Venture capital ed equilibrio di genere: il Regno Unito progredisce, l’Italia resta indietro

Venture capital e parità di genere: il Regno Unito progredisce, l’Italia è indietro. Ma dal Female Innovation Index arrivano segnali positivi

di Giulia Toniutti
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Giulia Toniutti

Perché ne stiamo parlando

Nuovi dati dal Diversity VC Report e il Female Innovation Index riaccendono il dibattito sul gender gap nel venture capital. Aumentano le imprese innovative fondate da donne, progetti solidi e scalabili, ma restano le difficoltà di accesso al capitale, soprattutto nelle fasi iniziali.

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L’inclusione e la parità di genere nel venture capital avanzano a velocità diverse in Europa. Nel Regno Unito il progresso verso la parità è concreto, come confermano i dati di Diversity VC (organizzazione non-profit fondata nel 2016 con la missione di rendere il settore più inclusivo). Mentre in Italia, come denuncia Women in VC Italy, il percorso appare ancora lungo sul fronte della rappresentanza femminile nei team di investimento. Ce lo conferma Barbara Castellano, partner del fondo Panakès Partners ed esperta VC nel settore MedTech.

In UK

I dati del Diversity VC Report registrano un incremento significativo della presenza femminile nei team di investimento e un miglioramento nella rappresentanza delle minoranze etniche ai vertici aziendali.

In particolare, se nel 2017, il 48% dei fondi di venture capital britannici non aveva alcuna donna nei team di investimento, nel 2025, questa percentuale è scesa al 21%. Nello stesso periodo, la presenza femminile tra i professionisti del settore è cresciuta dal 18% al 31%, segnalando un’evoluzione strutturale del sistema.

Iniziative come il Diversity VC Standard, adottato da oltre 100 fondi che complessivamente gestiscono circa 44 miliardi di dollari, stanno facilitando questo cambiamento, testimoniando come servano azioni mirate per far muovere l’ago della bilancia verso una maggiore parità di genere. Il report sottolinea infatti che i fondi che hanno adottato questa certificazione hanno visto un aumento medio della diversità di genere del 10% dopo la certificazione, muovendosi molto più velocemente rispetto alla media del settore.

Nonostante questi segnali positivi, però, anche nel Regno Unito non mancano criticità: le startup guidate da sole donne ricevono meno di un penny per ogni sterlina di capitale di rischio investita. E complessivamente, solo il 2% dell’equity investment è destinato a team composti esclusivamente da donne (in linea con il dato europeo). La situazione è ancora più critica per le donne appartenenti a minoranze etniche. Tra il 2009 e il 2019, le fondatrici nere hanno ricevuto appena lo 0,02% del capitale totale investito. Tuttavia, si segnalano piccoli segnali di progresso: il numero di donne nere che hanno raccolto oltre 1 milione di dollari è passato da una sola persona nel decennio pre-2019 a otto tra il 2019 e il 2023.

Anche la proprietà dei fondi resta un’enclave maschile: il report indica che solo 23 donne detengono una partecipazione significativa nelle società di gestione dei fondi che hanno raccolto capitale negli ultimi sei anni.

Per questo, sono state lanciate iniziative come l’Investing in Women Code, che conta oggi oltre 300 firmatari, per migliorare la trasparenza e l’accesso ai finanziamenti; e l’Invest in Women Taskforce, che ha istituito un fondo di 635 milioni di sterline dedicato alle imprese guidate da donne: attualmente il più grande fondo di questo tipo al mondo. E la British Business Bank, attraverso il programma Investor Pathways, ha stanziato 400 milioni di sterline per supportare nuovi gestori di fondi con l’obiettivo di diversificare chi decide dove allocare il capitale. Perché come afferma Meghan Stevenson-Krausz, CEO di Diversity VC, il progresso è il risultato delle scelte messe in campo per far evolvere il settore. Ecco perché è importante adottare strumenti per forzare il cambiamento.

In Italia

Nel nostro Paese la situazione è più critica. Come denuncia Women in VC Italy, solo il 14% dei general partner dei fondi di venture capital è donna, appena il 12% delle startup è guidato da founder femminili e le startup fondate da donne raccolgono una quota di capitali inferiore alla media europea, pari al 13% .

Stiamo assistendo dunque a un cambiamento culturale che corre a velocità diverse: nel Regno Unito, l’introduzione di standard condivisi, certificazioni e programmi di accountability ha contribuito ad accelerare il riequilibrio di genere. Mentre in Italia, dove il mercato del venture capital è più giovane e meno strutturato, il percorso è ancora in una fase iniziale.

«È un confronto che vede ancora l’Italia un po’ in rincorsa», conferma Barbara Castellano, partner di Panakès Partners. «Nel nostro Paese ancora il 25% dei fondi non ha nemmeno una donna, non solo nel team di investimento ma proprio in nessuna posizione. E molto spesso, quando ci sono, coprono ruoli corporate e non ruoli operativi di investimento. Se guardiamo alle senior position, quelle che firmano gli assetti di investimento, siamo al 14%. Mentre nei ruoli come investment manager o director, arriviamo solo al 18%».

E le conseguenze? «Questo bias di inclusione pesa moltissimo, perché la maggior parte delle decisioni sugli investimenti viene ancora presa da uomini. Questo incide sia sul numero di investimenti in aziende fondate da donne, sia sulle tipologie di investimenti che si fanno», aggiunge. «I fondi con team di investimento diversificati hanno una probabilità fino a tre volte superiore di investire in startup fondate da donne o da team misti». Intanto i numeri parlano di una corsa impari. «Oggi i team fondati solo da donne ricevono circa il 2% degli investimenti a livello europeo, quelli misti il 14%, mentre circa l’84% va a startup con soli fondatori uomini. Questo – precisa Castellano – influisce anche sui settori: le imprese per la salute delle donne vengono penalizzate, perché gli investitori tendono a finanziare soluzioni a problemi che capiscono. È un dialogo tra parti simili, ed è così anche nei fondi di venture».

In Europa

Nel complesso, però, il quadro europeo fornito dal Female Innovation Index 2026 mostra una crescita costante della presenza delle donne nell’imprenditoria innovativa, decretando il 2025 un anno straordinario in Europa, segnato da quello che gli autori definiscono un “cambiamento generazionale”. L’amarezza è nel divario strutturale sul fronte dell’accesso al capitale.

Nel 2025, 1.307 startup fondate da donne hanno raccolto 7,5 miliardi di euro, segnando un aumento del 19% rispetto ai 6,25 miliardi del 2024, intercettando il 13% del venture capital complessivo investito nel continente, un punto percentuale in più rispetto all’anno precedente.

Segnali incoraggianti sul piano della maturità imprenditoriale: nel 2025 si registrano 124 operazioni di fusioni e acquisizioni (M&A) che hanno coinvolto startup guidate da donne (erano 114 nel 2024) e il numero di unicorni fondati da donne sale a 29, il livello più alto mai osservato in Europa.

Inoltre, le imprese femminili mostrano performance comparabili, se non superiori, a quelle del resto dell’ecosistema una volta superata la fase iniziale: il 21,1% delle startup femminili raggiunge la Series A, contro una media europea del 19,8%. Quindi startup che sono andate oltre la fase embrionale: hanno un prodotto che funziona, con clienti reali, buon fatturato e necessitano soldi per espandersi.
Appunto, accesso ai capitali per crescere. Ed è qua che le donne sentono nettamente il divario: la selettività dell’accesso iniziale ai capitali. Perché come evidenziato dai report, linfrastruttura del sistema ancora oggi è tale che l’allocazione del capitale si basa su network e pregiudizi che vanno oltre la pura performance economica.

Per quanto riguarda i settori di business, il report evidenzia che il 22% di tutto il capitale di rischio raccolto da startup femminili è destinato a realtà che utilizzano tecnologie di intelligenza artificiale. La salute si conferma il comparto dominante, conquistando il 37% degli investimenti totali (3,6 miliardi di euro), seguita dal fintech (12%) e dall’energia (7%). In particolare, il 20% dei finanziamenti destinati a startup deep tech fondate da donne è andato a imprese impegnate nel drug discovery guidato dall’IA.

Concludendo con una ricognizione geografica: il Regno Unito guida per volumi assoluti, concentrando il 32% del venture capital femminile europeo, mentre la Finlandia emerge come il Paese più avanzato in termini di inclusività, con oltre il 55% del capitale di rischio nazionale destinato a startup fondate da donne.

L’Italia, al contrario, rimane sotto la media europea: solo circa il 10% del venture capital è allocato a imprese femminili (un dato in flessione rispetto al 15% registrato nel 2021), con un numero limitato di operazioni di exit e assenza di unicorni guidati da donne, a conferma di un ecosistema ancora giovane e poco strutturato, dove il divario di genere ancora la fa da padrone. Nel 2025, sono state 65 le startup femminili italiane a raccogliere capitali (rispetto alle 48 del 2021), a fronte complessivamente di 317 aziende finanziate nello stesso anno.

Lasciamo la conclusione a Castellano. «L’età media delle donne nei fondi è più bassa e soprattutto la presenza delle donne è concentrata nei ruoli mid e junior: questo non ci rende felici, perché manca ancora l’apporto nei team decisionali. Ma questo potrebbe anche essere un segnale. Dobbiamo capire se c’è ancora un tetto di cristallo che impedisce il passaggio ai ruoli senior o se, nel tempo, questa maggiore attenzione all’assunzione delle donne porterà a un cambiamento strutturale. Voglio sperare sarà così. Per accelerare questo processo servono però più associazioni e iniziative, come Women in VC Italy, e un ruolo più strutturale dei fondi istituzionali». Il messaggio chiave è questo: «non basta assumere donne: bisogna promuoverle verso posizioni senior e lavorare sulla divulgazione e sull’accesso, anche a livello universitario».

Keypoints

  • I dati del Diversity VC Report illustrano l’evoluzione nel Regno Unito verso un ecosistema del venture capital più inclusivo ed equo
  • La diversity nel venture capital avanza in Europa con velocità molto diverse tra Paesi.
  • In Italia il divario di genere resta marcato, soprattutto nei team di investimento.
  • Le startup fondate da donne performano, ma faticano ancora nell’accesso iniziale ai capitali.
  • I dati del Female Innovation Index decretano il 2025 un anno molto positivo per le imprese guidate da donne: le imprenditrici hanno raccolto 7,5 miliardi di euro e 29 imprese hanno raggiunto lo stato di unicorno

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