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Il 13 marzo il Parlamento Europeo ha dato il via libera all’AI Act, una legge storica che regola l’Intelligenza Artificiale nell’Unione Europea. Ma quanto impatterà nel settore sanitario? «Poco, se prima non si risolve un altro nodo, più fondamentale», risponde Marco Viceconti, Professore Ordinario di Bioingegneria Industriale all’Università di Bologna e responsabile dello Spoke 1 del progetto DARE – DigitAl lifelong pRevEntion. «Il regolamento europeo che protegge la privacy dei cittadini, riconosce l’eccezione per motivi di salute pubblica e per ricerca, ma rimanda ai Paesi Membri le regole di dettaglio», spiega il docente, che aggiunge: «Questo ha creato una giungla in cui ogni paese europeo ha regole molto diverse per il trattamento dei dati medici per scopi di ricerca. L’Italia è tra quelli con le regole più restrittive, che rendono estremamente difficile ogni sviluppo di tecnologie AI in sanità, dove serve raccogliere ed elaborare enormi volumi di dati medici. Bisogna risolvere al più presto questo problema; solo allora la rivoluzione dell’AI in sanità potrà iniziare anche da noi».
Il progetto DARE rappresenta un passo decisivo per l’Italia nel campo della prevenzione e salute digitale, e l’inizio di un centro di competenza nazionale sulle tecnologie digitali per la prevenzione in ambito sanitario. Quanto è importante per il nostro Paese e quale ruolo può avere in futuro nel panorama internazionale?
«L’Italia è caratterizzata dal forte desiderio di proteggere il diritto alla salute dei cittadini proteggendo il nostro modello di sanità universale; questo è però difficile da sostenere in un paese con un forte progressivo invecchiamento della popolazione. L’unica soluzione è il potenziamento della prevenzione: banalmente prevenire costa meno che curare, e dà ai cittadini una migliore qualità della vita. Ma la prevenzione è più complessa da erogare di quanto non sia la cura delle malattie. Serve la partecipazione attiva dei cittadini, una grande capillarità dell’azione, che deve coinvolgere la totalità dei cittadini, non solo quelli malati. Il Servizio Sanitario Nazionale cura circa 14 milioni di cittadini con malattie croniche, la prevenzione va fatta su 59 milioni di cittadini. Questo può essere fatto, secondo noi, solo attraverso una adozione massiccia ma anche oculata e qualificata delle tecnologie digitali. DARE ha tutte le competenze e le risorse per costruire un’infrastruttura della prevenzione digitale nazionale attorno a cui le politiche di prevenzione, così importanti, posso essere sviluppate».
Per sviluppare progetti di digitalizzazione occorre, per ciascun progetto, partendo da un’analisi dell’evidenza disponibile, individuare e adattare la tecnologia appropriata, curare la privacy dei dati e gli aspetti etico-sociali, nonché valutare la fattibilità e il rapporto costo-efficacia. Di questo si occupa la squadra dello Spoke 1, che lei guida insieme a Stefania Boccia, Professoressa di Igiene all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e Giuseppe Pirlo, Professore di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni all’Università di Bari. In che modo sta cambiando il modo di fare ricerca con la nascita e lo sviluppo delle nuove tecnologie (AI, VR Big Data, ecc…)?
«Ancora penso che lavoriamo in maniera tradizionale, ma io intravedo i segni di un cambiamento: si va verso una ricerca che non compartimentalizza e separa temporalmente gli aspetti di analisi dei bisogno, di ricerca tecnologica, di validazione clinica, di analisi dell’impatto e del rapporto costo-efficacia: siamo una squadra straordinaria, con una ricchezza di compenso mai vista prima, e possiamo affrontare l’intero ciclo di vita delle nuove tecnologie digitali per la prevenzione considerando tutti gli aspetti fin dall’inizio».
In futuro come si può favorire l’avanzamento della ricerca scientifica a un costo sostenibile, così da consentire l’accesso alle cure a tutta la popolazione? Quale ruolo avranno le nuove tecnologie?
«Il settore della salute è quello che ha resistito di più ai processi di digitalizzazione e informatizzazione, a causa della sua intrinseca complessità, anche per resistenze culturali. Ma ormai questa trasformazione è irresistibile e irreversibile. Tra dieci anni le tecnologie digitali avranno nell’ambito della salute la stessa enorme importanza che oggi hanno in altri settori industriali che quello manifatturiero, o dell’intrattenimento».
La diffusione dell’AI spinge sempre più verso una medicina di precisione. Queste rivoluzioni presentano, però, alcune sfide e preoccupazioni, come la protezione della privacy dei pazienti e la giusta allocazione delle risorse. Come affrontarle?
«La prevenzione digitale sta diventando sempre di più prevenzione personalizzata. Come ogni innovazione in sanità anche questa fatta nel rispetto del delicato equilibrio tra i diritti degli individuali e quelli della collettività e consapevoli del altrettanto problema di un’equa distribuzione delle risorse. Ma la flessibilità e la relativi bassi costi di esercizio delle soluzioni digitali posso aiutare molto a indirizzare questi aspetti».
Quali sono i prossimi obiettivi dello Spoke 1 del progetto DARE – DigitAl lifelong pRevEntion?
«Lo Spoke 1 di DARE sta sviluppando un’infrastruttura che consentirà ricercatori e operatori sanitari di accompagnare innovazioni di prevenzione digitale dalla fase di concepimento fino alla valutazione di efficacia e poi all’applicazione su larga scala. Il tutto attraverso App per smart phone, sensori indossabili, soluzione cloud per la raccolta e l’elaborazione sicura di di dati medici, e una serie di predittori del rischio, modelli computerizzati che per un singolo soggetto predicono il rischio di sviluppare in futuro una certa malattia. Molti di questo predittori di rischio sfruttano vari metodiche di intelligenze artificiale, e diversi sono dei propri gemelli digitali del soggetto, che sono informati con i dati medici del soggetto nel corso del tempo aggiornando la predizione di rischio man mano che arrivano nuovi dati».
Una delle sfide più importanti del progetto è quella sul piano etico-legale, in particolare riguardo alla sicurezza e gestione dei dati sanitari. I dati che fanno parte della medicina digitalizzata devono essere protetti da eventuali accessi non autorizzati, perdite o abusi. In questo contesto, la GDPR compliance gioca un ruolo di primo piano.


