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I Business Angel attivi in Italia sono 1671, operano soprattutto nel Nord Italia e aumentano di anno in anno; il settore è in grande crescita e dà un solido contributo agli investimenti in Italia. Per questo la normativa, che risale al 2012, è da aggiornare. Solo il 14% dei BA, inoltre, è donna, sintomo che anche in questo settore il lavoro da fare in termini di parità di genere è ancora molto. Il Report “Business Angel in Italia: l’impatto dell’angel investing”, realizzato da Growth Capital, Italian Tech Alliance, Il Social Innovation Monitor del Politecnico di Torino e la University of East Anglia (UEA), è stato presentato l’11 gennaio a Milano, presso Le Village by Credit Agricole. L’iniziativa, coordinata da Francesco Cerruti, è stata un’ottima occasione non solo per analizzare attraverso i dati l’impatto dell’angel investing in Italia, ma anche per fare il punto su un ecosistema in grande crescita, che deve affrontare numerosi cambiamenti e sfide all’orizzonte.

Un settore in continua crescita
“Dieci anni fa questa conferenza non sarebbe stata possibile”. Le parole in apertura di Giuseppe Donvito, Presidente di Italian Tech Alliance, racchiudono tutto il senso della grande crescita che il settore dei Business Angel ha avuto in Italia negli ultimi anni. Un progresso reso possibile da diversi attori: i BA in primis, ma soprattutto i Business Angel Group (BAG) e i Business Angel Network (BAN), e i founder delle startup innovative. Fondamentale, poi, per l’analisi e il monitoraggio del settore, il contributo del Social Innovation Monitor del Politecnico di Torino: per la realizzazione di questo report è stato messo in atto “un vero e proprio esempio di Trasferimento Tecnologico” come sottolineato dal Prof. Paolo Landoni. I numeri certificano, infine, il grande impatto dei BA in Italia: “Il 3,2% degli investimenti nel nostro Paese provengono da BA, contro l’1,2% della media europea”, afferma Fabio Mondini de Focatiis, Founding Partner di Growth Capital.
Il valore (umano) aggiunto dei Business Angel
Il valore del Business Angel però non emerge solo dai numeri del report: sono le storie, come quelle raccontate dal BA Marco Nannini (Impact Hub Milano, Angels4Impact, Angels4Women) e dal Founder di Fitprime Matteo Musa, a restituire il senso del reale valore aggiunto dal Business Angel nell’ambito dello sviluppo di una start-up: quello umano. Storie che raccontano di formazione manageriale, apertura a mercati esteri, condivisione del network, consigli accurati, talvolta anche su quando è necessario chiudere. L’investimento di un Business Angel in una startup ha successo quando si instaura una relazione di fiducia e di collaborazione, necessaria soprattutto quando capita di affrontare i momenti difficili. “Sia il BA sia il Founder instaurano una relazione per avere un ritorno, ma questo rapporto funziona davvero quando entrambi capiscono che è molto più importante dare che ricevere”, sottolinea Carlo Tassi, Presidente del Consiglio Direttivo di Italian Angels for Growth, che aggiunge: “Il settore ora è più maturo, dunque dobbiamo capire che il BA non deve essere presente in tutte le fasi di una startup, ma essere consapevole del suo ruolo e di chi viene prima e dopo di lui”. Non solo, dunque, l’investimento iniziale, ma anche la condivisione di competenze, esperienza, formazione e network: il segreto del successo dei Business Angel negli investimenti in Italia, evidenziato dal report attraverso i numeri, è spiegato in realtà da fattori non tangibili, frutto di una comune passione che si instaura attraverso rapporti umani costanti nel tempo.

L’elefante nella stanza
Non è però tutto oro quello che luccica. Il settore è in crescita e dà slancio agli investimenti in Italia, ma è quasi totalmente una questione maschile. Le donne BA in Italia sono appena il 14% del totale, un dato che limita moltissimo, dal punto di vista culturale ma anche economico, l’espansione dell’ecosistema. “Stiamo facendo un grande lavoro sia di acquisizione di consapevolezza nel sistema, sia di formazione specifica per le donne che aspirano a diventare BA”, afferma Stefania Quaini, manging director di Angels4Women. “Serve costruire quella massa critica che arrivi a portare un reale cambiamento, che già in parte si vede, come dimostra il fatto che oggi ne stiamo parlando”. Secondo Valentina Garonzi, CEO di Diamante, il tema è soprattutto culturale: “Si tratta purtroppo di un problema sistemico causato da stereotipi ancora diffusi, che si riflette nella scarsa rappresentanza di donne nei ruoli apicali, dovuta anche a un mancato bilanciamento tra lavoro e famiglia. Su questo, però, si potrebbe e si dovrebbe intervenire con misure mirate”.
I nuovi trend
Il settore dei BA cresce, diventa maturo e dunque cambia, come evidenziato dai nuovi trend messi in luce da Giancarlo Rocchietti, Presidente del Club degli Investitori. Il primo è quello che riguarda il ringiovanimento dei Business Angel, dovuta principalmente a due fattori: “Il trasferimento di ricchezza dalla generazione dei baby-boomer ai loro figli, il più grande nella storia, e la volontà dei giovani imprenditori di diventare subito BA, senza aspettare la pensione”. Il secondo è quello dell’internazionalizzazione, in quanto soprattutto dopo il Covid ci si è resi conto che un BA italiano può facilmente investire in una startup estera e viceversa. Infine, l’innovazione tecnologica, che induce a una riflessione e a una nuova sfida: “Oggi si investe in tecnologie altamente sofisticate, che spesso per produrre un risultato necessitano anche di 15 anni. Il BA, però, dopo la fase iniziale che può durare 5/6 anni, ha esaurito il proprio compito e dunque dovrebbe poter uscire dalla startup, ma in Italia non esistono Mega fondi capaci di liquidare l’investimento iniziale. Il Paese dovrebbe investire maggiormente in questo, perché i BA sono i primi ad entrare ma non dovrebbero essere gli ultimi ad uscire”, conclude Rocchietti.
Lo Startup act 2.0
Non solo spingere la politica ad investire nei Mega fondi: soprattutto è cruciale aggiornare una normativa che risale al 2012, arrivando a uno Startup Act 2.0. È quanto affermato da Francesco Cerruti, che auspica che il 2024 sia l’anno decisivo come spesso affermato pubblicamente dal Ministro Adolfo Urso, “con il quale stiamo collaborando attivamente”. Come sottolineato da Stefano Masserotto, Partner di FRM Tax e “accanito investitore” per sua stessa ammissione, “è necessario adattare la normativa a un mondo che è cambiato. Sarebbe importante agevolare gli investitori che operano in un solo ambito, ispirandosi alla normativa del Regno Unito attraverso incentivi e una maggiore flessibilità nelle detrazioni. Il governo sta lavorando alla riforma fiscale, dunque questa è un’occasione da non sprecare e tutto l’ecosistema si sta impegnando per questo”.


