Lauxera: il growth buyout che porta le healthtech europee negli Usa

Lauxera porta le aziende healthtech europee negli Usa

di Laura Morelli
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Laura Morelli

Perché ne stiamo parlando
Con il secondo fondo da 520 milioni, Lauxera Capital Partners conferma la sua strategia di growth buyout: investire in società europee che hanno un prodotto, una tecnologia e un business già validati dal mercato e accompagnarle negli USA.

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C’è chi punta su una specifica categoria di farmaci, chi su una fase particolare della ricerca e chi, come Lauxera Capital Partners, punta invece a supportare aziende healthtech europee con già potenziale commerciale chiaro per accompagnarle nella crescita, soprattutto verso il mercato USA.

Lauxera nasce nel 2020, con uffici a Parigi e San Francisco, proprio per fare da ponte tra Europa e Stati Uniti. Il primo fondo aveva raccolto circa 260-262 milioni di euro; il secondo, chiuso nel 2026, è salito a 520 milioni, quasi il doppio, segnale di forte fiducia degli investitori.

Ne abbiamo parlato con Edoardo Fracchia, partner della società, per capire come selezionano le aziende, quali sono le opportunità nel settore e perché, oggi, l’Europa resta una grande fucina di innovazione ma fatica ancora a trasformarla in campioni globali.

Lauxera Growth II ha chiuso a 520 milioni di euro, sopra l’hard cap, e con una forte partecipazione degli investitori storici. Quali sono i criteri, gli obiettivi e la strategia del nuovo fondo?

«Preciso che Lauxera non è un fondo venture capital ma un fondo di growth buyout. Investiamo cioè in società che hanno già superato la fase più iniziale e che hanno un prodotto, una tecnologia e un business già validati dal mercato. La nostra idea è sostenere aziende europee che hanno bisogno di capitale per accelerare la crescita, rafforzarsi strategicamente e, quando serve, fare acquisizioni add-on».

Su quali ambiti investite in particolare e cosa escludete?

«Il nostro focus è sull’healthtech, quindi su tutto ciò che ruota attorno alla sanità: medical devices, digital health, diagnostics, life science tools, healthcare data e segmenti affini. Non investiamo invece nel biotech early-stage o in società che devono ancora affrontare un percorso clinico e regolatorio molto lungo. Noi arriviamo quando il rischio più alto è già stato ridotto e quando il capitale serve soprattutto a scalare».

In concreto, cosa cercate in una società?

«La tecnologia è il primo elemento, e in alcuni casi anche l’unico davvero decisivo. Cerchiamo aziende con un prodotto o un servizio che abbia una componente tecnologica distintiva, capace di cambiare davvero il mercato o il modo in cui si lavora nella sanità. Poi guardiamo molto al team: per noi è fondamentale che il management sappia portare l’azienda nella direzione giusta, con disciplina e capacità di esecuzione. Infine analizziamo il modello di business, perché in certi segmenti, come il capital equipment, la struttura dei ricavi e il posizionamento commerciale fanno tutta la differenza».

Avete insistito molto sulla capacità di accompagnare le aziende europee verso gli Stati Uniti. Quali sono oggi gli ostacoli principali per un’healthtech europea che vuole entrare nel mercato americano?

«Il primo ostacolo è culturale. Molte società europee hanno ottime tecnologie, ma conoscono poco il mercato americano e finiscono per affrontarlo con un approccio sbagliato. Negli Stati Uniti bisogna capire dove sta la money line, come funzionano competizione, rimborso e dinamiche ospedaliere. Non basta avere un buon prodotto: bisogna dimostrare che quel prodotto fa guadagnare gli ospedali e si inserisce correttamente nel sistema».

Quanto conta oggi il contesto americano, anche alla luce delle tensioni regolatorie e delle nuove priorità industriali?

«Conta moltissimo, perché gli Stati Uniti restano il principale mercato per crescita, innovazione e valorizzazione delle tecnologie healthcare. Negli ultimi mesi si è visto anche un rallentamento sul lato regolatorio, che ha creato colli di bottiglia in alcune fasi della messa a mercato, soprattutto per i medical device. Questo però non cambia il punto di fondo: chi vuole diventare leader globale deve prima o poi passare dagli Stati Uniti».

E l’Europa, invece?

«L’Europa resta una straordinaria fucina di innovazione. Se guardiamo alla qualità della ricerca, delle università e di molte realtà industriali, il continente continua a produrre tecnologia di altissimo livello. Il problema è che spesso mancano i capitali, ma anche la mentalità giusta per fare il salto internazionale. L’Italia non fa eccezione: ha eccellenze importanti, per esempio in alcuni segmenti del medicale, della radioterapia, del laser e della manifattura, ma molte realtà non hanno ancora la forza o la convinzione per affrontare davvero il mercato americano».

Per chiudere, cos’è per voi l’innovazione?

«Per noi innovazione è un prodotto, una tecnologia o un servizio che cambia paradigma. Non basta migliorare qualcosa: bisogna spostare lo status quo, introdurre un elemento davvero nuovo e dirompente nel settore healthcare. È questo il tipo di innovazione che cerchiamo, perché è quella che può creare valore duraturo per le aziende, per gli investitori e, soprattutto, per i pazienti».

Keypoints

  • Lauxera Capital Partners ha chiuso il secondo fondo, Lauxera Growth II, a 520 milioni di euro, superando l’hard cap e raddoppiando quasi la dimensione del primo veicolo.
  • La strategia resta focalizzata sul growth buyout in healthtech: niente biotech early-stage bensì aziende europee già commerciali con prodotto, tecnologia e modello validati.
  • Il fondo, spiega il partner Edoardo Fracchia, punta a sostenere la crescita organica e inorganica delle portfolio company, con ticket tipici tra 20 e 50 milioni di euro e un approccio transatlantico (Parigi–San Francisco).
  • Per Lauxera, i tre driver di selezione sono tecnologia distintiva, team manageriale forte e modello di business solido, soprattutto in segmenti complessi come il capital equipment.
  • L’obiettivo è colmare il gap tra innovazione europea e scala globale, accompagnando le healthtech verso il mercato americano, dove si decidono crescita, prezzi e valorizzazione.

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