The VC Factor, il venture capital europeo tra hub territoriali e gender gap

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Invest Europe e Fondo europeo per gli investimenti analizzano il mercato VC che nel 2024 valeva 17,6 miliardi di euro. L’Europa passa da ecosistemi isolati a una rete integrata. Ostinato il divario di genere: le fondatrici incassano ancora 700 mila euro in meno per round.

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L’ecosistema del venture capital europeo – 17,6 miliardi di euro mobilitati nel 2024 – si rafforza nelle connessioni transnazionali, ma resta distante da un vero mercato unico e ancora poco diversificato. Lo rivela “The VC Factor”, l’ultima analisi dell’associazione europea del private equity e venture capital, Invest Europe, che ha studiato assieme al Fondo europeo per gli investimenti (FEI) il mercato VC europeo dal punto di vista della collaborazione tra i 6400 hub di innovazione territoriali e da quello delle skill che questa industria richiede, osservando talenti iper-qualificati e un divario di genere ostinato, anche di fronte ai curricula eccellenti delle fondatrici.

Clan europei e rete VC

L’analisi dell’associazione rivela intanto l’evoluzione della geografia del venture capital. Gli autori individuano otto “clan” di hub: Benelux, British Isles, CEE (inclusa la Grecia), DACH, Francia, Penisola Iberica, Italia/Malta, Nordics/Baltics. Hub che funzionano come comunità interne molto coese, sempre più collegate tra loro. Nel 2007 il 23% dei flussi di venture capital attraversava i confini tra clan, nel 2021 la quota è salita al 43%, segno che l’ecosistema si sta trasformando da arcipelago di piazze locali in una rete transnazionale più fitta, pur mantenendo identità regionali marcate.

Come sintetizza Julien Krantz, Research Director di Invest Europe, «anche se l’Europa non è ancora un mercato VC completamente unificato, sta diventando notevolmente più connesso e coeso. Il report mostra che il VC europeo è passato da un insieme relativamente frammentato di ecosistemi locali e nazionali verso una rete più interconnessa.

Nel periodo 2007-2011, gli hub erano ancora organizzati in gran parte in ‘clan’ regionali distinti, modellati da geografia, lingua e istituzioni. I flussi di investimento cross-clan sono aumentati dal 23% nel 2007 al 43% nel 2021, mentre le interazioni cross-hub generano circa il doppio dell’attività rispetto agli investimenti intra-hub, mostrando una crescente integrazione tra le regioni». 

Questa integrazione non cancella però le barriere. Per il ricercatore infatti «la frammentazione persistente deriva dalla prossimità geografica, linguistica, istituzionale e culturale, che forma “clan” regionali stretti di hub che investono principalmente all’interno del loro gruppo». In questo contesto, per favorire il dialogo i policymaker possono promuovere ‘super-hub’ supportando legami di investimento transfrontalieri, rafforzando prima gli hub locali e incentivando la creazione di ponti tra ecosistemi.

Competenze, titoli e intangibili

Il capitolo successivo pone l’attenzione dal paesaggio geografico alle risorse umane che trainano l’ecosistema venture capital. Su un database di circa 19 mila investitori e 60mila fondatori o CEO registrati tra il 2011 e il 2021, emergono profili educativi di altissimo livello: il 76% con almeno una laurea magistrale, il 22% con dottorato, e il 53% laureati in materie scientifiche-tecnologiche, seguiti da corsi in management e amministrazione. A differenza del modello “senza diploma” californiano, in Europa il VC premia percorsi di studio prolungati e completi, sia tra gestori di fondi che tra imprenditori.

Krantz sottolinea che i background STEM dominano, specialmente tra i fondatori, mentre gli investitori VC mostrano un mix più equilibrato di campi di studio. Il livello di istruzione è anche legato al prestigio istituzionale: chi ha studiato nelle università più rinomate è più propenso a perseguire titoli avanzati. Tuttavia, il predittore più forte di finanziamento è il prestigio universitario: i fondatori da università Top‑50 rappresentano solo il 10,7% dei founder ma ricevono il 15,7% del finanziamento totale, suggerendo che reti ed effetti di segnalazione guidano in modo decisivo gli esiti di investimento.

Accanto ai titoli “visibili”, contano le skill difficili da misurare. Oltre alle credenziali formali, gli investitori enfatizzano leadership, impegno, expertise settoriale, soft skill e capacità di pitching, insieme a esperienza imprenditoriale, reti e credibilità percepita. Queste qualità intangibili, spesso assenti dai dataset, influenzano fortemente le decisioni di investimento e possono spiegare differenze nei risultati di finanziamento che le metriche osservabili non catturano.

Healthcare e life sciences al centro

All’interno di questa rete europea, healthcare e life sciences mostrano dinamiche proprie.

«Le life sciences – osserva Kantz – mostrano dinamiche distinte: fondi specializzati concentrano competenze in ambito medico e scienze naturali, e alcuni paesi formano cluster unici (per esempio, la Svizzera come ‘clan’ biotech separato). Il settore ha anche un’intensità accademica insolitamente alta: oltre la metà dei professionisti nel biotech possiede un PhD, evidenziando il suo carattere deep-tech», commenta Krantz.

L’edizione precedente del report mostra anche che questo settore esibisce una maggiore transitività rispetto agli altri: gli hub attivi in questa industria sono più propensi a connettersi direttamente se esiste già una connessione indiretta tramite un terzo hub. In pratica, gli hub del sotto‑ecosistema biotech tendono a essere più coesi, facilitando la diffusione delle opportunità di investimento e delle tendenze.

Gender gap: numeri, cause e possibili leve

Nonostante l’innalzamento complessivo della qualità del settore, in termini di internazionalizzazione e competenze, le donne rimangono una netta minoranza nel VC e subiscono ancora un gap strutturale negli importi finanziati

«I team guidati da donne ricevono circa 700 mila euro in meno per round di finanziamento, nonostante credenziali accademiche medie più forti», osserva Krantz. Circa metà di questo scarto è riconducibile a fattori strutturali: team femminili mediamente più piccoli, primo round più tardivo, maggiore presenza in regioni e stadi del ciclo di vita dove il flusso di capitali destinati al VC è meno abbondante. Mentre il resto rimane inspiegato dalle variabili osservate, e rimanda a una zona grigia fatta di reti, esperienza pregressa, credibilità percepita, appetito per il rischio e possibili bias nella valutazione di queste qualità da parte degli investitori.​

La partecipazione femminile sta comunque aumentando gradualmente tra i fondatori più giovani. La presenza di fondatrici è in crescita, ma non si è ancora tradotta in risultati di finanziamento paritari: rappresentazione e accesso al capitale non migliorano allo stesso ritmo. Krantz ricorda che nelle precedenti analisi la partecipazione femminile nei ruoli top VC è salita dal 9% al 12,5% tra il 2011 e il 2021, mentre la quota di donne tra fondatori/CEO è passata dal 6,7% al 10,5%, con le startup più nuove più gender‑diverse rispetto a quelle mature.

Per ridurre il gap, il report individua alcune leve: programmi di mentorship dedicati, allocazione mirata di capitale, iniziative di diversity, replicare le politiche e le storie di successo degli hub più gender‑diversi, sviluppo di competenze STEM e trasversali. A questo si aggiungono mandati di investimento che incoraggiano team e gestori di fondi gender‑diversi, per rafforzare l’inclusione lungo tutta la catena del valore del VC.

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