Women’s Health Investment Index: perché investire nella salute femminile è una sfida (e un'occasione)

Women’s Health Investment Index: perché investire nella salute femminile è una sfida (e un’occasione)

di Cristina Bellon
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Cristina Bellon

Perché ne stiamo parlando
Solo il 6% degli investimenti privati in healthcare è destinato alla salute femminile, nonostante le donne rappresentino metà della popolazione mondiale. I dati dal nuovo report del World Economic Forum e i commenti di Paola Testori Coggi, vicepresidente di Donne Leader in Sanità e ambassador per il futuro della salute di Federated Innovation@MIND.

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Non è solo una questione etica. La discrepanza tra bisogni clinici e capitali investiti nella salute femminile è una distorsione di mercato che rallenta l’innovazione, amplifica le disuguaglianze e limita la crescita economica. A evidenziarlo è il nuovo rapporto Women’s Health Investment Outlook del World Economic Forum, realizzato con Boston Consulting Group, che fotografa con dati concreti una realtà strutturale: solo il 6% degli investimenti privati in sanità è destinato alla salute di donne e ragazze, nonostante rappresentino quasi metà della popolazione mondiale.

Eppure, curare meglio le donne, oltre che giusto, è economicamente vantaggioso. «Una popolazione femminile più sana significa una forza lavoro più stabile, una produttività maggiore, minori costi sanitari e una riduzione dei rischi sistemici. È un moltiplicatore sociale e finanziario, oltre che una questione di equità. Ignorarlo non è più sostenibile» dichiara Paola Testori Coggi, biologa, ambassador per il futuro della salute di Federated Innovation@MIND, e vicepresidente dell’associazione Leads-Donne Leader in Sanità (leggi qui l’intervista).

Oltre la riproduzione: un mercato esiste già, ma non si vede

Per anni, parlare di salute femminile ha significato quasi esclusivamente parlare di salute riproduttiva, tumori femminili e assistenza materna. Questo approccio riduttivo ha finito per oscurare l’impatto reale di molte condizioni e patologie ad alta prevalenza tra le donne: malattie cardiovascolari, osteoporosi, malattie neurodegenerative, menopausa, disordini autoimmuni. Tutte aree con una domanda di cura crescente e con margini di innovazione altissimi, ma che restano marginali negli investimenti in ricerca e nel flusso dei capitali.

Secondo il report, colmare questo gap significherebbe generare oltre 100 miliardi di dollari di valore solo negli Stati Uniti entro il 2030, affrontando efficacemente appena quattro condizioni: menopausa, osteoporosi, Alzheimer e patologie cardiovascolari. Ma il ritardo negli investimenti si riflette anche nella qualità delle cure. «Le donne vivono più a lungo degli uomini, ma trascorrono il 25% della loro vita in precarie condizioni di salute, spesso con diagnosi tardive e terapie  meno efficaci» avverte Testori.

Una medicina ancora tarata sul corpo maschile

A rendere ancora più evidente la distorsione è il fatto che la maggior parte della ricerca clinica, delle sperimentazioni farmacologiche e dei modelli terapeutici si basa su fisiologia maschile. Le donne sono spesso escluse dagli studi clinici, soprattutto se in età fertile o in gravidanza. Le differenze biologiche vengono ignorate, con conseguenze dirette sull’efficacia dei trattamenti, sulla precisione diagnostica e sugli outcome clinici.

Questo approccio genera un doppio danno: clinico e finanziario. Senza cure adeguate, aumentano le ospedalizzazioni evitabili, si riduce la qualità della vita e si moltiplicano i costi per i sistemi sanitari e previdenziali. «Le donne si ammalano più spesso degli uomini, consumano più farmaci e sono le maggiori utilizzatrici del sistema sanitario» sottolinea Testori. «L’investimento nella salute femminile è dunque anche un investimento per l’efficienza e la sostenibilità dei sistemi sanitari».

Un ecosistema che fatica a scalare

Gli investimenti nella salute femminile non mancano, ma arrivano in ritardo e in forma frammentata. Il 50% dei finanziamenti alle startup del settore si concentra nei primissimi stadi di sviluppo, contro una media del 32% nel resto dell’healthcare. Il risultato è una filiera corta: le idee faticano a maturare, i progetti si arenano prima di scalare, gli investitori istituzionali restano alla finestra.

Anche la distribuzione settoriale è sbilanciata: il 90% dei capitali si concentra in tre ambiti – oncologia, maternità e fertilità – lasciando scoperti settori chiave come la salute metabolica, mentale, cardiovascolare e la menopausa, che pure coinvolge un miliardo di donne nel mondo entro il 2025. Dove mancano dati e modelli di rimborso, il rischio percepito aumenta. E dove il rischio percepito è alto, il capitale non arriva.

Una bussola per orientare il capitale

Per fare chiarezza, il World Economic Forum ha sviluppato il Women’s Health Investment Index, uno strumento che mappa per la prima volta i flussi di capitale privato in questo ambito, identificando aree sature, segmenti emergenti e white space da esplorare. «Grazie a questo nuovo Index si potranno approfondire le conoscenze relative alle differenze biologiche legate al sesso, che modificano profondamente la dinamica della morbilità e mortalità, ma che oggi non sono sufficientemente tenute in considerazione nei programmi di ricerca e nei trattamenti sanitari, e in quelli farmacologici in particolare» aggiunge Testori.

Il report individua sei settori chiave dove innovazione clinica, domanda reale e ritorno potenziale si allineano: oncologie femminili, sanità digitale integrata, monitoraggio remoto della gravidanza, salute mentale femminile, servizi per la longevità in chiave femminile, wearable per salute metabolica. Sono aree pronte a intercettare capitali ESG, con modelli scalabili e impatti misurabili.

Rompere il cortocircuito dell’invisibilità

Tuttavia, senza un’azione coordinata, anche gli strumenti migliori rischiano di restare sulla carta. Il primo nodo da sciogliere è quello dei dati: servono evidenze disaggregate per sesso, indicatori di outcome reali, modelli predittivi capaci di guidare gli investimenti.

Accanto ai dati, servono nuove forme di finanziamento capaci di assorbire il rischio iniziale: blended finance, garanzie pubbliche, incentivi fiscali. È necessario modernizzare i criteri regolatori, ancora ancorati a standard maschili, e garantire che le soluzioni efficaci siano rimborsabili, accessibili e integrate nei sistemi sanitari e aziendali.

È tempo che anche i grandi player industriali si assumano la responsabilità di agire. Non per filantropia, ma perché la salute femminile rappresenta – dati alla mano – uno dei mercati più sottovalutati e ad alto rendimento della sanità del futuro.

E, soprattutto, serve visione. «La collaborazione tra le parti interessate determinerà il ritmo del progresso verso una reale cultura della salute femminile, non solo a livello scientifico-accademico e sanitario-assistenziale, ma anche a livello istituzionale e delle politiche sociali» conclude Testori.

Keypoints

  • Solo il 6% degli investimenti privati in sanità è destinato alla salute femminile, pur coinvolgendo metà della popolazione.
  • Il capitale si concentra in pochi ambiti noti, lasciando scoperte condizioni ad alto impatto e alta prevalenza.
  • La maggior parte della ricerca medica si basa su modelli maschili, compromettendo diagnosi, efficacia e sicurezza nelle donne.
  • Il Women’s Health Investment Index offre una mappatura strategica per orientare i capitali verso segmenti emergenti.
  • Sei settori mostrano un potenziale elevato per investimenti ESG: dall’oncologia alla salute mentale, dalla menopausa ai wearable metabolici.

 

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