BII Catalyst Fund I for Italy: il fondo che porta il biotech italiano early-stage verso il venture capital internazionale

BII Catalyst Fund I for Italy: il fondo che porta il biotech italiano early-stage verso il venture capital internazionale

di Nicole Ticchi
Immagine di Nicole Ticchi

Nicole Ticchi

Perché ne stiamo parlando
Il nuovo fondo, che unisce le competenze di Panakès Partners, BioInnovation Institute di Copenhagen, Lazio Innova e Novo Holdings, punta a trasformare la ricerca accademica italiana in imprese biotech competitive a livello internazionale.

 

Getting your Trinity Audio player ready...

Portare una scoperta scientifica fuori dal laboratorio e trasformarla in una startup capace di attrarre capitali, competenze e partnership internazionali è uno dei passaggi più delicati per l’ecosistema italiano delle scienze della vita. Non bastano una buona tecnologia e un brevetto promettente, e spesso nemmeno una ricerca pubblicata su una rivista scientifica di rilievo. Servono una struttura imprenditoriale, una lettura del mercato, una roadmap regolatoria e clinica e, soprattutto, capitale capace di intervenire quando il rischio è ancora molto alto.

È proprio in questo spazio, tra ricerca accademica e impresa biotech, che si inserisce BII Catalyst Fund I for Italy, il nuovo fondo dedicato alle startup terapeutiche italiane. A guidare l’operazione è Lazio Innova, con un contributo di 20 milioni di euro attraverso Lazio Venture 2, il fondo di fondi della Regione cofinanziato dal PR FESR 2021-2027. Accanto alla componente pubblica entra Novo Holdings.

La gestione del fondo è invece affidata a Panakès Partners, venture capital milanese specializzato nelle scienze della vita, mentre il BioInnovation Institute di Copenaghen avrà un ruolo centrale nello scouting, nella selezione e nel supporto alle startup, che hanno aperto entrambi una sede a Roma.

L’obiettivo dichiarato è colmare quel vuoto che spesso separa la scoperta scientifica dalla maturità necessaria per attrarre capitali nelle fasi successive. In altre parole: accompagnare le startup terapeutiche italiane in una fase ancora molto precoce, quando il progetto può essere ancora dentro un’università o un laboratorio, e portarlo a un livello in cui possa dialogare con investitori professionali, partner industriali e fondi internazionali.

«Siamo entusiasti di affiancare BII e di mettere al lavoro la sua metodologia e la sua esperienza per dare vita a nuove startup terapeutiche italiane, partendo dalla ricerca d’eccellenza che università e laboratori del Paese sono in grado di esprimere», spiega Alessio Beverina, managing partner di Panakès Partners.

Dal laboratorio al mercato

La specificità del fondo sta proprio nel suo posizionamento. Non si tratta soltanto di investire in aziende già strutturate, ma di intervenire nella fase di creazione dell’impresa, quando una tecnologia è ancora nelle mani di un ricercatore o di una ricercatrice e non ha ancora assunto pienamente la forma di impresa. «Il nostro target è creare società nuove. Può esserci un progetto nei cassetti di un’università, non necessariamente nel Lazio ma anche nel resto d’Italia, e l’obiettivo è farlo crescere fino a creare una vera impresa» dice Beverina.

Il fondo, infatti, non guarda solo alle startup già costituite, ma anche a progetti accademici che hanno il potenziale per diventare società. È una scelta che sposta l’intervento del venture capital più vicino alla ricerca, in una fase in cui il rischio tecnologico, imprenditoriale, clinico e regolatorio è ancora molto elevato, ma in cui si può incidere in modo decisivo sulla qualità della futura impresa.

Il modello BioInnovation Institute

Nato con il supporto della Novo Nordisk Foundation, BII ha costruito negli ultimi anni una piattaforma capace di accompagnare progetti life sciences e deep tech nelle fasi iniziali, combinando competenze, mentorship, infrastrutture e accesso a network internazionali. Secondo Beverina, il valore aggiunto del modello danese non è solo la capacità di identificare buona ricerca, ma soprattutto la possibilità di affiancare i team nelle decisioni fondamentali dei primi mesi di vita di una nuova società.

«BII non si limita a individuare ricercatori e ricerche che abbia senso finanziare. Con un team di oltre 100 persone a Copenaghen, supporta le società nelle decisioni iniziali, dal costruire un piano a ottenere una licenza, parlare con esperti regolatori, clinici e preclinici. Grazie a questa partnership, il ricercatore italiano avrà accesso a tutto quello che BII ha costruito negli ultimi anni».

Le startup finanziate attraverso il fondo italiano parteciperanno infatti anche al percorso di accelerazione a Copenaghen, entrando subito in contatto con altri imprenditori, ricercatori e startup internazionali, oltre al team di esperti di BII. Per Beverina, questo passaggio è determinante perché permette alle nuove imprese di crescere da subito a un altro livello, confrontandosi con un ecosistema più maturo e con standard internazionali.

Francesco Gatto, responsabile di BII in Italia, descrive il modello come una vera piattaforma di accompagnamento, non solo come uno strumento finanziario. «Abbiamo trovato una piattaforma che funziona: in Danimarca investiamo da 500mila fino a 1,8 milioni di euro ed in Italia faremo qualcosa di molto simile. È un programma di accelerazione di un anno, in cui accompagniamo veramente i ricercatori, anche con un percorso completo di supporto per lo sviluppo del mindset imprenditoriale».

Per chi fa ricerca, infatti, il passaggio all’imprenditorialità non significa soltanto costruire un business plan, ma cambiare postura: uscire dal perimetro del laboratorio, confrontarsi con investitori, regolatori, potenziali partner industriali e imparare a trasformare una scoperta in un prodotto, un’azienda, una strategia di sviluppo. Uno degli aspetti più critici, quando si lavora con tecnologie nate in ambito accademico, riguarda il trasferimento tecnologico. In molti casi – osserva Beverina – il technology transfer office non è sufficientemente strutturato o il percorso di protezione e valorizzazione della proprietà intellettuale non è ancora completo.

Focus sulle startup biotech con potenziale clinico

Per questo il fondo potrà intervenire anche prima del deposito definitivo di un brevetto o della finalizzazione della licenza con l’università, affrontando uno dei problemi più ricorrenti nella valorizzazione della ricerca pubblica ed entrando anche in questa zona grigia, dove spesso i progetti rischiano di restare bloccati.

Le tecnologie prese in considerazione dovranno essere altamente differenziate rispetto allo stato dell’arte, non solo italiano ma internazionale. «Non ci aspettiamo dati sull’uomo, ma vogliamo finanziare cose molto diverse da tutto quello che esiste e con un potenziale importante per una patologia specifica, se questa è già stata identificata», chiarisce Beverina.

Il focus sarà principalmente terapeutico: questo significa che, a differenza di quanto BII ha fatto anche in altri ambiti in Danimarca, il programma italiano sarà orientato soprattutto verso startup biotech con potenziale clinico. Una scelta che rende ancora più centrale la capacità di accompagnare i progetti con tempi di sviluppo lunghi, milestone complesse e percorsi regolatori articolati.

Dalla ricerca all’impresa: un cambio di paradigma

Il passaggio da ricerca a impresa è soprattutto un cambio di linguaggio, di priorità e di responsabilità. Il supporto di BII serve proprio a colmare questo gap, aiutando il ricercatore e la ricercatrice che si trasforma in imprenditore e imprenditrice ad acquisire competenze che normalmente non trova dentro un ufficio di trasferimento tecnologico.

«Serve guardare anche agli aspetti di mercato, di competizione, agli aspetti clinici, preclinici e regolatori. Lavorare con BII permette al ricercatore, che diventa imprenditore, di accedere a competenze che oggi spesso non ha dentro il technology transfer office. È fondamentale per passare da un bel lavoro di ricerca a un lavoro di impresa». Gatto insiste su un punto simile: se l’ecosistema produce buona scienza ma non abbastanza imprese, serve un’infrastruttura intermedia capace di catalizzare il passaggio. Non un semplice acceleratore o un fondo tradizionale, ma una piattaforma che combina capitale, competenze operative, metodo e network.

«Il ricercatore può decidere se essere lui stesso l’imprenditore oppure no», spiega Beverina. «Se non lo diventa, il nostro obiettivo è portare a bordo persone capaci di prendere il relais della ricerca scientifica e diventare CEO della società, insieme alle altre figure necessarie: VP clinical, VP regulatory, VP manufacturing».

È un aspetto cruciale nel biotech, dove la qualità del team può essere determinante quanto la qualità dell’asset scientifico. Una tecnologia promettente, senza una squadra in grado di svilupparla, finanziarla e posizionarla, rischia di restare un buon risultato accademico

Perché l’Italia: una scelta strategica, non casuale

La scelta dell’Italia, secondo Gatto, non è casuale. BII ha iniziato a guardare oltre la Danimarca quando è diventato evidente che l’innovazione life sciences europea aveva bisogno di più connessioni e più massa critica. «Ci siamo guardati intorno e abbiamo visto che tre Paesi sono al top della produzione scientifica in Europa: Regno Unito, Germania e Italia», spiega Gatto. «L’Italia però, per disponibilità di capitali di rischio, è ventunesima su ventisette nell’Unione Europea, ma allo stesso tempo è un Paese di imprenditori e c’erano tutti gli elementi per avviare questa collaborazione».

Il Lazio, inoltre, rappresenta il punto di partenza del fondo, sia per la presenza del programma di Lazio Innova sia per il posizionamento della regione nel settore life sciences. Il bando regionale ha creato l’opportunità per strutturare fondi dedicati al territorio, ma Beverina evidenzia anche l’esistenza di un ecosistema industriale e scientifico già pronto ad accogliere nuove iniziative biotech. Infatti, la regione Lazio è la seconda regione italiana per export in ambito farmaceutico, con molte società farmaceutiche presenti (tra cui Novo Nordisk che ha appena annunciato un investimento di oltre 1 miliardo nel sito produttivo di Anagni).

Un esempio è l’area di Castel Romano, a pochi chilometri da Roma, dove negli anni si è sviluppato un polo con competenze che spaziano dal manufacturing ai test preclinici, dai laboratori di analisi a realtà imprenditoriali come ReiThera e Takis. La dimensione territoriale, però, non chiude l’ambizione del fondo dentro i confini regionali.

Al contrario, la logica è costruire un ponte tra ricerca italiana, capitale internazionale e infrastrutture del Lazio, che diventa quindi il punto di atterraggio operativo di un progetto che guarda al sistema italiano nel suo complesso e che punta a connetterlo con una piattaforma europea già sperimentata.

Dall’Italia al mondo: accesso al venture capital internazionale

Un altro elemento centrale sarà l’accesso al network internazionale del venture capital. Panakès porta la propria esperienza e la propria rete di investitori biotech in Italia e all’estero, mentre BII ha già costruito una metodologia per presentare le startup al proprio ecosistema internazionale, che include grandi nomi del venture capital life sciences.

«A un certo punto queste imprese verranno presentate all’ecosistema di venture capital che fa parte del mondo BII e gli imprenditori faranno pitch davanti a grandi gruppi internazionali. È molto diverso rispetto al passato, perché si passa immediatamente a un livello internazionale e la complessità aumenta, ma aumenta anche il potenziale di accesso ai capitali».

È un dato che dà la misura dell’effetto leva che BII ambisce a replicare, almeno in parte, anche in Italia. Non solo investire direttamente, quindi, ma preparare le startup a diventare finanziabili da altri investitori, aumentando la quantità di capitale disponibile per sviluppare tecnologie nate dalla ricerca.

Ogni società finanziata avrà milestone specifiche, definite in base al progetto, alla tecnologia e allo stadio di sviluppo. Il modello seguirà un approccio molto strutturato: un primo investimento, poi eventuali ulteriori tranche al raggiungimento di determinati obiettivi. «È un processo molto strutturato, un metodo “nordico”», spiega Beverina. «Per ogni step c’è un investimento iniziale e poi un secondo investimento al raggiungimento di milestone precise, che cambiano a seconda della società».

Nel terapeutico, queste milestone potranno riguardare la protezione della proprietà intellettuale, la definizione della licenza con l’università, la validazione preclinica, il rafforzamento della squadra, la costruzione della strategia regolatoria o la preparazione di un round successivo, per aumentare progressivamente la credibilità della società agli occhi di investitori e partner industriali.

Misurare l’impatto: capitali, clinica, lavoro qualificato

La misurazione dell’impatto sarà un elemento centrale anche per le startup italiane. Gatto indica due parametri principali. «Il proxy più importante è il numero di fondi esterni, perché è una qualifica importante. In Danimarca abbiamo investito 142 milioni di euro, ma gli imprenditori che abbiamo sostenuto hanno raccolto oltre 1,1 miliardi di euro», spiega. «Inoltre, dato che ci concentriamo sul settore terapeutico, sarà rilevante anche il numero di studi clinici che riusciremo ad attivare nei prossimi dieci anni».

L’orizzonte temporale, nel biotech terapeutico, non può essere breve, perché lo sviluppo di un farmaco o di una terapia richiede tempi lunghi, passaggi regolatori complessi e molti gradi di incertezza. Per questo gli studi clinici diventano una metrica particolarmente significativa, indicando che un progetto è riuscito a superare una parte importante del percorso preclinico e regolatorio.

L’esperienza danese offre alcuni riferimenti. BII ha supportato circa 150 startup in sette anni: nel portafoglio danese sono presenti 21 prodotti arrivati sul mercato, soprattutto nell’ambito delle biotecnologie industriali, e 11 studi clinici attivi. A questo si aggiunge la creazione di oltre mille posti di lavoro qualificati collegati alle startup sostenute, spesso occupati da persone con dottorato o alta specializzazione. Il fondo avrà inoltre una dimensione ESG.

Beverina ricorda che si tratta di un fondo articolo 8, con KPI legati a impatto ambientale, impatto sociale, occupazione e potenziale beneficio per la vita dei pazienti. È un aspetto non secondario, perché nel biotech terapeutico contano anche la capacità di portare nuove soluzioni verso la clinica, generare competenze, trattenere valore sul territorio e costruire imprese capaci di crescere.

Il coinvolgimento di Novo Holdings inserisce il fondo in una strategia più ampia di rafforzamento dell’ecosistema life sciences europeo. L’Italia è la prima iniziativa di questo tipo avviata da Novo fuori dalla Danimarca insieme a BII e Panakès, con l’obiettivo di contribuire alla nascita di nuove imprese nel biotech e nelle scienze della vita e di costruire connessioni più solide, facendo dell’Europa un polo più competitivo per l’innovazione.

BII Catalyst Fund I for Italy si afferma quindi come una nuova infrastruttura che risponde alla sfida di trasformare progetti scientifici ancora precoci in aziende capaci di crescere e presentarsi al mercato internazionale, costruendo un ponte più maturo tra università, ricerca, impresa e soluzioni concrete per la salute dei pazienti.

Keypoints

  • Il nuovo BII Catalyst Fund I for Italy nasce per sostenere la nascita di startup terapeutiche italiane, intervenendo nelle fasi più precoci del trasferimento tecnologico.
  • Il fondo unisce le competenze di Panakès Partners, BioInnovation Institute (BII), Lazio Innova e Novo Holdings, con l’obiettivo di trasformare la ricerca accademica in imprese biotech competitive a livello internazionale.
  • Oltre al capitale, il modello offre un percorso di accelerazione che comprende mentorship, supporto regolatorio, sviluppo del business, accesso a network internazionali e formazione imprenditoriale per ricercatori e ricercatrici.
  • Il focus sarà sulle startup biotech a vocazione terapeutica, con investimenti anche in progetti ancora all’interno di università e centri di ricerca, prima della costituzione dell’impresa.
  • Le startup selezionate accederanno al programma di accelerazione del BioInnovation Institute di Copenaghen, entrando in contatto con investitori, esperti e partner internazionali per prepararsi ai successivi round di finanziamento.
  • L’iniziativa punta a rafforzare l’ecosistema italiano delle life sciences, creando un ponte tra eccellenza scientifica, venture capital e sviluppo industriale, con l’obiettivo di aumentare il numero di startup, studi clinici, investimenti attratti e occupazione qualificata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri articoli

Iscriviti alla nostra newsletter

Rimani aggiornato su tutte le novità