Il Giappone entra nel programma Horizon. Carninci, Human Technopole: «se fosse più vicino, dovrebbe entrare anche nell’Unione Europea».

Horizon Europe si apre al Giappone: cambieranno gli equilibri della ricerca globale? Risponde Carninci, Human Technopole

di Michela Moretti
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Michela Moretti

Perché ne stiamo parlando
Un grande Paese extraeuropeo, con un sistema di ricerca maturo e altamente tecnologico, entra in un programma pensato per favorire consorzi multinazionali, integrazione industriale e trasferimento di conoscenza. Si inasprirà la competizione per ottenere fondi?

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«Se il Giappone fosse un po’ più vicino all’Europa, portarlo dentro l’Unione europea sarebbe un grosso affare per tutti». A pronunciare questa frase è Piero Carninci, commentando l’ingresso del Giappone in Horizon Europe, il più grande programma di finanziamento alla ricerca e innovazione dell’Unione Europea, e del mondo. Con i suoi 95,5 miliardi di euro.

Anche ricercatrici e ricercatori giapponesi, insieme a quelli dei Paesi UE e di quelli associati, avranno così la possibilità di un accesso diretto ai fondi europei.

Che cosa significa questa apertura? E chi ne beneficerà davvero?

Giappone: l’incontro con l’Europa può generare valore

Genetista di fama internazionale, Carninci da anni è attivo tra Italia e Giappone: è direttore del Centro di ricerca genomica funzionale allo Human Technopole di Milano e team leader del Laboratory for Transcriptome Technology del centro Riken per le scienze mediche integrative di Yokohama, dove lavora da oltre 31 anni.

Lo scienziato italiano sostiene che l’affinità di valori e di assetti istituzionali tra il Paese del Sol Levante e il nostro continente è molto importante sul terreno della ricerca ed è convinto che «quando esistono regole condivise, fiducia e un’idea comune del ruolo pubblico della scienza, la collaborazione può diventare profonda, non solo formale».

Con l’ingresso del Giappone in Horizon Europe, Bruxelles compie un passo che va oltre la cooperazione scientifica tradizionale. Il punto, secondo Carninci, è la possibilità di integrare competenze complementari. Il Giappone, spiega, eccelle nell’implementazione tecnologica e nello sviluppo di piattaforme avanzate. «I giapponesi sono molto bravi nel trasformare idee in tecnologie. Nella genomica, il Riken ha portato in Europa strumenti che non esistevano, permettendo di scoprire intere categorie di geni, come gli RNA non codificanti. Senza quel contributo, molti progetti semplicemente non sarebbero esistiti».

Fisica, chimica, intelligenza artificiale e matematica sono ambiti in cui, secondo Carninci, l’“insularità” culturale del Giappone ha favorito approcci originali, sviluppati lontano dai mainstream occidentali.

«Essere un’isola ha anche un effetto positivo: certe idee nascono separatamente. Metterle in comunicazione con l’Europa può generare qualcosa di realmente nuovo».

Dalla cooperazione formale alla collaborazione reale

L’ingresso del Giappone in Horizon Europe, però, non garantisce automaticamente questo salto di qualità.

«Il vero vantaggio arriverà solo se si riuscirà a costruire una ricerca davvero integrata: scambio di dati, di personale, di idee, e anche di proprietà intellettuale. Brevetti scritti insieme. Non una torta divisa in fette, ma un progetto condiviso dall’inizio».

Dal punto di vista strutturale, il sistema giapponese di finanziamento alla ricerca presenta affinità con quello europeo, ma anche differenze rilevanti. Accanto a grandi programmi top-down, esiste una galassia di grant bottom-up, accessibili a ricercatori di ogni livello, dalle piccole borse ai finanziamenti “super” collaborativi.

«Questa granularità è una delle forze del Giappone», spiega Carninci. «Chi ha un’idea, può scrivere un grant e finanziare il proprio gruppo. È uno dei motivi per cui il Paese ha prodotto così tanti premi Nobel».

In Giappone il budget pubblico per la ricerca ristagna

Il problema, tuttavia, è che da anni il budget pubblico per la ricerca è sostanzialmente stagnante (così come l’economia giapponese). Anche includendo il forte contributo dell’industria – farmaceutica, automotive, elettronica – l’investimento complessivo, stimato intorno al 3% del PIL, fatica a crescere.

«I costi della ricerca aumentano, le università aumentano, gli istituti aumentano. Ma il budget resta piatto. Horizon rappresenta quindi un nuovo orizzonte, soprattutto se il governo giapponese deciderà di affiancare fondi straordinari».

Chi entrerà davvero in Horizon?

Nonostante l’apertura formale, Carninci non si aspetta un assalto di massa della comunità scientifica giapponese ai bandi europei. «Molti colleghi non conoscono Horizon o non ne comprendono ancora le regole. Serve tempo, e spesso serve che tutto venga spiegato in giapponese». A beneficiarne per primi, secondo lui, sarà un’élite ben definita.

«I ricercatori più competitivi, quelli che parlano inglese fluentemente, che hanno lavorato all’estero, che sanno muoversi in contesti internazionali. Non necessariamente i baroni, ma una generazione più giovane, veloce, capace di interagire e di costruire consorzi in tempi rapidi».

Ma a questo punto può profilarsi il rischio di una concentrazione dei fondi in mani di pochissimi e Carninci non lo nega. «Investire in aree fertili può avere senso. Ma i monopoli no. Serve equilibrio, altrimenti il sistema si irrigidisce».

Il nodo irrisolto: la competizione estrema

La notizia dell’ingresso del Giappone in Horizon si intreccia però con una questione più ampia, che riguarda la sostenibilità dei sistemi competitivi di finanziamento della ricerca.

Il tema è stato ripreso in modo esplicito in un articolo su Nature che mostra come, in alcuni bandi europei, il tempo e le risorse spese dai ricercatori per scrivere proposte, dai revisori per valutarle e dalle amministrazioni per gestirle finiscano per superare l’investimento effettivo in ricerca. È il concetto dello Szilard point, dal nome del fisico Leo Szilard, che indica la soglia oltre la quale il costo complessivo della competizione per un grant supera il valore del grant stesso. Un’analisi simile, pubblicata a fine 2024 su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), ha quantificato l’impatto sistemico di questa competizione estrema, parlando apertamente di inefficienza strutturale nella distribuzione di fondi scarsi.

Senza fondi non si arriva al primo esperimento

«Passiamo il 30, 40, a volte il 50% del tempo a scrivere grant. Con tassi di successo del 5% o meno, significa scriverne venti per finanziarne uno. E spesso si sviluppano idee brillantissime sulla carta senza mai avere i fondi per fare il primo esperimento».

Ma l’ingresso del Giappone, secondo Carninci, non aggraverà drasticamente questa dinamica, almeno nel breve periodo.

«Non ci sarà un’invasione. Senza un network europeo è difficile entrare. I gruppi giapponesi saranno parte di consorzi già esistenti, non sottrarranno fondi in modo massiccio». Ma il problema di fondo resta. «Dobbiamo chiederci quanta competizione sia davvero utile e quanta, invece, stia drenando energie al sistema. Senza un finanziamento di base adeguato agli istituti, rischiamo di perdere menti brillanti che passano la vita a convincere qualcuno a finanziarle».

Un test per il futuro della ricerca europea

L’associazione del Giappone a Horizon Europe è quindi più di un accordo tecnico. È un test. Sulla capacità dell’Europa di attrarre partner “like-minded”, sulla sostenibilità dei suoi strumenti di finanziamento, e sulla possibilità di costruire una scienza davvero collaborativa in un contesto globale sempre più frammentato. E dove l’oceano che ci separa dagli Stati Uniti pare ancora più grande. Come conclude Carninci, il potenziale c’è. Ma non è automatico. «L’integrazione reale non nasce dai regolamenti. Nasce dalla capacità di lavorare insieme, davvero. Se questo accadrà, allora sì, Europa e Giappone avranno molto da guadagnare».

Keypoints

  • L’ingresso del Giappone in Horizon Europe segna un passaggio strategico: un grande Paese extraeuropeo entra pienamente nel principale programma UE di ricerca e innovazione, ampliando la dimensione globale della cooperazione scientifica.
  • Secondo Piero Carninci, il valore dell’accordo sta nell’integrazione di competenze complementari: il Giappone eccelle nello sviluppo tecnologico e nelle piattaforme avanzate, mentre l’Europa offre un ecosistema consolidato di collaborazione e trasferimento di conoscenza.
  • Il vero salto di qualità dipenderà dalla capacità di costruire una ricerca realmente condivisa (dati, personale, idee, proprietà intellettuale), superando modelli di cooperazione formale e frammentata.
  • Nonostante l’apertura, l’accesso ai fondi Horizon sarà inizialmente limitato a una élite di ricercatori giapponesi con esperienza internazionale, competenze linguistiche e capacità di costruire consorzi competitivi.
  • L’associazione del Giappone a Horizon Europe riapre il dibattito sulla sostenibilità dei sistemi competitivi di finanziamento della ricerca, evidenziando il rischio di inefficienze strutturali e di una competizione che assorbe più risorse di quante ne generi.

 

 

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