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Una competizione feroce: è quella che emerge dai numeri dei Consolidator Grants 2025 dell’European Research Council. Su 3.121 candidature, solo 349 progetti finanziati, con un tasso di successo dell’11,2%. Per l’Italia, 17 grant complessivi. Ma nel dominio delle Life Sciences, su 93 finanziamenti assegnati, l’Italia ne conta uno solo. Lo ha vinto Velia Siciliano, napoletana, classe 1983, che dirige il laboratorio di Synthetic and Systems Biology for Biomedicine nella sede di Napoli dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Ed è il suo terzo ERC.
«Il punto di forza del mio progetto è stato disegnare quel cambio di paradigma che l’ERC si propone di finanziare» spiega. La franchezza è tipica di chi ha scelto di tornare in Italia dopo MIT e Imperial College non per idealismo, ma perché ha trovato le condizioni per competere. «Non sono mai partita con l’idea di essere un cervello in fuga. E ho sempre pensato che sarei rientrata in Italia solo se ci fossero state condizioni di forte competitività. L’IIT le ha fornite».
Dal MIT a Napoli: un percorso contro corrente
Laurea all’Università Federico II, dottorato al Telethon Institute of Genetics and Medicine, poi tre anni e mezzo al MIT di Boston e la borsa all’Imperial College di Londra. «Durante il dottorato sono venuta a contatto con la biologia sintetica». Un campo che sta trasformando le terapie dei tumori permettendo di programmare le cellule del sistema immunitario in modo da renderle più resistenti ed efficaci nel riconoscere ed eliminare le cellule cancerose. «Mi ha affascinato l’idea di riprogrammare le cellule rendendole più intelligenti». Il rientro nel 2017. «L’IIT aveva aperto un bando di biologia sintetica: è uno dei pochi centri in Italia che se ne occupa».
Così sono arrivati uno Starting Grant nel 2019, un Proof of Concept nel 2024 e a pochi giorni di distanza il finanziamento da parte del MUR nell’ambito dei bandi del Fondo Italiano per la Scienza (FIS) e l’ERC Consolidator Grant. «L’IIT ha fornito un ottimo ambiente di lavoro. Fare ingegneria di cellule del sistema immunitario è complesso, ha richiesto anni. Ma è necessario».
TeaM: far dialogare le cellule contro il tumore
Il progetto che ha conquistato il Consolidator Grant da oltre 2 milioni di euro si chiama TeaM e affronta uno dei nodi irrisolti dell’oncologia: rendere efficaci le immunoterapie contro i tumori solidi. Le terapie CAR-T hanno rivoluzionato il trattamento di alcuni tumori del sangue, ma nei tumori solidi l’efficacia rimane limitata. «Volevo un’applicazione pragmatica per la mia ricerca» spiega Siciliano. «Le modifiche che facciamo richiedono la creazione di interfacce tra la cellula e l’ambiente. L’unico modo è prendere le cellule dei pazienti ex vivo, modificarle e reiniettarle. Questa realtà è consolidata per le CAR-T nei tumori del sangue, ma ha limitazioni nei tumori solidi».
Il problema sta nel microambiente tumorale. «L’azione del sistema immunitario è fortemente neutralizzata da segnali rilasciati dalle cellule tumorali. Questi portano a uno stato disfunzionale dei linfociti T, deputati a uccidere le cellule tumorali». Con lo Starting Grant, Siciliano ha sviluppato sensori molecolari che potenziano le cellule T dentro il tumore. «Ma abbiamo capito che non è un solo tipo di cellula a risolvere il problema. Ci sono diverse cellule con azione coordinata, che però viene persa per i segnali immunosoppressivi del tumore». Da qui l’intuizione: far collaborare due tipi cellulari chiave.
«Dalle terapie a singola cellula siamo passati a terapie basate su due tipi cellulari: macrofagi e linfociti T. L’idea è ripristinare il loro dialogo tramite recettori sintetici che funzionano solo nell’ambiente tumorale, riprogrammando entrambe le cellule per riattivare la loro azione coordinata contro il cancro». L’obiettivo? Velia Siciliano punta a individuare una soluzione innovativa che depotenzi il microambiente tumorale, togliendo così energia alle cellule cancerogene.
Proteine sintetiche e intelligenza artificiale
Come funziona? «Abbiamo disegnato proteine sintetiche che permettono a macrofagi e cellule T di riconoscersi dentro l’ambiente tumorale. Quando interagiscono, attivano geni che aumentano l’attività antitumorale. Così neutralizziamo possibili effetti collaterali». Perché è cruciale? «I macrofagi inizialmente hanno attività antitumorale e attivano le cellule T. Poi il tumore rilascia fattori immunosoppressivi e i macrofagi diventano protumorali, neutralizzando le cellule T».
Il progetto integra biologia sintetica, immunologia e intelligenza artificiale per dotare i linfociti T e i macrofagi di un sistema di comunicazione capace di percepire l’attività antagonista del tumore e di agire con il rilascio di molecole localizzate. «L’IA ottimizza le sequenze per mantenere intatta la funzione fisiologica delle cellule. Per anni si è trascurato un aspetto cruciale: l’impatto delle modifiche genetiche sulla cellula stessa».
Quanto alla clinica: «nei prossimi cinque anni contiamo di completare i test preclinici nei topi e identificare i candidati più promettenti. L’approccio è traslabile a diversi tumori solidi».
Il coraggio dell’interdisciplinarietà
Il doppio finanziamento – ERC Consolidator (TeaM) e FIS2 del MUR (T-SENTO) – testimonia la solidità dell’approccio. «Sono progetti complementari. Con il FIS testo su modelli preclinici il potenziamento delle CAR-T sviluppato con lo Starting Grant. Con TeaM complemento le cellule T con i macrofagi». La riflessione finale torna al dato di partenza: un solo grant italiano in Life Sciences su 93 europei.
«Il sistema italiano è competitivo, anche se riconosco che è un risultato singolare. Il punto di forza è stato disegnare una ricerca di frontiera, basata sull’interdisciplinarietà. La ricerca va in questa direzione, e come sistema Italia dobbiamo puntare su questo: più interdisciplinarietà, più coraggio e meno ortodossia».


