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«Servono da 5 a 7 unicorni in ambito tech per cambiare una percezione incerta dell’Italia a livello internazionale», dice Diego Piacentini dal palco dell’Italian Tech Week. «I grandi investitori non sono granché interessati al nostro Paese perché non abbiamo quel nome, quel campione, che induca i player internazionali a riversarsi in massa nel nostro Paese. Eppoi il nostro brand a livello di Paese non è proprio quello dell’efficienza, almeno a una prima lettura superficiale».
Piacentini, che è stato Commissario per l’attuazione dell’Agenda Digitale per il Governo italiano dal 2016 al 2018 e attualmente è presidente del fondo Exor Ventures, non ha troppi peli sulla lingua quando parla dell’Italia: «Il gap con gli altri Paesi è assai forte, se si considera che nel 2022 gli investimenti in venture capital in Italia sono stati pari a 2 miliardi di euro, contro i 30 miliardi del Regno Unito, i 15 miliardi della Francia, i 12 della Germania, i 6 della Svezia e i 4 della Spagna. Siamo partiti con dieci anni di ritardo e questo è il prezzo che paghiamo oggi in termini di investimenti nei promettenti segmenti del tech».
Talento distribuito su tutto il Paese
«E questo è un vero peccato», sottolinea il manager, «perché, se gli investitori facessero ragionamenti più approfonditi e attenti, potrebbero scoprire cose interessanti sulla grande innovazione che viene sviluppata in Italia. Vedendo la situazione di oggi per quanto riguarda la sanità e l’assistenza, penso davvero che ci siano delle grandi opportunità. Sono i settori del futuro, e l’Italia può vantare una base farmaceutica di altissimo livello, se non d’eccellenza. Ci sono inoltre centri molto attivi nel biotech e un’attività estremamente diffusa un po’ su tutto il territorio nazionale, non solo in città come Torino e Milano nelle quali i poli dell’innovazione sono più consolidati. Il talento è distribuito su tutto il Paese, ma rende anche più difficile la costruzione di una massa critica in un unico hub. Il che riflette anche la conformazione del mercato delle piccole medie imprese che nel Paese è molto estesa e plurale».
La burocrazia brucia le speranze
Rispondendo poi alla domanda su come l’Italia possa diventare attrattiva per i player esteri, l’ex manager di Apple e Amazon ha parlato dell’annoso problema della lentezza dell’amministrazione nostrana: «La burocrazia italiana è conosciuta nel mondo, purtroppo, ma so che gli investitori italiani sanno gestire bene le vessazioni di quest’infernale macchina burocratica. Tuttavia, il punto è che, se l’Italia continua a non fare la corretta semplificazione, le grandi aziende continueranno a non investire mai qui».
«Ci sono aziende che hanno deciso di tornare o di cominciare a investire in Italia per via degli incentivi fiscali attivati 7-8 anni fa. Ma il nocciolo del problema è rimasto irrisolto e intatto. Questo è il dilemma italiano», sentenzia Piacentini.
Poco slancio imprenditoriale
Il manager ha detto poi sottolineato come i talenti siano poco disposti a lanciarsi in avventure imprenditoriali: «C’è una minore propensione per gli italiani a fare startup. La cosa sta un po’ cambiando grazie al dinamismo di atenei come il Politecnico di Torino e la Bocconi. Si preferisce andare a lavorare per le grandi aziende, oppure andare all’estero. Comunque, la situazione sta lentamente cambiando per fortuna».
«In ogni caso, i giovani talenti non sanno ancora proporsi in maniera corretta agli investitori», sottolinea il manager. «Fare il proprio pitch è molto di più di una semplice presentazione in PowerPoint. Il pitch è l’occasione in cui l’imprenditore presenta un progetto agli investitori con l’obiettivo di convincerli della bontà della propria idea e raccogliere quindi capitali. Il mio consiglio è quello di essere pratici e convincenti, con idee molto chiare esposte in maniera chiarissima. Essere simpatici va bene, ma non basta. Bisogna mostrarsi anche solidi».
Il programma Vento (Venture Originator)
Piacentini ha anche parlato di Vento, il programma di venture building appena lanciato da Exor: «Siamo partiti solo da un anno e abbiamo già ricevuto 2.026 domande, dalle quali abbiamo scelto 52 startup promettenti. E a ognuna di loro abbiamo erogato in poche settimane un finanziamento di 150mila euro. Tra queste c’è tanto e-commerce, mobilità, ma anche cibo e salute».


