Dentro Elica, il fondo che seleziona biotech “best in class” e piace alle big pharma

Dentro Elica, il fondo che seleziona biotech “best in class” e piace alle big pharma

di Laura Morelli
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Laura Morelli

Perché l’abbiamo scelto
Con la vendita della quota in Nuvalent a GSK, il fondo Elica mette a segno un’altra exit. Niccolò Pignatelli racconta metodo, selezione e prospettive di un fondo che si muove come una big pharma, ma con la flessibilità dei mercati pubblici.

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Il 9 giugno scorso, il giorno in cui GSK ha annunciato l’acquisizione per 10,6 miliardi di dollari di Nuvalent, Riverfield Partners, uno degli azionisti venditori tramite Elica Equity Fund, ha aggiunto un nuovo tassello a una sequenza che,  dall’inizio dell’anno, ha già visto quattro exit tra le sue partecipate. 

Elica Equity Fund è un fondo specializzato in società biotech quotate che sviluppano nuovi farmaci per bisogni clinici non soddisfatti. È un comparto del Riverfield Alpine Fund gestito da Riverfield Partners LLP, società che ha sede principale a Londra e che opera anche attraverso strutture registrate in Lussemburgo. 

«Dal 2022, quando è partita la strategia, abbiamo realizzato nel complesso 16 exit e dallo scorso anno siamo passati da 20 milioni di dollari di masse a 35 milioni», spiega Niccolò Pignatelli, investment manager di Riverfield Alpine – Elica Equity Fund, protagonista della nostra rubrica Market Player di giugno.

Qual è la vostra strategia?

«Cerchiamo società che stanno sviluppando clinicamente dei farmaci che possano essere best in class, cioè i migliori di una particolare classe terapeutica, ma anche best in disease, cioè proprio il miglior farmaco per una particolare malattia. E cerchiamo società che siano gestite da un management forte e con molta esperienza nel portare i farmaci all’approvazione».

Perché Nuvalent vi aveva convinto?

«Nuvalent è un ottimo esempio di tutto questo: aveva due farmaci in fase finale di sviluppo, entrambi sono evoluzioni di particolari inibitori usati per il più comune tumore ai polmoni: il non-small cell lung cancer. Ed entrambi dovrebbero essere approvati entro la fine dell’anno.

Diversi studi hanno dimostrato che sono migliori di quelli attualmente sul mercato. Visto che si stavano avvicinando all’approvazione, e visto che era sempre più chiaro che questi due farmaci erano effettivamente i migliori, Nuvalent è diventata una delle nostre top five posizioni. Al giorno dell’acquisizione, prima dell’annuncio, era la nostra terza più grande posizione del fondo».

Questa è la quarta acquisizione annunciata da inizio anno per il fondo. Cosa dice della vostra strategia?

«È una sorta di barometro per vedere come stiamo andando: è la quarta vendita di società annunciata da inizio anno, oltre a Ventyx, Day One e Terns. Siamo molto contenti di essere stati capaci di identificarle. Questo numero di acquisizioni indica che strutturalmente investire in questo settore è molto interessante, che siamo posizionati nel momento giusto nel settore giusto, perché è un momento storico in cui c’è tantissimo sviluppo clinico di nuove medicine.

Questo avviene perlopiù in piccole società biotech: lo scorso anno il 72% dei farmaci approvati dalla FDA è stato sviluppato inizialmente in aziende biotecnologiche emergenti, che non avevano mai avuto un’approvazione di un farmaco in vita loro».

Perché le grandi pharma comprano queste società?

«Le grandi società farmaceutiche hanno una forte ricerca e sviluppo interna, ma il core del business è la distribuzione. Inoltre sviluppare farmaci richiede tempo. È più conveniente per loro comprare piccole società biotech che hanno assunto il rischio di sviluppare la terapia, invece che prendersi il rischio internamente.

Quando incontriamo i business development team delle grandi società farmaceutiche, come Novartis, Roche, GSK e poi tutte le americane, dicono abbastanza chiaramente che se vedono sul mercato una società che ha una medicina con un potenziale di vendite superiore al miliardo all’anno, cioè un cosiddetto blockbuster, diventa una società molto appetibile su cui investire».

Come trovate le società giuste?

«Abbiamo un team completamente scientifico e clinico e quello che facciamo è analizzare malattia per malattia. Studiamo, da cinque anni ormai, tante diverse malattie e in ognuna di queste malattie abbiamo mappato tutti i vari player e le varie medicine che sono in sviluppo. Quando identifichiamo una malattia in cui ci sono un paio di società piccole che stanno sviluppando terapie e non ci sono competitor grandi che potrebbero muoversi potenzialmente più velocemente, specialmente a livello commerciale, lì vediamo un’opportunità.

Una volta che identifichiamo queste malattie per cui c’è chiaramente un forte bisogno clinico, analizziamo molto in dettaglio la terapia in sviluppo, la compariamo a tutte quelle già esistenti e alle altre in sviluppo e, se pensiamo che sia una medicina che potrebbe essere la best in disease e vediamo che il management team è buono, ha esperienza e le potenzialità di arrivare all’approvazione della Food and Drug Administration, a quel punto facciamo l’investimento».

Quanto dura questo processo?

«L’analisi iniziale può richiedere circa una settimana di tempo; poi c’è un costante aggiornamento. Quella prima settimana, quella prima valutazione ci permette di capire come funziona quella particolare malattia, chi ci sta lavorando, quali sono i dati interessanti che vorremmo vedere in futuro.

Poi magari dopo 6-7 mesi, dopo un anno, ci sono le condizioni per procedere con l’investimento. In questo processo, cerchiamo di sfruttare anche la volatilità dei mercati pubblici. Questo, fra altre cose, ci differenzia da una Big Pharma: siamo una biotech sintetica».

Si spieghi…

«Abbiamo la nostra pipeline, come una società farmaceutica, ma la gestiamo in modo più flessibile. Noi abbiamo più di 100 medicinali in via di sviluppo, considerando tutte le terapie in sviluppo delle nostre società. La Big Pharma con più medicine in via di sviluppo è AstraZeneca, con 93. Noi abbiamo un portafoglio che comprende più medicine in fase di sviluppo clinico che qualsiasi altra società farmaceutica.

In più abbiamo il vantaggio che possiamo muoverci molto velocemente: in altre parole, se a un certo punto pensiamo che una terapia non sia più la potenziale best in disease, in un giorno possiamo rimuovere quella medicina e aggiungerne altre che la andranno a rimpiazzare».

Quali competenze vi permettono di lavorare così?

«Io sono un ingegnere biomedico, studio queste cose da sempre. Nel team c’è una persona che ha un dottorato in immunologia e che ha anche una laurea in farmacologia, e poi abbiamo una serie di advisor scientifici e clinici che ci aiutano su aspetti particolari. E un network di advisor che ci aiuta a guardare bene queste società».

Come sta andando il fondo?

«Dal lancio della strategia abbiamo avuto 16 acquisizioni di società nel nostro portafoglio, quattro annunciate solo quest’anno, con un multiplo medio di circa 2x. E, grazie sia alla performance sia alle sottoscrizioni, è arrivato a 35 milioni, e abbiamo un impegno da parte di investitori che ci porterebbe sopra i 40. I nostri investitori sono molto vari, principalmente family offices».

Guardate anche alle opportunità italiane?

«Ci sono sicuramente tanti movimenti e sviluppi in Italia. Vediamo ogni tanto delle opportunità interessanti, ma sono ancora purtroppo troppo piccole per noi. Dobbiamo aspettare che queste si quotino per poter poi investire. Oppure noi crescere ancora di più e accedere anche ad altre iniziative. Abbiamo l’obiettivo di arrivare a 100 milioni».

Come vede il biotech oggi?

«C’è una conoscenza scientifica che mai abbiamo avuto nella storia, c’è un numero di scienziate e scienziati attivi che sta lavorando su nuove tecnologie che non si è mai visto prima. E questo può portare allo sviluppo di nuove terapie: molte malattie per cui adesso non ci sono farmaci avranno dei farmaci disponibili, molte malattie che adesso consideriamo incurabili potranno diventare croniche».

Su quali patologie siete più focalizzati?

«La cosa bella dello sviluppo clinico è che una volta che una tecnologia funziona per una malattia, si prova a usare la stessa tecnologia per altre malattie. Forse il settore in cui vedo il cambiamento più significativo è quello delle malattie autoimmuni, come per esempio il lupus e la sclerosi multipla».

Keypoints

 

  • Niccolò Pignatelli è ingegnere biomedico di Riverfield Rartners, nostro Market Player del mese, e racconta come il fondo Elica stia costruendo il proprio track record nel biotech quotato.
  • GSK ha annunciato l’acquisizione di Nuvalent per 10,6 miliardi di dollari, quarta exit annunciata da inizio anno per Elica.
  • Elica Equity Fund è un fondo specializzato in biotech quotato, lanciato il 10 settembre 2024 e focalizzato su società con pipeline cliniche e unmet need.
  • Pignatelli definisce il fondo come una sorta di “società farmaceutica sintetica”, con oltre 100 medicinali in sviluppo nel portafoglio complessivo.
  • Il team punta su asset “best in class” e “best in disease”, con forte attenzione alla qualità del management e alla probabilità di M&A.
  • Secondo Pignatelli, il biotech resta un settore strutturalmente favorito dalla ricerca scientifica e dalla propensione delle big pharma ad acquistare asset late-stage.

 

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