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Nel cuore del Friuli Venezia Giulia, a Trieste, dove ricerca scientifica e impresa si intrecciano come in pochi altri luoghi in Europa, c’è una realtà che sta crescendo e vuole portare innovazione made in Italy in tutto il mondo. Si chiama Biovalley Investments Partner, PMI innovativa che unisce biotech, pharma e tecnologia all’interno di un ecosistema d’eccellenza, fondata quasi dieci anni fa dal presidente Diego Bravar e guidata dall’amministratore delegato Francesco Menegoni.​
Dopo aver lanciato nel 2019 un aumento di capitale da 7,1 milioni di euro, che ha visto l’ingresso della finanziaria regionale Friulia FVG azionista al 19% circa con 3,1 milioni investiti, e raccolto 1,65 milioni con il primo crowdfunding del 2020, oggi l’azienda si prepara a una nuova sfida: la quotazione entro il 2026 sul mercato Euronext Growth di Parigi, aprendo le porte a investitori istituzionali che nel paese d’oltralpe, secondo Bravar, «hanno una maggiore propensione al rischio».
Per farlo la società ha lanciato un altro crowdfunding su CrowdfundMe chiuso anticipatamente oggi 19 dicembre 2025 con oltre 600mila euro raccolti. Tra gli obiettivi chiave ci sono, spiegano Bravar e Menegoni a INNLIFES, «rafforzare la traiettoria di sviluppo industriale per scalare robotica, biosimilari e IA sanitaria», con un margine operativo stimato a 4,3 milioni al 2029 e exit via IPO o tramite un’acquisizione, e lo sviluppo di un biosimilare dell’insulina, pronto per il 2028 alla scadenza del brevetto originale, «per rendere sostenibili cure che oggi costano fino a 100mila euro all’anno per paziente», sottolinea Bravar.
Cosa fa Biovalley
Biovalley Investments Partner opera su due linee di business integrate: Biotech & Pharma e BioICT. Come spiega Menegoni, «noi offriamo prodotti e servizi agli ospedali, soprattutto alla farmacia ospedaliera e al reparto IT: BIP è un’azienda farmaceutica accreditata in tutte le regioni italiane, abbiamo vinto 12 gare negli ultimi 12-15 mesi per distribuire farmaci orfani nelle farmacie ospedaliere».​
La società offre anche servizi di R&S tramite la controllata Serichim, per intermedi chimici avanzati, principi attivi farmaceutici (API) e piattaforme per biosimilari come appunto l’insulina. Inoltre, «tramite aziende del gruppo come CB Sistemi e Multimedia serviamo oltre 270 strutture sanitarie – cliniche private e laboratori – con soluzioni di informatica medica, dove innestiamo innovazioni come l’intelligenza artificiale», aggiunge.
La rivoluzione ChemoMaker
Uno dei prodotti di punta è il rivoluzionario robot ChemoMaker, prodotto e commercializzato dalla società che conta oggi 25 unità vendute in sette paesi europei, con un brevetto in UE, USA e Cina.
È una piattaforma robotica (nella foto) per la preparazione automatizzata di farmaci chemioterapici personalizzati. Come spiega Menegoni, la preparazione manuale dei farmaci oncologici è un’attività critica per le farmacie ospedaliere: per il rischio di errori di dosaggio, per gli addetti alla preparazione che lavorano a contatto con materiali citotossici e i costi alti per ogni spreco di prodotto.
«ChemoMaker concentra le performance di un robot da 1,5 tonnellate e 4 metri cubi in soli 30 kg, da appoggiare sotto una cappa a flusso laminare dove si fanno preparazioni manuali», precisa Menegoni. Rispetto ai robot di prima generazione, che hanno a oggi una penetrazione globale al 5% proprio a causa dell’ingombro oltre che dei consumi elevati, il macchinario risolve questi problemi ma soprattutto offre una tolleranza dosaggio allo 0,5% (rispetto al 10% manuale), quindi una maggiore sicurezza per operatori esposti a citotossici e anche una tracciabilità per pazienti.
Garantisce dosaggi più precisi, migliora la sicurezza dei pazienti, diminuisce il rischio di contaminazione degli operatori, velocizza le procedure e ottimizza l’uso dei medicinali, quindi riduce gli sprechi e costi per le strutture sanitarie, con una verifica automatica dell’intero ciclo di preparazione che migliora l’accuratezza della formulazione. Il sistema è costituito da bilance ad alta precisione per la verifica dell’accuratezza del dosaggio, un sistema di riconoscimento e controllo del materiale in ingresso (principi attivi, soluzioni, ecc.) per garantire la completa tracciabilità e rintracciabilità di tutte le terapie allestite mediante identificazione del preparato tramite un sistema di etichettatura basato su barcode. Ed è integrato con la cartella oncologica informatizzata per la ricezione automatica della prescrizione per ciascun paziente.Â
«È un’innovazione incrementale -aggiunge Bravar -. Siamo partiti dal know-how dell’ingegnere che nel 2006-2008 creò i primi prototipi e in sei-sette anni, di cui due per realizzare il prototipo, lo abbiamo reso accessibile».
Il modello Biovalley “innesta” questa tecnologia usando reputation e distributori locali per vendite estere dove non possono arrivare. «Quando presentiamo ChemoMaker, gli ospedali chiedono ‘dove è installato?’ – racconta Menegoni -. Il nostro modello aiuta perché innestiamo innovazione in aziende già sul territorio con reputazione e clienti: in Italia ci conoscono per i farmaci orfani, poi ci affiancano distributori noti – software o tech – che propongono il robot integrato. In Europa, stessa logica con distributori locali per reputation nei diversi Stati». La piattaforma robotica punta ad arrivare a coprire il 95% degli ospedali in Europa.Â
Ecosistema Biovalley
Biovalley ha chiuso il 2024 con un valore della produzione a 11,7 milioni di euro (+39% dal 2020), un margine operativo pari a 1,7 milioni (+240%) oltre che un portafoglio di 18 operazioni M&A completate. Questa crescita è stata finanziata da un mix di capitali che arrivano anche da imprenditori locali (inclusi 3 milioni dello stesso Bravar) che, spiega il presidente, «hanno saputo riconoscere il valore dell’innovazione e l’hanno sostenuta», oltre che dalla finanziaria della regione. Una storia che è anche esempio di come la crescita di un’azienda innovativa sia in realtà un affare di tutti, e non solo di quella stessa società , se davvero vogliamo crescere come paese.
Nel dettaglio di Biovalley, queste risorse sostengono un ecosistema unico, quello triestino, con 10mila ricercatori (una densità quattro volte la media UE/USA), ma come evidenzia Bravar «siamo una città della scienza dove solo una piccola parte di ricercatori fa startup innovative, contro una quota a doppia cifra in Svizzera, Germania o Francia: potremmo avere mille startup e tremila occupati laureati, invece c’è fuga di cervelli e pochi unicorni – in Europa nessuna ha raggiunto 100 miliardi, come dice nel suo rapporto Mario Draghi».


