«Per l’Europa, e in particolare l’Italia, non c’è momento migliore di questo per investire sull’immunoterapia oncologica, i cui progressi sono a rischio a causa dei tagli ai finanziamenti americani alla ricerca». A parlare è Paolo Ascierto, ordinario di oncologia all’Università Federico II di Napoli, presidente della Fondazione Melanoma Onlus e direttore dell’Unità di oncologia Melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative dell’Istituto Pascale di Napoli, in occasione di Melanoma Bridge e Immunotherapy Bridge in corso a Napoli.
Professore, a che punto è la ricerca sui vaccini a mRNA?
«Abbiamo un dato impressionante: oltre 230 studi clinici sui vaccini a mRNA in corso, un numero che supera di gran lunga quelli per le malattie infettive. È evidente che l’interesse è enorme, ma è anche giustificato. Questi vaccini non mirano alla prevenzione nel senso tradizionale, ma sono pensati per l’uso terapeutico. Si comportano come ‘istruttori’ del nostro sistema immunitario, addestrandolo a riconoscere e distruggere le cellule cancerose. Funzionano magnificamente come terapie adiuvanti dopo l’intervento chirurgico, riducendo in modo drastico il rischio di recidiva del tumore. È una vera e propria riprogrammazione della difesa corporea contro il cancro».
Quali sono i risultati più concreti che vedremo a breve?
«Siamo ormai oltre le fasi precliniche. Per esempio, il vaccino a mRNA per il melanoma di Moderna e Merck, che abbiamo sperimentato anche qui in Italia, è alle battute finali dello studio di fase III. I dati preliminari sono eccezionali: in combinazione con l’immunoterapia (pembrolizumab), sembra migliorare significativamente la sopravvivenza dei pazienti. Risultati promettenti si vedono anche per il cancro al polmone e il pancreas, dove studi di fase II hanno già mostrato che i vaccini personalizzati possono ridurre il rischio di recidiva dopo l’intervento chirurgico. La velocità di questi progressi è straordinaria».
Eppure, da Oltreoceano la ricerca inizia a essere ostacolata. Cosa succede?
«I tagli annunciati dall’amministrazione Trump, che hanno già ridotto i fondi del National Cancer Institute e interrotto progetti per 500 milioni di dollari, rischiano di frenare questa ‘corsa all’oro’. Senza contare i pregiudizi sui vaccini, che stanno diventando sempre più forti. Quando poi l’incertezza politica si sovrappone alla ricerca scientifica, gli investimenti privati si ritirano e i ricercatori sono costretti a rallentare. Ma una così brutta notizia può diventare una bella opportunità per l’Europa e il nostro paese».
In che senso?
«Questa incertezza oltreoceano è un’opportunità strategica storica per l’Europa. Di fronte a un potenziale rallentamento americano, l’Italia, con l’eccellenza della sua ricerca e dei suoi ricercatori contesi a livello globale, può e deve candidarsi a diventare un nuovo polo di riferimento globale».
Cosa è necessario fare concretamente in termini di investimenti?
«Servono due cose: stabilizzare e aumentare i finanziamenti pubblici e privati. E dobbiamo farlo in fretta. Investire ora non è solo una questione di salute, ma di sovranità tecnologica e industriale. Garantire l’accesso prioritario a queste terapie future, attirando startup biotecnologiche e investimenti che cercano stabilità. L’Europa deve dimostrare di poter sostenere l’innovazione medica con rigore, cementando il proprio ruolo di leader nell’immunoterapia oncologica del futuro».
Si riferisce solo agli investimenti necessari per i vaccini a mRNA o c’è dell’altro che bolle in pentola?
«Gli studi sull’immunoterapia sono davvero tantissimi. Promettenti sono per esempio i risultati dello studio SECOMBIT, che unisce biologia spaziale e intelligenza artificiale per individuare nuovi biomarcatori di risposta all’immunoterapia. In sostanza stiamo imparando a ‘leggere’ la geografia del tumore, cioè a mappare le cellule immunitarie e le loro interazioni all’interno del microambiente tumorale.
L’IA agisce da traduttore: addestrata per correlare questi complessi ‘schemi spaziali’ con l’esito clinico del paziente, prevede l’efficacia o meno dell’immunoterapia per ogni singolo paziente. Per esempio, abbiamo scoperto che la sopravvivenza è maggiore quando i linfociti T armati si trovano proprio sul margine invasivo del tumore, mentre è più bassa quando nella stessa posizione si trovano i macrofagi. È un passo cruciale verso una medicina di precisione realmente predittiva».
Foto: Associazione Melanoma Italia Onlus


