Gianluca Dettori: “L’AI cambierà il sistema operativo della società”

«Il venture capital è la porta d’accesso all’innovazione vera». Gianluca Dettori spiega perché l’IA sta cambiando il sistema operativo della società

di Laura Morelli
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Laura Morelli

Perché l’abbiamo scelto
Gianluca Dettori, market player del mese, è una figura chiave per capire dove va oggi l’innovazione in Italia: ha vissuto la nascita di Internet, investe nelle startup e legge in anticipo i cambiamenti che stanno ridisegnando il rapporto tra tecnologia, lavoro e crescita economica.

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È stato uno degli attori protagonisti della nascita di Internet in Italia, un professionista per il quale l’innovazione è una missione ben precisa e la porta avanti gestendo uno dei principali gestori di fondi di venture capital, Primo Capital sgr, con oltre 500 milioni affidati in gestione con fondi specializzati nei settori digitale, healthcare, clima e spazio.

Gianluca Dettori è il nostro market player del mese. Con lui parliamo di rivoluzioni tecnologiche – tra quella del World Wide Web e quella legata all’intelligenza artificiale per lui «ci sono molte similitudini» ma anche differenze sostanziali – e di come attrarre capitale privato verso il venture capital, la porta di accesso per antonomasia all’innovazione, quella che è davvero d’aiuto per la società.   

Partiamo dal mercato del venture capital italiano: oggi cosa significa investire in innovazione e startup?

«Il mercato del venture capital si muove per cicli decennali e in Italia credo che siamo a una svolta importante. Le cose hanno cominciato a succedere dieci anni fa, con il Fondo Italiano d’Investimento prima e con la nascita di CDP Venture Capital poi, che hanno dato la possibilità concreta di costruire operatori di mercato nel venture. Adesso siamo nella fase in cui si comincia a capire se le exit e i capitali investiti stanno davvero generando valore per i sottoscrittori. È una fase di passaggio molto importante e nei prossimi due o tre anni vedremo probabilmente i primi risultati veri».

Vale anche dal punto di vista delle startup?

«Si, ed è il segnale che il mercato si è effettivamente evoluto. Le startup che si vedono oggi e che raccolgono capitale sono fondate da imprenditori molto più consapevoli, che conoscono meglio le regole del gioco. Spesso sono imprenditori seriali: penso ai nostri ultimi investimenti in Mirai Robotics per esempio, con Luciano Belviso, Davide Dattoli e Luca Mascara, che avevano già fatto startup, hanno fatto la loro exit e si sono rimesse in gioco. In più, oggi si vedono ormai con regolarità round a due cifre. Anche questo è un segnale molto positivo».

Che ruolo ha, oggi, chi investe in questo ecosistema?

«Se parliamo degli investitori nel senso dei gestori di venture capital, io vedo un ecosistema un po’ più articolato per segmenti, con più possibilità e con una vera infrastruttura di venture capital che dieci anni fa semplicemente non c’era. Dal lato invece degli investitori dei fondi, cioè dei cosiddetti Limited partner, restano dei colli di bottiglia, soprattutto sul lato degli investitori istituzionali. Penso per esempio alla normativa sui fondi pensione e sulle allocazioni in venture capital (Legge Concorrenza del 2023 ndr). Questo è un passaggio importante, perché il venture capital è un’asset class strategica: genera società tecnologiche che oggi sono il pilastro dell’economia moderna. E l’Italia non può permettersi di restare indietro e di non giocare la partita dell’innovazione tecnologica».

Come valuta questa apertura dei fondi pensione al venture capital?

«Credo sia una normativa positiva per il mercato. Se ne parlava da tanti anni e finalmente si è arrivati a un punto concreto. È chiaro che casse previdenziali e fondi pensione hanno bisogno di tempo per adattarsi, per costruire competenze interne su questa asset class, ma vedo anche una volontà reale di farlo. Oggi, rispetto a qualche anno fa, ci chiamano, vogliono conoscere i prodotti, guardano il settore. Questo è un segnale positivo e se davvero si ingaggeranno su questa asset class, lo faranno con un’ottica di lungo periodo, costruendo portafogli diversificati e capendo come inserire il venture capital nella propria gestione degli asset.

Sarebbe una riforma strutturale molto importante, considerando anche il ruolo sistemico e strategico degli  attori istituzionali. Il punto vero, però, resta un altro e cioè il risparmio privato. Oggi, per come è strutturato il mercato finanziario, al venture capital arriva praticamente zero del risparmio privato. In Italia esistono masse enormi di risparmio, ma per una combinazione di struttura distributiva e vischiosità del mercato, il venture è di fatto inaccessibile anche per chi teoricamente potrebbe investirci».

Il venture capital dovrebbe aprirsi di più al risparmio privato?

«In teoria sì, perché il potenziale è enorme. Ci sono manager e imprenditori con patrimoni gestiti dalle reti di wealth management che avrebbero tutta la possibilità di allocare una parte del proprio capitale su questa asset class. Non sto parlando del retail in senso stretto, cioè delle persone comuni, ma di quelle che hanno già un profilo patrimoniale adatto a investimenti di lungo periodo e ad asset illiquidi.

Il problema è che queste reti oggi non sono avvezze al venture capital, non lo propongono e spesso sono integrate in gruppi finanziari verticali in cui i prodotti terzi non entrano. È un tema di mercato, di architettura del sistema, non solo di strumenti tecnici. Gli strumenti esistono già, anche per il venture capital. Il problema è farli arrivare davvero al mercato».

Cosa si potrebbe fare?

«Secondo me qui servirebbero incentivi fiscali strutturati bene e soprattutto più dialogo con le reti. Un piccolo paradosso, per esempio, è che l’investimento diretto in una startup è sempre stato fiscalmente incentivato, mentre l’investimento tramite un fondo di venture capital, che per definizione è un portafoglio diversificato e gestito da professionisti, non viene davvero sostenuto in modo efficace. È un nodo che andrebbe sciolto anche perché le startup hanno un impatto evidente sull’economia: creano occupazione altamente qualificata, trattengono talenti e in alcuni casi li riportano anche in Italia».

Parlando di rivoluzioni tecnologiche: prima di quella attuale dell’intelligenza artificiale c’è stata quella di Internet, di cui lei è stato attore protagonista. Ci sono similitudini?

«Ciò che è simile è la sensazione chiarissima che siamo in un momento di passaggio molto importante. Quando arrivò il web, chi lavorava dentro quel mondo, e poi progressivamente anche il grande pubblico, si rese conto che la società sarebbe cambiata. E infatti è stato così. Oggi la sensazione è la stessa, stiamo vivendo un’epoca estremamente trasformativa. Tra dieci anni ci guarderemo indietro e ci verrà da sorridere pensando che parlavamo con le macchine usando le dita. Parleremo alle macchine, le macchine parleranno con noi, e si parleranno tra di loro. Il modo di lavorare con le macchine sarà completamente diverso».

Cosa c’è invece di diverso, secondo lei?

«La differenza, secondo me, è che qui i cambiamenti saranno molto più profondi, pervasivi e impattanti. È persino difficile immaginare come sarà il mondo tra vent’anni. Questa tecnologia tocca in maniera molto più profonda la società: è come se stessimo cambiando il sistema operativo su cui gira tutto, dalle imprese alle pubbliche amministrazioni fino ai rapporti sociali. Per questo il mondo sarà davvero irriconoscibile».

C’è il rischio di una bolla?

«Si iniziano a vedere cose che ricordano il periodo della bolla, ma bisogna distinguere. Non parlerei di bolla tecnologica, perché l’intelligenza artificiale è una tecnologia potentissima e ancora in una fase iniziale, quindi è normale che evolva molto rapidamente e che abbia già un impatto fortissimo oggi, destinato a crescere ancora.

La bolla, semmai, è quella finanziaria che segue questi grandi cambiamenti tecnologici: valori aziendali che si staccano dai fondamentali, migliaia di startup finanziate a valutazioni che spesso non hanno molto senso. Molte spariranno, ma da questo processo emergeranno anche campioni enormi.

La differenza rispetto al passato è che oggi esistono le Big Tech e gli hyperscaler che fanno il mercato, esiste una penetrazione digitale gigantesca e ci sono concentrazioni di capitale che prima non c’erano. All’inizio di Internet uno dei limiti era la quantità di computer in circolazione e la penetrazione del web era legata direttamente alla diffusione del personal computer. Oggi invece ci sono tutte le condizioni perché questa scintilla accenda un fuoco molto più grande. Le stime parlano di 13-15 trilioni di nuova economia generata dall’IA entro il 2030 (McKinsey), una cifra enorme. Poi la vera domanda è come si distribuirà questo valore e chi ne beneficerà davvero».

C’è molto timore circa gli effetti che l’intelligenza artificiale avrà sul lavoro…

«Gli effetti si vedono già oggi e siamo solo all’inizio. Il 2026, per esempio, viene indicato come un anno molto difficile per i neolaureati americani che cercano lavoro, perché i loro competitor sono ormai le intelligenze artificiali. Le posizioni entry level stanno saltando in diversi settori, dal software al consulting. In alcuni casi la produttività di un professionista senior, grazie a questi strumenti, aumenta moltissimo, e questo cambia completamente il modello di assunzione.

Io la vedo così: l’effetto netto dell’IA è la sostituzione dell’intelligenza con il lavoro. Fino a oggi l’economia era basata sul lavoro, da domani sarà sempre più basata sull’intelligenza capitalizzata. È un passaggio epocale. Verranno creati nuovi lavori, certo, ma una grandissima quantità di posizioni verrà rimpiazzata. È già successo con la robotica nelle fabbriche negli anni Settanta; adesso tocca ai colletti bianchi».

Cosa spaventa di più?

«A fare paura è la velocità ma anche la quantità di posti di lavoro che evolvono. Sarà difficile per tante persone adattarsi, imparare, disimparare e reimparare. Sarà difficile anche per le organizzazioni riorganizzarsi. E poi ci sono mestieri che semplicemente non avranno più ragione d’essere, o almeno non nella forma in cui li abbiamo conosciuti finora come il traduttore, il call center, molti ruoli ad alta capacità cognitiva».

Che cos’è per lei innovazione?

«Per me innovazione ha un significato molto preciso ed è innovazione imprenditoriale, cioè la  creazione di nuovi servizi e prodotti che migliorano la vita delle persone grazie a tecnologie che prima non esistevano».

Secondo questa sua lettura, l’intelligenza artificiale aiuta davvero l’innovazione o la contraddice?

«Qui entriamo in un terreno filosofico. Oggi sull’IA ci sono due scuole di pensiero molto nette: da un lato chi vede una tecnologia distruttiva, che potrebbe persino travolgere il genere umano; dall’altro chi pensa che l’intelligenza artificiale liberi l’umanità dal lavoro e apra a una vita migliore. Tutti e due gli scenari sono possibili. La scelta, però, sta a noi: alle società e ai governi, che dovranno attrezzarsi per gestire questa transizione in modo positivo».

Guardando al settore life sciences, che ruolo vede per il settore?

«Il life sciences e il biotech sono uno dei campi in cui l’effetto positivo dell’innovazione si vede in modo più diretto. Cura le persone, trova nuovi farmaci, nuove terapie, e l’impatto sul benessere delle persone è concreto. Vale sia per il biotech, quindi per farmaci, molecole e terapie, sia per la gestione della sanità, dei processi, dei macchinari e dell’efficienza delle organizzazioni. L’Italia, in questo settore, ha tantissimo da dire e un potenziale ancora molto inespresso.

Abbiamo una produzione scientifica eccellente, ma una capacità ancora troppo bassa di portare questa conoscenza sul mercato. Il passaggio cruciale è che la ricerca, per tradursi in un risultato vero, deve arrivare al mercato. Altrimenti  non diventa innovazione nel senso pieno del termine».

Keypoints

  • Gianluca Dettori è presidente e socio di Primo Capital sgr. Per lui il venture capital italiano è entrato in una fase di maturità.
  •  Le startup italiane sono più evolute e più ambiziose: founder seriali, round più grandi e una maggiore consapevolezza imprenditoriale stanno cambiando il profilo dell’ecosistema.
  • Per Dettori il collo di bottiglia resta l’accesso ai capitali: fondi pensione e casse previdenziali si stanno aprendo, ma il risparmio privato continua a essere quasi del tutto escluso dal venture capital.
  •  L’intelligenza artificiale, dice, è una rivoluzione paragonabile a Internet, ma più profonda: cambierà il sistema operativo della società, con effetti forti su lavoro, organizzazione e valore economico.
  • Il life sciences resta uno dei campi più promettenti. In Italia c’è molta ricerca, ma la sfida è portarla davvero sul mercato per trasformarla in innovazione utile e scalabile.

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