come presidente dell’E-AHPBA, associazione internazionale che lavora per armonizzare la formazione e definire standard clinici condivisi: quali saranno le sue priorità?

«Il mandato inizierà ufficialmente nella primavera del 2027, in occasione del congresso biennale della società che si svolgerà ad Amburgo, tra maggio e giugno. I filoni principali di lavoro saranno formazione ed educazione chirurgica nell’area coperta dall’associazione, cioè Europa, Africa e Medio Oriente; e la promozione di ricerche scientifiche multicentriche e internazionali che rispondano ai quesiti ancora insoluti nell’ambito della patologia epato-bilio-pancreatica e dell’adenocarcinoma pancreatico.

Un ulteriore obiettivo importante sarà rendere le linee guida per le malattie pancreatiche, attualmente modellate soprattutto sui paesi occidentali, applicabili a livello globale, quindi, anche a contesti di paesi low e middle income. L’European-African Hepato-Pancreato-Biliary Association rappresenta una comunità incentrata su innovazione, produzione scientifica, attività educativa, divulgazione di programmi inerenti alle patologie del fegato e del pancreas. Uno degli obiettivi è quello di unificare, per quanto possibile, vista la variabilità a livello dei singoli paesi, i programmi di formazione. L’idea è garantire standard qualitativi condivisi, così che i titoli di super-specializzazione possano avere valore anche oltre i confini nazionali».

Lei quando ha capito che la chirurgia del pancreas sarebbe stata la sua strada e quali tappe hanno segnato la sua crescita?

«Quando ho iniziato a frequentare il reparto di chirurgia durante gli studi al San Raffaele di Milano, allora diretto dal professor Valerio Di Carlo: un maestro di chirurgia, si occupava anche di chirurgia pancreatica. Poi ho vinto il concorso per la scuola di specializzazione all’Università di Verona, nel reparto allora diretto dal professor Pietro Pederzoli, pioniere della chirurgia pancreatica in Italia. Da lì il percorso si è definito in modo naturale».

Dottoressa, domanda d’obbligo per la nostra innovatrice del mese. Cosa significa per lei innovazione?

«Penso all’intelligenza artificiale applicata alla chirurgia. Circa un anno fa, con un gruppo di chirurghi guidati dal professor Andrew Gumbs, abbiamo fondato l’associazione Aions, impegnata a promuovere l’integrazione responsabile dell’IA in chirurgia che diventerà, probabilmente, sempre meno manuale. Si tratta di un progetto futuristico, che ha l’obiettivo di esplorare da qui ai prossimi dieci anni quelle che saranno le possibilità di applicazione di sistemi di intelligenza artificiale nel nostro lavoro, di definire l’intelligenza artificiale al servizio della Next Generation Surgeon».

E quale innovazione potrebbe davvero fare la differenza nel trattamento del tumore del pancreas?

«La priorità resta la diagnosi preclinica. Se riuscissimo a individuare la malattia prima che diventi clinicamente evidente, cambieremmo radicalmente la storia naturale del tumore. Ma esistono diverse frontiere ancora da oltrepassare. La vera innovazione sarà nella combinazione di diverse tecnologie e nella personalizzazione della cura. La terapia ideale sarebbe non tanto quella che evita alla malattia di propagarsi, ma quella che fa regredire la cellula tumorale a uno stato di inerzia. Forse, un giorno non ci sarà più bisogno di ricorrere alla chirurgia, ma avremo terapie mirate, efficaci solo sulle cellule malate».

A proposito di terapie innovative, recentemente lo studio del gruppo del Centro Nacional de Investigaciones Oncológicas guidato da Mariano Barbacid, pubblicato su PNAS, ha suscitato grande fermento a livello mediatico, alimentando non poca confusione e false speranze, sul successo di una terapia sperimentale che, combinando tre farmaci, ha ottenuto regressioni marcate nei modelli animali di adenocarcinoma duttale del pancreas. Cosa dobbiamo ricavare dai risultati ottenuti?

«Nel concreto, nulla di immediatamente applicabile. Si tratta di studi preclinici, cioè di laboratorio. Su clinicaltrial.gov, il sito dove sono raggruppati tutti gli studi clinici in essere in questo momento sull’adenocarcinoma del pancreas, si può facilmente vedere come la ricerca stia percorrendo molte strade parallele. È un passo importante, ma non è la cura del tumore del pancreas: per diventarlo bisogna passare alla fase clinica sugli esseri umani e validare i risultati».

Insomma troppo rumore per nulla. O meglio: un invito alla cautela prima di poter parlare di una svolta terapeutica per i pazienti. Per i non addetti ai lavori, come orientarsi per capire se quello che si sta leggendo è attendibile o meno?

«Il primo consiglio è quello di verificare la fonte dell’informazione e risalire alla fonte principale. Ma più che per la popolazione generale il mio messaggio è per chi la notizia la dà, cioè per i giornalisti. L’obiettivo dovrebbe essere non fare scalpore, ma dare un’informazione più fedele possibile alla realtà. Se la notizia non viene proposta come cura miracolosa, ma come premessa per futuri studi clinici promettenti sulla cura del tumore del pancreas, fornendo importanti risultati di laboratorio, non si creano false speranze. Ma bisogna chiarire che il passaggio dai risultati di laboratorio alla pratica clinica è un percorso lungo».

Keypoints

  • 13.585 nuovi casi nel 2024 in Italia: il tumore del pancreas resta tra i più letali per diagnosi tardiva e bassa sopravvivenza a 5 anni.
  • Radiomica, biopsia liquida possono cambiare radicalmente prevenzione e trattamento consentendo di intercettare la malattia prima dei sintomi.
  • La cura sarà sempre più personalizzata: ogni adenocarcinoma ha profili biologici diversi
  • Formazione e centralizzazione contano: la chirurgia epato-bilio-pancreatica richiede centri ad alta specializzazione e standard condivisi a livello europeo.
  • Isabella Frigerio, chirurga epato-bilio-pancreatica, è la presidente eletta della European-African Hepato-Pancreato-Biliary Association e fondatrice di Women In Surgery Italia

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