IFF, il fondo «nato da founder per i founder», investe in startup della salute

IFF, il fondo «nato da founder per i founder», investe in startup della salute

di Tiziana Tripepi
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Tiziana Tripepi

Perché lo abbiamo scelto
Italian Founders Fund è il primo fondo di venture capital in Italia i cui sottoscrittori sono a loro volta founder di startup o aziende. E sono tante le startup delle scienze della vita in cui ha investito: imprese innovative italiane, ma anche estere interessate alla crescita sul mercato italiano.

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Luca Ferrari di Bending Spoons, Carlo Gualandri di Soldo, Simone Mancini di Scalapay, Paolo De Nadai di WeRoad, Giada Zhang di Mulan Group, Luca Rossettini di D-Orbit: sono tra i sottoscrittori di Italian Founders Fund, il primo fondo di venture capital in Italia “nato da founder per i founder” e nostro market player del mese.

IFF investe, dal preseed al Series A, in startup fondate da imprenditori e imprenditrici italiane con sede in Italia o all’estero e in startup estere interessate alla crescita sul mercato italiano. Costituito a fine 2023, ha più di 100 sottoscrittori, una dotazione attuale di 90 milioni di euro. Ha realizzato a oggi 29 investimenti, anche in startup del settore life science, come ReportAid, Sava e Mamahealth.

Uno degli ultimi investimenti in ordine di tempo è il round di 1,6 milioni di euro in Cato AI, piattaforma che applica l’intelligenza artificiale alla gestione delle gare d’appalto.

Spesso è IFF a costruire il round agendo da lead investor. A parlarcene è Irene Mingozzi che, nel 2024, dopo dieci anni in Silicon Valley, ha lasciato gli Stati Uniti per diventare partner del fondo, accanto a Lorenzo Franzi.

Com’è nata l’idea di costituire Italian Founders Fund?

«L’idea è nata nel 2023 da un gruppo di imprenditori, fondatori sia di startup che di aziende più tradizionali, già attivi come angel investor, che hanno pensato di investire insieme attraverso un fondo di venture capital invece che continuare a farlo in autonomia. È dunque un fondo “nato da founder per i founder”, un modello che esiste da anni negli Stati Uniti e in Europa e che per la prima volta viene creato in Italia. La sua “casa” è la Sgr Koinos Capital».

Founder che investono in altre startup: un segno di maturità del nostro ecosistema?

«Alcuni di questi founder hanno fatto exit, e hanno quindi le risorse per investire in altre iniziative imprenditoriali. Ma, più in generale, c’è stato un cambiamento culturale: ora è molto più comune investire in startup, il rischio è accettato e l’Italia è considerata un mercato interessante».

Cosa l’ha convinta a lasciare la Silicon Valley per diventare partner di IFF?

«Durante i miei dieci anni in Silicon Valley, dopo un’esperienza in startup e poi in un acceleratore, ho lavorato come VC investor in Lombardstreet Ventures e E12 Ventures. In tutto questo periodo ho sempre cercato di supportare i founder italiani, dedicando loro office hour, e raccontando le loro storie sul mio Substack “Silicon Valley Dojo” che curavo insieme ai due General Partner di Lombardstreet, Luigi Bajetti e Massimo Sgrelli. Nel frattempo il sistema italiano ha cambiato passo, ci sono stati casi di successo, gli investitori internazionali hanno cominciato a interessarsi all’Italia. Era il momento di tornare e dare il mio contributo».

Qual è la vostra metodologia di lavoro?

«Siamo due partner e tre membri dell’investment team, e spesso ci confrontiamo con tutta la nostra community di Limited Partner, dove ognuno ha esperienze diverse in settori e modelli. La nostra caratteristica distintiva è l’esposizione internazionale: Lorenzo Franzi ha lavorato quindici anni a Londra, la nostra Principal, Virginia Bassano, e tornata l’anno scorso dopo dieci anni a Londra in Eight Roads.

Questo è un elemento importantissimo nel nostro lavoro, perché consente di stabilire contatti e relazioni con investitori esteri. Il 95% dei round in cui abbiamo investito avevano coinvestitori internazionali. Sia che agiamo come lead investor sia che siamo follower supportiamo i founder nella costruzione del round tramite il nostro network».

Cosa vi fa decidere di investire in una startup?

«Investendo dal preseed al Series A, cioè nelle prime fasi di vita di un’azienda, guardiamo molto al team. Ci chiediamo: “Ha le competenze giuste, sia soft che hard? È in grado di raccogliere venture capital? È in grado di attirare talenti? Sta crescendo velocemente? È in grado di mettere a terra le ipotesi e iterare?”. Ma guardiamo anche il mercato: “È abbastanza grande? Ha bisogno della soluzione proposta dalla startup?”».

Uno degli ultimi investimenti che avete realizzato è il round di 1,6 milioni di euro in Cato AI, startup che si rivolge anche al settore medicale…

«Cato AI è una startup che usa l’intelligenza artificiale per ottimizzare il processo di gestione delle gare d’appalto pubbliche. Hanno una buona fetta di clienti proprio nel settore medicale perché molte di queste gare, come sappiamo, riguardano prodotti e servizi da vendere agli ospedali pubblici. Tra i loro primi clienti c’è per esempio il Gruppo SOL, che opera nella produzione e commercializzazione di gas tecnici e medicali, o Movi, azienda che distribuisce dispositivi medici.

Conoscevo il founder, Andrea Zorzetto, e la sua capacità di portare a execution la sua visione. La startup è interessante perché va a svecchiare un’attività, quella degli appalti pubblici, molto complessa e burocratizzata».

Un’altra startup del life science in cui avete investito è ReportAid, che grazie all’intelligenza artificiale estrae dai referti medici i dati utili per il follow-up del paziente…

«Anche nel caso di ReportAid, come per Cato AI, siamo lead investor. E anche in questo caso conoscevamo molto bene i founder, che hanno un’esperienza importante nel settore sanitario. ReportAid fa una delle cose più interessanti che si possano realizzare con l’AI e sta crescendo molto bene: i founder stanno chiudendo contratti con un numero di ospedali molto maggiore del previsto e anche lo sviluppo del prodotto sta procedendo molto rapidamente».

Avete investito anche in altre startup di questo settore?

«Sì, per esempio in Sava, che realizza biosensori wearable, un mercato che nel 2028 raggiungerà i 20 miliardi di euro di dimensione; Salupay, che sviluppa soluzioni tecnologiche per rendere più efficiente la gestione amministrativa delle strutture sanitarie; e Mamahealth, che raccoglie storie di pazienti cronici tramite AI, che possono essere utilizzate dalle aziende farmaceutiche come “real-world insights” per comprendere a fondo le necessità dei pazienti e per guidare decisioni strategiche».

Come giudica il settore delle scienze della vita?

«Grazie all’innovazione in questo settore si può avere un impatto molto forte sul mondo reale. Inoltre qui l’AI può fare la differenza sia sui processi che sui prodotti».

Keypoints

  • Italian Founders Fund è il primo fondo di venture capital in Italia “nato da founder per i founder”. Investe, dal preseed al Series A, in startup fondate da imprenditori italiani con sede in Italia o all’estero o startup estere interessate alla crescita sul mercato italiano
  • Costituito a giugno 2024, ha più di 100 sottoscrittori, una dotazione attuale di 90 milioni di euro e ha realizzato a oggi 29 investimenti, anche in startup del settore life science
  • Irene Mingozzi è tornata dalla Silicon Valley dopo un’esperienza di dieci anni per diventare partner del fondo accanto a Lorenzo Franzi
  • Partner e dei membri dell’investment team di IFF hanno esperienza internazionale, caratteristica importante perché consente di stabilire contatti e relazioni con investitori esteri. Il 95% dei round in cui IFF ha investito ha coinvestitori internazionali
  • IFF ha investito in diverse startup delle scienze della vita come Sava, ReportAid, Mamahealth. Uno degli ultimi investimenti è in Cato AI, startup che usa l’intelligenza artificiale per ottimizzare il processo di gestione delle gare d’appalto pubbliche.

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