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«L’Italia è un Paese ricco di nuovi progetti e startup nel campo delle scienze della vita, ma è debole nel technology transfer, cioè nella capacità di trasformare un’idea di ricerca promettente in una azienda che arrivi al mercato». Paola Lanati, imprenditrice e Business Angel, Fondatrice di Indicon, la benefit company che si occupa di innovation management nel campo delle scienze della vita, e di cui è parte la testata dalla quale vi scriviamo, è stata nominata Vicepresidente di IAB, Italian Angels for Biotech, l’associazione di Business Angel in campo biotech e life science. Socia del Club degli Investitori, di cui è stata tra i quattro finalisti come Business Angel dell’anno 2023, e di Angels4Women, l’associazione di Business Angel donne che investe in startup femminili, Paola è un’instancabile promotrice di questo settore. Oltre a Indicon ha fondato un’altra startup innovativa benefit company, Lionhealth, che si occupa di nutrizione clinica per pazienti con patologie specifiche.
Quale sarà la tua missione in Italian Angels for Biotech?
«IAB, nata nel 2015, è l’associazione di Business Angel dedicata a questo settore. Attualmente è costituita da oltre 30 investitori, di cui alcuni appartengono a importanti famiglie di imprenditori in campo farmaceutico. Voglio ringraziare il Consiglio Direttivo di IAB e il Presidente Luca Benatti per la fiducia che hanno riposto in me. Il mio impegno è far conoscere questa realtà ad un numero sempre maggiore di persone, da avvicinare all’attività di angel investing. Investire in startup non significa solo allocare una parte delle proprie risorse su aziende ad alto rischio di fallimento, ma anche sostenere l’innovazione e contribuire con le proprie competenze alla loro evoluzione ».
Si può fare di più?
«L’investimento da parte di Business Angel, quindi nelle primissime fasi del ciclo di vita di una startup, è un fenomeno ancora molto contenuto in Italia, non solo in ambito life science. Il nostro Paese ha talenti incredibili e idee brillanti che sono continuamente generate, ma la maggior parte dei progetti non attrae sufficienti investitori specializzati. Risultato: la maggior parte delle idee non riesce a raggiungere un livello di maturità tale da diventare un’impresa di successo. Si può e si deve fare di più. L’Osservatorio Trimestrale sul Venture Capital mostra come in Italia nel 2023 si sia investito circa 3 volte meno della Spagna, 6 volte meno della Francia e 15 volte meno di UK».
Perché investire nelle scienze della vita?
«È un settore rischioso, con un alto tasso di fallimento e ciclo di vita lungo, ma è molto interessante a livello globale per l’andamento anti-ciclico, per l’invecchiamento della popolazione, e per i margini elevati, secondi solo al settore digital/IT. L’altro aspetto rilevante è che investire in startup life science significa contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di tantissimi pazienti affetti da patologie gravissime, oltre che alla crescita economica e al benessere sociale del nostro Paese».
Qual è l’apporto che un Business Angel può dare a una startup?
«I Business Angel sono persone con disponibilità finanziarie che investono soldi propri direttamente nell’azienda. Contrariamente a quanto si possa pensare, le cifre di partenza (i cosiddetti ticket) sono a partire da 5.000,00 €. Nella maggior parte dei casi sono imprenditori o ex imprenditori, ma possono essere anche manager o ex manager, consulenti o professionisti. Proprio per queste caratteristiche, oltre all’apporto finanziario ciò che fa la differenza nelle prime fasi di vita di una startup, sono le competenze di business che gli angels portano. Questo apporto è fondamentale nel campo delle scienze della vita, composto in gran parte da medici, biologi e in generale ricercatori scientifici che in genere non hanno questo tipo di competenze».
In quante startup hai investito finora?
«Dal 2022, in cinque startup del settore e due fuori settore. Diamante, che sviluppa e produce applicazioni biotech per la ricerca di malattie autoimmuni; CaSRevolution, che sta studiando terapie innovative per malattie neurodegenerative come l’Alzheimer; ALKemist Bio, che sviluppa ATMP per cura tumori che esprimono l’oncogene ALK; Cube Labs, il primo venture builder concentrato nell’Healthcare; Agora Labs che ha ideato una soluzione tecnologica che consente l’anonimizzazione del dato in sanità. Ma anche in Doorway, piattaforma tecnologica che vuole dare accesso al Venture Capital a una platea più vasta di investitori, e Barberino’s, catena di barber shop che ha introdotto un concetto più sofisticato di barbiere».
Qual è quella che ti ha dato maggiori soddisfazioni?
«Diamante, che è stata selezionata tra le 25 startup passate alla fase C del bando ENEA Tech e Biomedical. Ci auguriamo che i fondi di ENEA Tech, fondo nato proprio con il compito di iniettare liquidità e sostenere il trasferimento tecnologico dalle università alle aziende nel campo delle biotecnologie, vengano sbloccati il prima possibile per sostenere le aziende che termineranno il processo di selezione».
Cosa guardi quando devi scegliere la startup sulla quale investire?
«Il manuale del VC dice che il Team è la cosa più importante. Ma anche il potenziale di innovazione e la coerenza e solidità del business model, per predire se sarà in grado di raggiungere quello che promette. In particolare nel biotech si lavora molto sul lungo termine, quindi servono doti di resistenza e visione».
Com’è la presenza delle donne in questo campo?
«La percentuale di startup con Team a prevalenza femminile è più alta in life science che in altri settori (23% nel 2023 contro 15% del totale startup): lo abbiamo rilevato con il nostro Osservatorio List UP, presentato a febbraio. Proprio per aiutare l’imprenditoria femminile, ho iniziato come Business Angel nell’associazione Angels4Women».
Cosa ti affascina di questo settore?
«Le tecnologie applicate alla creazione e sviluppo dei farmaci possono cambiare la vita delle persone. Negli ultimi dieci anni abbiamo visto casi eclatanti di farmaci che stanno dando una speranza di vita a centinaia di migliaia di pazienti, per esempio con i farmaci per curare l’epatite C e l’immunoncologia, o le terapie avanzate (ATMP). Ma soprattutto mi affascina l’innovazione, che significa continuo miglioramento, la sfida dello status quo, l’amore per l’incerto, andare oltre il conosciuto».


