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Una riorganizzazione strategica per investire “in quello che conterà domani”, che non poteva non includere anche il comparto della salute. Era fine giugno scorso quando LIFTT, venture capital specializzato in investimenti deep-tech nato nel 2020 e partecipato fra gli altri da Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT e Fondazione LINKS, aveva annunciato una rifocalizzazione della sua struttura concentrando risorse e competenze su quattro principali aree di investimento e cioè Infrastructure for data revolution, Critical Resources, Energy Security & Industrial Automation e naturalmente anche Human Health & Aging.
Un cambio strategico a cinque anni dalla nascita che rende LIFTT il nostro market player del mese di luglio, con l’obiettivo, spiega in questa intervista a INNLIFES Maria Cristina Odasso, Head of Business Analysis della società, è «diventare un player “multi-verticale”».
Dott.ssa Odasso, partiamo dall’inizio, perché avete deciso questa riorganizzazione di LIFTT?
«Come società siamo operativi dal 2020 e questo ci ha permesso di costruire ad oggi un portafoglio di circa 57 partecipazioni in ambiti diversi. Ci siamo presi un momento per riflettere su come impostare ancora più strategicamente l’attività per il futuro, sia lato investimento che gestione, e abbiamo deciso di focalizzarci maggiormente come player verticale, aggregando le risorse e le competenze del team intorno a comparti ben definiti. La razionalizzazione è partita da un’analisi dei trend tecnologici, ma anche delle grandi sfide sociali, economiche e ambientali. L’obiettivo è costruire massa critica: in competenze, risorse, investimenti. Questo ci permette di essere più incisivi e proattivi nella gestione, anche grazie al nostro team di project manager dedicati».
Quante persone seguiranno il verticale Human Health & Aging?
«Oggi abbiamo un’attività di scouting che sarà direzionata su questo verticale. A questa si affiancano un team di analisi e uno di gestione progetti. Le risorse saranno distribuite lungo tutto il flusso operativo».
Perché avete scelto di puntare proprio su questo ambito?
«È un’area dove la tecnologia in questo momento sta facendo progressi tali da permettere alla scienza di comprendere e, soprattutto, intervenire sui processi biologici che stanno dietro all’invecchiamento cellulare e dei tessuti. Questo si intreccia con esigenze socioeconomiche molto forti.
Con il termine Longevity si intende vivere più a lungo in salute e con questo obiettivo abbiamo individuato sottosettori in cui c’è forte attenzione e un buon allineamento tra bisogni e soluzioni tecnologiche: neurotecnologie, biomarcatori, diagnostica predittiva, immunoterapie, terapie cellulari per malattie croniche o rare, rigenerazione tissutale, bioprinting, crioconservazione. Anche la robotica sanitaria è un campo promettente. Inoltre, l’oncologia – in particolare con i radiofarmaci – è per noi un tema di continuità, su cui abbiamo già fatto investimenti e ottenuto la nostra prima exit».
Qual è il vostro approccio in termini di fase della vita della startup? Pensate ci siano abbastanza opportunità in Italia?
«Copriamo uno spettro che va dal pre-seed fino alla serie B, uno spettro abbastanza ampio che dà la possibilità di intercettare progetti interessanti in ogni fase, a partire da quella embrionale. Quanto alla geografia, guardiamo a progetti italiani ma investiamo anche all’estero, in Europa, USA e Singapore. La possibilità di creare valore in Italia resta però centrale».
Come supportate concretamente le startup?
«Il supporto è sempre funzionale alla fase in cui si trova il progetto in quanto ciascuna di esse ha bisogno di un tipo di supporto diverso. Quello che facciamo è cercare di capire che tipo di aiuto serve: dall’individuazione di profili da inserire nel team, al percorso clinico-regolatorio, fino alla gestione delle decisioni societarie man mano che il progetto cresce. In ambiti come il biotech spesso parliamo di IP (Intellectual Property, cioè proprietà intellettuale) generata dopo anni di ricerca, portata avanti da gruppi di lavoro molto piccoli. È lì che cerchiamo di essere un punto di riferimento».
Uno dei temi che riguarda il settore è il tech transfer, voi potreste agevolare anche questa fase?
«Il venture capital resta fondamentale per tradurre la ricerca in impresa. LIFTT, sin dalla sua costituzione, si è sempre posta l’obiettivo di essere una sorte di ponte fra le idee nate negli ambienti accademici e il mondo dei capitali e dell’industria. Fortunatamente oggi c’è maggiore consapevolezza, anche grazie agli sforzi di università, TTO (Technology Transfer Office) e incubatori che aiutano i ricercatori a valorizzare il loro lavoro. Ci sono più corsi, più contaminazione tra accademia e impresa. È positivo anche che stiano nascendo nuovi operatori early stage. Ma perché un progetto funzioni servono anche competenze manageriali e industriali: il capitale umano è cruciale».
Come valuti oggi il mercato italiano del VC?
«C’è fermento. Crescono gli operatori, i capitali raccolti, la capacità di investimento. Rimangono però gap importanti: spesso i round early stage in Italia sono sottodimensionati rispetto ad altri Paesi. Servono più capitali nelle fasi iniziali. Ma la direzione è giusta, e personalmente sono ottimista».
Avete già allocato risorse su questo verticale? E quanto pensate di investire?
«Stiamo costruendo la pipeline. In realtà, una parte significativa del nostro portafoglio è già su biotech e medicale – tra il 15% e il 20% – anche grazie al background del team e alla storia stessa di LIFTT. Il nostro obiettivo ora è razionalizzare e rafforzare ulteriormente la presenza su questi temi».
Ultima domanda, che cos’è per lei innovazione?
«La capacità di sfruttare la tecnologia per creare un impatto positivo sulla società».


