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È un settore resiliente: anche in contesti geopolitici e macroeconomici complessi continua ad attrarre capitali e a generare operazioni. È caratterizzato da forte contenuto innovativo e da una domanda strutturalmente in crescita, anche alla luce dei trend demografici e dell’evoluzione degli stili di vita. Parliamo dell’healthcare, comparto ampio e trasversale che copre l’intera filiera della salute: dai servizi di cura e assistenza – ospedali, cliniche, centri diagnostici – all’industria farmaceutica e biotecnologica, fino allo sviluppo e alla produzione di dispositivi e tecnologie medicali.
Ne abbiamo analizzato le caratteristiche in termini di attrattività degli investimenti da parte di fondi di private equity insieme a Giovanni Caroli, founding partner di GC Advisory, boutique di consulenza specializzata in finanza aziendale, M&A e operazioni straordinarie, e al junior partner Francesco Parisi.
Com’è stato il 2025 per l’Italia nel settore healthcare, con riferimento alle operazioni di M&A?
«È stato un anno importante. Si è registrata una ripresa moderata, con un aumento del numero di operazioni di circa il 10% rispetto al 2024, che ha portato il totale vicino a quota 100. Il dato è ancor più positivo perché l’anno non è stato dei più lineari: fattori geopolitici e macroeconomici hanno incrementato il costo del debito e questo ha reso le operazioni di M&A più costose e quindi meno convenienti».
Il 2025 è stato anche l’anno del ritorno degli investitori finanziari.
«Sì, circa il 60% delle operazioni è stato realizzato da operatori di private equity, a conferma dell’interesse degli investitori per un settore percepito come resiliente anche in contesti complessi».
Quali sono state le operazioni più significative?
«Ne menzioniamo due tra tutte: la prima – che è stata proprio seguita da GC Advisory – è l’acquisizione, da parte di 21 Invest, della maggioranza di Else Solutions, azienda specializzata in tecnologie per la medicina nucleare e la radioterapia. La seconda è l’acquisizione da parte di Andera Partners del 46% delle quote di Adler Ortho, pioniera nel campo della stampa 3D per prodotti ortopedici. Entrambe riflettono l’interesse degli investitori per asset che combinano tecnologia, applicazione industriale e potenziale esportazione del know-how italiano».
Quali fattori rendono attrattive le aziende italiane per potenziali acquisizioni?
«La forza delle aziende italiane – la maggior parte delle quali, come sappiamo, sono piccole e medie, e molto specializzate – sta nella capacità di combinare, in alcune nicchie, tecnologia e capacità industriale, con competenze riconosciute non solo a livello europeo ma anche globale».
Per essere target di fondi di private equity dunque non bisogna necessariamente avere grandi dimensioni…
«Esatto. Questo è un settore in cui si guarda non tanto alle dimensioni quanto alle cosiddette “industrial capabilities”, cioè specializzazione e competenze. È uno dei pochi ambiti in cui gli operatori sono disposti a investire anche su realtà con EBITDA contenuti – per esempio 2,5-3 milioni – purché operino in nicchie di ad alto valore».
Quali dinamiche stanno sostenendo la crescita delle operazioni di M&A nel settore healthcare?
«In primis gli operatori strategici, oramai più che avvezzi a crescere per linee esterne. Tra questi, vi sono quelli partecipati da fondi che per crescere fanno le cosiddette operazioni “add-on”, cioè le acquisizioni successive alla prima, (detta “platform”) che hanno l’obiettivo di farla diventare un player importante del settore. Questi rappresentano una forza trainante, perché vanno ad aumentare in modo sostanziale il numero delle operazioni.
Poi ci sono i fondi specializzati, che sono sempre a caccia di operazioni da fare con imprenditori in modo attivo e seriale. Infine le operazioni nelle nicchie ultra frammentate, quelle in genere relative ai servizi, cioè tutto il mondo delle cliniche e dei laboratori».
All’interno del vasto mondo dell’healthcare, il comparto farmaceutico è driver di innovazione e crescita: quali i fattori che più impattano in chiave deal?
«Il farmaceutico è un comparto molto articolato: comprende la ricerca, la produzione del farmaco, la distribuzione ma anche la produzione di macchinari, come quelli per il confezionamento dei farmaci o il riempimento. In chiave deal essere un produttore, anche se di piccole dimensioni, rappresenta un fattore competitivo rispetto a essere distributori – anche esclusivi – di farmaci, devices o macchinari perché si è in possesso della proprietà intellettuale, si è cioè posizionati in una parte importante della catena del valore.
Detto questo, anche i distributori possono risultare attrattivi, soprattutto quando operano in nicchie ad alto valore aggiunto, dove oltre alla commercializzazione gestiscono componenti di servizio, installazione o assistenza su base ricorrente. In ogni caso, è fondamentale una forte impronta tecnologica: prodotti standardizzati e facilmente replicabili risultano meno interessanti per il mercato dell’M&A».
Quali sono le forme di partnership predilette con le imprese?
«La maggior parte delle partnership si basano sulla vendita della maggioranza dell’azienda (il 51%) da parte di un imprenditore. Ma questo non significa che chi vende debba lasciare l’azienda, tutt’altro: deve rimanere e, anzi, impegnarsi ancora più di prima. L’imprenditore infatti negozia con il private equity un piano di crescita, perché scommette insieme a quest’ultimo sulla crescita, che può portare a una valorizzazione in un orizzonte medio di tre-cinque anni.
Meno frequente è il caso in cui si apre il capitale a un operatore di minoranza, che può entrare con una formula “mista” di pagamento del prezzo agli azionisti e aumento di capitale. Ma bisogna considerare che, anche se in minoranza, il fondo pretende di avere voce in capitolo nelle decisioni aziendali: per piccole operazioni bisogna capire se questa formula valga o meno la pena».
Quali sono le operazioni attese per il 2026?
«Due operazioni molto grosse stanno già facendo rumore. Una è l’offerta pubblica di acquisto da circa 11 miliardi di euro lanciata a marzo dal fondo britannico Cvc, per acquisire il 100% delle azioni di Recordati e procedere al delisting da Piazza Affari. Il fondo detiene già il 47% delle quote dell’azienda farmaceutica. L’altra riguarda il fondo di private equity francese Ardian, che starebbe valutando la cessione di Dedalus, gruppo che sviluppa e fornisce software e soluzioni IT per il settore sanitario, che controlla al 92,67%. L’operazione è valutata intorno ai 4 miliardi di euro: intorno a essa si concentra grande attenzione perché i megadeal in Italia sono piuttosto rari».
E i trend?
«Nel 2026 proseguirà il consolidamento nei servizi sanitari e diagnostici, laboratori, centri medici e cliniche, dove la frammentazione favorisce operazioni di aggregazione. Continuerà anche il trend nel pharma, con focus su produttori di macchinari, packaging e CDMO. Da monitorare la nutraceutica, segmento competitivo e fortemente legato al brand, e il tema della longevità, più connesso all’evoluzione degli stili di vita che allo sviluppo di strutture dedicate».


