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Una maggiore collaborazione tra pubblico e privato, investimenti mirati e un quadro regolatorio che favorisca la crescita delle startup. Questa la ricetta dell’innovazione secondo Davide Turco, co-fondatore e AD di Indaco Venture Partners SGR, che abbiamo incontrato di nuovo per conoscere le novità in casa Indaco: uno dei principali operatori indipendenti italiani di Venture Capital (leggi qui l’intervista che abbiamo pubblicato all’inizio del 2024).
Tra queste, l’avvio del Fondo Parallel Lombardia che, a differenza del fondo principale che ha un obiettivo geografico ampio, punta a sostenere la crescita di startup operative nella regione che è la Silicon Valley italiana. E a proposito della culla dell’innovazione tecnologica statunitense, Turco dice: «Accogliamo con favore il Rapporto Draghi, che evidenzia l’importanza di aumentare gli investimenti in ricerca e innovazione in Europa per colmare il gap con gli Stati Uniti».
Partiamo dal Fondo Indaco Ventures I – Parallel Lombardia, iniziativa strategica per supportare le startup tecnologiche lombarde. Quali sono gli obiettivi di questo fondo e come si inserisce nella strategia di Indaco Venture Partners?
«Il fondo nasce dalla proposta della Regione Lombardia, che ha messo a gara 40 milioni di euro da investire in startup tecnologiche del territorio. Abbiamo partecipato al bando con altre SGR (Società di Gestione del Risparmio) e, dopo una valutazione da parte di una commissione di esperti, sono stati selezionati i progetti più promettenti, tra cui il nostro. La nostra proposta si basa sull’esperienza di Indaco Ventures I, un fondo di 134 milioni di euro che ha già portato a termine quattro exit e ne sta negoziando una quinta.
Molti dei nostri progetti in portafoglio, soprattutto quelli che devono affrontare la fase di scaleup, richiedono ulteriori investimenti per competere in un ecosistema globale. Ebbene, il nuovo fondo Parallel Lombardia servirà a finanziare, in una logica di co-investimento (14,5 sono i milioni messi a disposizione dalla Regione), il follow on di alcuni di quelli che hanno sede operativa e legale in Lombardia, con un limite massimo di 5 milioni da destinare a ogni operazione.
Siamo grati alla Regione Lombardia per questa opportunità, perché in Italia siamo bravi a generare idee innovative, ma siamo meno efficaci di altri ecosistemi a farle correre, scalare e arrivare sui mercati. Avere a disposizione questa risorsa addizionale è molto importante per affrontare questa fase critica, accelerare la crescita delle aziende tecnologiche attive in Lombardia e contribuire, così, anche alla creazione di nuova occupazione e allo sviluppo del territorio».
Avete già individuato i progetti a cui destinerete questi investimenti?
«Molto probabilmente tre progetti in ambito medicale e due nel Deep Tech. Annunceremo a brevissimo le prime due operazioni frutto di questa virtuosa collaborazione pubblico-privato».
In che modo la collaborazione tra pubblico e privato può accelerare lo sviluppo delle startup e in generale dell’innovazione in Italia? Considerate le diverse velocità con cui agiscono il pubblico e il privato.
«La collaborazione tra pubblico e privato è fondamentale, lo è stata anche per l’ecosistema innovativo per eccellenza, la Silicon Valley negli Stati Uniti. Il pubblico ha la capacità di fornire risorse finanziarie e di creare un quadro regolatorio favorevole, e il privato può gestire in modo più agile e rapido gli investimenti. La sinergia, dunque, permette di incanalare la potenza di fuoco del pubblico e di far correre le risorse con le gambe del privato. Inoltre, il pubblico può definire strategie di politica industriale su scala nazionale e, auspicabilmente, continentale, identificando i settori su cui puntare, semplificando le normative e quindi la vita di chi vuole fare impresa, e incentivando i capitali privati. Per non parlare del sostegno pubblico alla ricerca e all’università, e delle commesse pubbliche che in alcuni campi, come lo sviluppo di nuovi farmaci e la Digital Health, possono accelerare l’innovazione».
A proposito di nuovi farmaci, due anni fa avete fatto partire un fondo dedicato al Pharma: Indaco Bio. Come si inserisce il recente investimento su MicThera nella strategia di Indaco Bio? E come prosegue lo scouting di progetti di trasferimento tecnologico?
«Indaco Bio ha come core focus l’investimento in round A e successivi, in realtà che hanno già sviluppato un Proof of Concept e raggiunto una prima validazione preclinica dei farmaci che vogliono sviluppare. Tuttavia, riteniamo che in Italia ci sia anche bisogno di potenziare le capacità di investimento a supporto dei ricercatori, affinché focalizzino le loro ricerche e possano arrivare al successo. Per questo destiniamo una parte minoritaria del fondo a progetti molto qualificati, ancora in fase early stage, che partono in centri di ricerca o clinici.
MicThera ne è un esempio. È un progetto nato da ricercatori dell’Università di Padova e dello IOR di Bellinzona e si occupa di sviluppare terapie oncologiche innovative basate sul microbiota intestinale.
In merito alla nostra attività di scouting a sostegno del trasferimento tecnologico, stiamo continuando a collaborare con centri di ricerca italiani ed esteri per identificare progetti promettenti. Puntiamo a finanziare quelli che dimostrano di raggiungere le milestone prefissate e di avere le carte in regola per raccogliere ulteriori capitali per progredire nelle fasi precliniche e arrivare a quelle cliniche. Sebbene il taglio degli investimenti in questo caso sia più piccolo dei round A e B, con ticket inferiori o al massimo di 1 milione di euro, sono essenziali per sostenere la fase di crescita e validazione di queste startup».
La scorsa volta ci ha spiegato l’importanza anche di co-investire per massimizzare capitali e competenze. In quest’ottica si colloca la collaborazione siglata con Fondazione ENEA Tech e Biomedical?
«Assolutamente sì, la partnership con Fondazione ENEA Tech e Biomedical è molto importante per noi ed è un altro esempio virtuoso di come il pubblico e il privato possano collaborare per accelerare l’innovazione in settori strategici come la sanità e le biotecnologie. La Fondazione è stata creata proprio con l’ambizione di supportare le realtà più promettenti dell’ecosistema Italia nel settore delle tecnologie innovative, in particolare nel campo delle life science, che è un settore in cui siamo molto attivi. Noi investiamo nel Biotech, nel Med Tech e nella diagnostica.
Come dicevo prima, le risorse pubbliche possono diventare più efficienti grazie al coinvestimento di operatori privati: la sinergia tra attori diversi consente di ottimizzare il ritorno sugli investimenti e valorizzare meglio la qualità dei progetti finanziati».
A proposito di investimenti in innovazione, come non parlare del recente Rapporto Draghi sulla competitività dell’Europa. Report in cui si sottolinea l’urgenza di aumentare gli investimenti, pubblici e privati, in ricerca e sviluppo per supportare la crescita e l’innovazione del continente.
«Abbiamo letto con grande interesse il Rapporto Draghi, che conferma ciò che sosteniamo da tempo come mondo Venture Capital: l’investimento in ricerca e innovazione fa la differenza in termini di opportunità di crescita di un Paese e di creazione di ricchezza. Gli Stati Uniti, proprio grazie ai loro massicci investimenti in ricerca, startup e Venture Capital, hanno creato le aziende che sono leader a livello globale per capitalizzazione, specialmente nei settori ICT e Biotech. In Europa, invece, questo è accaduto meno frequentemente. E meno ancora in Italia.
Il Rapporto Draghi, che nasce su mandato della Commissione europea, mette l’accento sulla necessità di accelerare gli investimenti in innovazione e ricerca e di ridurre la burocrazia che spesso frena lo sviluppo di nuovi fondi. Speriamo che non rimanga un libro delle buone intenzioni e che le raccomandazioni si traducano in azioni concrete.
Noi siamo ottimisti e come parte dell’ecosistema siamo pronti a fare la nostra parte per identificare le azioni da mettere a terra al fine di alimentare la competitività del continente e del nostro Paese».
Ma l’Italia è pronta a recepire tutto questo, ad affrontare questa sfida e a coglierne le opportunità?
«L’Italia ha tutte le potenzialità, ma c’è tanto lavoro da fare. La burocrazia e le regolamentazioni complesse, per esempio, rallentano spesso l’innovazione. Se riusciremo a creare un quadro regolatorio più snello e a incentivare maggiormente il capitale privato, l’Italia potrà giocare un ruolo di primo piano nello sviluppo dell’innovazione a livello europeo. Dobbiamo però agire rapidamente per evitare di perdere talenti e opportunità. C’è bisogno di creare dei tavoli di lavoro per ascoltare i diversi attori e arrivare a una implementazione di linee guida efficaci. Siamo fiduciosi. Segnali positivi ci sono, basti pensare all’esempio del fondo parallelo creato con la Regione Lombardia».


