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Lo scorso anno il venture capital italiano ha confermato il trend di crescita iniziato nel post Covid, registrando un +32% della raccolta, arrivata a quasi 1,5 miliardi di euro, stando ai dati dell’EY VC Eurobarometer. Una nota positiva che stona con i dati degli altri paesi europei: Spagna 2,6 miliardi di raccolta; Francia 6,3 miliardi; Germania 6,6 e Regno Unito che stacca di misura con 18,4 miliardi.
C’è ancora tanta strada da fare per colmare questo divario. Gap che fonda le radici anche per il poco coinvolgimento degli investitori istituzionali, sempre più “forzati” da una parte a investire in venture capital per ottenere vantaggi fiscali ma dall’altra alle prese con un settore ancora piccolo e con proposte non sempre allettanti.
Proprio per colmare questo vuoto nasce Radical Partners, nostro market player del mese: un fondo di fondi di venture capital privato e indipendente promosso e gestito da Salvo Mizzi, già ceo di Tim Ventures e Invitalia Ventures, insieme a Cristiano Garocchio, con esperienza nelle risorse umane, e Daniele Vecchi, responsabile finanziario con base negli Emirati Arabi. Obiettivo del fondo, che conta già un partner come Assolombarda, è raccogliere 400 milioni di euro, la maggior parte dei quali sarà investita in Italia, con un occhio particolare al settore healthcare.
Mizzi, come nasce Radical Partners e qual è la ratio dietro alla creazione di questo veicolo?
«La ratio è molto semplice, c’è un vuoto di mercato strutturale del sistema venture capital italiano: fino a oggi sono mancati fondi di fondi VC privati e indipendenti. Gli unici esistenti hanno una matrice pubblica, quella di CDP Venture Capital, oltre a finanziarie regionali, quindi denaro pubblico che copre circa il 70-80% delle risorse che vengono allocate in venture capital. Una struttura che non funziona per varie ragioni e che mostra il buco di mercato. Noi abbiamo pensato di colmarlo anche per portare il nostro contributo a un migliore funzionamento dell’ecosistema».
Perché c’è questo vuoto?
«Fino a dieci anni fa il totale degli investimenti l’anno in venture capital era una cifra risibile, circa 100 milioni di euro, molto meno del Portogallo. Siamo stati a lungo gli ultimi in classifica in Europa come risorse destinate al venture capital. Soltanto con la nascita di CDP Venture, quindi tra il 2018 e il 2019, abbiamo avuto il primo salto di scala significativo, che ci ha portato a una cubatura che ormai viaggia tra il miliardo e il miliardo e mezzo. Un salto di scala però totalmente guidato da risorse pubbliche.
Ora dobbiamo fare un altro salto: non possiamo più lasciare solo al capitale pubblico il compito di sostenere l’innovazione in Italia. Il tema è quindi portare risorse private e gestori privati a svolgere il ruolo delicatissimo di investimento a monte della catena, tramite appunto i fondi di fondi».
Come vede oggi l’interesse degli investitori per il VC?
«In Italia ci sono grandi problemi di education, di formazione e di capacità di raccontare il venture capital che non lo hanno reso finora un asset class particolarmente popolare. C’è inoltre un’avversione al rischio che possiamo definire strutturale. Ciò implica uno sforzo ulteriore che l’industria deve fare ma che è essenziale per la crescita del nostro Paese».
Spieghi bene il perché…
«L’Italia è il paese che cresce meno in Europa e soprattutto che non cresce da più di 25 anni. Noi sappiamo che la crescita è anche sostenuta dalla capacità di investire nella nascita di nuove grandi imprese, soprattutto tecnologiche. Nessuno può pensare seriamente di sostenere un paese da 60 milioni di abitanti soltanto con il turismo o con l’industria classica perché non funziona. Siamo un paese grande, che ha bisogno di strutture produttive nuove».
Gli investitori sono interessati al vostro veicolo?
«Abbiamo iniziato da poco tempo, il fondo è operativo ufficialmente dal 9 dicembre, ma l’accoglienza è stata molto positiva. La soluzione piace perché offriamo al mercato del capitale privato e dei capitali istituzionali una via sostenibile all’impegno in venture capital e innovazione. Il fondo di fondi, per sua natura, presenta meno rischio rispetto ai fondi diretti perché consente di diversificare. Nel nostro caso, investiremo in 25-30 fondi sottostanti che si auto-bilanciano».
Chi sono gli investitori a cui vi rivolgete?
«Intanto non abbiamo alcuna intenzione di raccogliere denaro pubblico perché vogliamo mantenere rigorosamente un approccio privato di mercato. Metà della raccolta avverrà nei Paesi del Golfo e nel Far East, dove abbiamo una presenza e network, grazie al socio Daniele Vecchi, e abbiamo interlocuzioni con fondi sovrani e grandi family office. Metà in Italia e in Europa. Nel nostro Paese ci rivolgiamo a investitori istituzionali, chiamati a investire anche dal nuovo dettato normativo (lo Scaleup Act ndr), quindi fondi pensione, casse previdenziali, ma anche corporate, family office e ultra-high-net-worth».
Secondo lei come si può convincere gli investitori istituzionali che il fondo di fondi è una porta d’ingresso sicura? Come cambiare il mindset che spesso hanno attorno al VC?
«Partiamo come dicevo da una situazione di impopolarità dell’asset class e da un atteggiamento conservativo del nostro modo di fare investimenti. D’altronde se in passato i fondi diretti non hanno restituito risorse extra – e i fondi di fondi praticamente non esistevano – è normale che si sia formato un bias negativo. Tuttavia, se guardiamo alla natura profonda dei capitali istituzionali, cioè l’obbligo non negoziabile di erogare le pensioni. Cosa distribuiscono se non si crea ricchezza?
Negli Stati Uniti, dove oggi gli investimenti sono strabilianti, tutto è nato negli anni ’80 con l’ERISA Act del ’79-’80. Quella legge ha consentito alle strutture previdenziali di investire in asset emergenti, dando vita all’industria del venture capital americana, che guida l’allocazione globale delle risorse. Il risultato?
Oggi, tra le prime 50 aziende globali nate negli USA, più della metà – forse il 70% – trent’anni fa non esisteva. In trent’anni dunque hanno creato ricchezza straordinaria, sostenuta dal venture capital che ha fatto scalare le aziende. Oggi generano posti di lavoro, pensionati, prestazioni previdenziali. L’investimento delle strutture pensionistiche americane è stato decisivo per quel decollo, è un sistema circolare. Cosa dire allora ai nostri investitori istituzionali? Dobbiamo addomesticare la curva del rischio senza perdere le opportunità del futuro. Che mestiere faranno i nostri figli tra vent’anni dobbiamo capirlo ora, non quando sarà troppo tardi».
In quali fondi investirete?
«Più della metà della raccolta sarà destinato a fondi nuovi e a manager emergenti, che fanno più fatica a raccogliere ma che statisticamente performano meglio, basati soprattutto in Italia (70%) e il resto in Europa, per la maggior parte attivi nelle fasi early stage, serie A e B».
Quali sono invece i settori di maggiore interesse?
«Investiamo solo su tecnologie scalabili e che hanno a che fare con il mondo VC, quindi tutti i settori in cui si creano nuovi mercati. Fra questi ci interessa ovviamente l’Health tech, Life science e Biotech, che guardiamo a 360 gradi essendo un universo complesso e sterminato, oltre che computing e IA, e infine energia, green e tutto ciò che è legato all’ambiente».
C’è offerta invece? In Italia qualcuno lamenta la presenza di poche startup e poco track record…
«Non sono d’accordo, c’era poco track record fino a 4-5 anni fa, oggi abbiamo degli unicorni e anche un decacorno quale Bending Spoons. Qui sta il problema di narrazione di cui parlavamo ed è una profezia che si auto-avvera: se pensiamo che non ci siano in Italia abbastanza startup finiamo per crederci per davvero. Ma dobbiamo uscire da questa visione e guardare invece a cosa possiamo fare, tenendo conto che è una competizione globale, dove i volumi investiti sono funzione diretta del successo di un progetto. Un round da 5 milioni in Italia altrove è dieci volte tanto. Se non investi tante risorse perdi talenti, sviluppo, mercato».
Perché Radical, cosa c’è di radicale?
«‘Radicale’ è legato al fatto che non puoi fare innovazione in modo irrilevante. Le scelte che si prendono sono legate a tesi i cui effetti influenzeranno i prossimi dieci anni: non puoi essere timido se devi immaginare il futuro».
Cos’è per lei innovazione?
«L’innovazione è un orientamento e una postura nei confronti del futuro. Significa abbracciare il futuro e costruire cose che hanno un orizzonte lungo, profondo. Innovazione è saper guardare avanti in modo significativo».


