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Intelligenza Artificiale e dati sanitari: un connubio perfetto per la sanità e la ricerca del futuro. Negli ultimi anni grazie alle nuove tecnologie la medicina ha fatto passi da gigante. L’esplosione dell’AI pone, però, un quesito importante: nei prossimi anni il medico sarà totalmente sostituito dalla AI (per esempio Machine Learning) o dalle nuove tecnologie digitali (es. Virtual Reality o Augmented Reality)? «La risposta va contestualizzata», risponde Stefano Forti, Direttore del Centro “Digital Health and Wellbeing” della FBK (Fondazione Bruno Kessler) e referente per FBK nel Comitato Esecutivo del centro di competenza per lo sviluppo della sanità digitale “TrentinoSalute4.0“. «Dipende dal tipo di strumento e dalla destinazione d’uso», prosegue.
In che senso?
«Per quanto riguarda l’ambito dei modelli diagnostici e prognostici addestrati sui dati, ad oggi non possiamo prescindere dal fatto che la decisione finale spetti sempre al medico. Il motivo principale è che questi strumenti “vedono” solo una parte del problema. Gli algoritmi fanno bene una singola task (es. dire se un’immagine radiologica sia positiva o negativa), ma non hanno a disposizione una serie di altri dati di contesto (come la storia clinica del paziente), che solo l’operatore sanitario possiede. I radiologi sono stati i primi a sostenere lo sviluppo e la diffusione dell’AI e allo stesso tempo ad avere timore di essere sostituiti da quegli algoritmi. Da qualche anno sono a disposizione algoritmi diagnostici che replicano l’accuratezza diagnostica dei più bravi radiologi. Il modo utile di utilizzarli è come supporto alla decisione del radiologo, che, nel momento della diagnosi, può tenere conto del “suggerimento dell’algoritmo”, ma la contestualizza rispetto alla storia del paziente. Come si può constatare in questi anni, i radiologi non hanno perso lavoro, tutt’altro. Mancano molti radiologi nel sistema sanitario nazionale».
Come si sta evolvendo il rapporto tra AI e privacy? Quali rischi e quali opportunità?
«L’AI Act, documento regolatorio della Unione Europea, è un ottimo punto di riferimento. Le indicazioni generali adesso dovranno essere declinate negli ambiti specifici. Nel settore sanitario esistono molte questioni da affrontare. Sappiamo che gli algoritmi hanno bisogno di dati per essere addestrati. Ma la disponibilità dei dati è purtroppo ancora un problema da risolvere in ambito sanitario. Lo sviluppo di modelli AI non può prescindere dal consenso informato che il paziente deve fornire per consentire l’utilizzo delle informazioni che lo riguardano. Ogni studio che abbia come fine la validazione di efficacia clinica e dei rischi deve prevedere un passaggio dal comitato etico dell’ente sanitario che mette a disposizione dei ricercatori i dati dei propri pazienti. Per questo ad oggi l’attenzione alla privacy e al consenso da parte dei pazienti è giustamente molto alta».
In questo contesto, il consenso dei cittadini e delle cittadine rappresenta un aspetto fondamentale…
«Il cittadino deve essere informato per quale scopo vengono utilizzati i suoi dati. In realtà non c’è nulla di nuovo: lo stesso principio in ambito sanitario già vale all’interno delle varie sperimentazioni cliniche (per esempio sui farmaci)».
Poi c’è il tema legato alla responsabilità del medico quando si utilizza l’Intelligenza Artificiale. A che punto siamo?
«Al di là della necessità di certificare questi strumenti come dispositivi medici, l’utilizzo nella pratica clinica è ancora agli albori. Portare in produzione un algoritmo diagnostico-predittivo di AI nella pratica clinica implica un approccio di sistema in cui devono essere necessariamente coinvolti vari stakeholder a partire dal livello clinico passando dai vari livelli istituzionali che si occupano degli aspetti socio-economico-organizzativi e di privacy».
Un tema di grande interesse riguarda anche le soluzioni digitali e di AI che non sono rivolte ai medici, ma riguardano i pazienti. Quanto sono utili?
«Le potenzialità sono grandissime, soprattutto nell’ambito della prevenzione. In questo campo possiamo immaginare un ecosistema di assistenti “virtuali” opportunamente progettati che possano svolgere una serie di task in modo automatizzato nell’ambito della medicina comportamentale per fornire ai pazienti capacità e competenze che consentano loro di gestire meglio la propria salute e cura. È quello che si definisce l’empowerment dei pazienti. In questo modo gli operatori sanitari potrebbero affidare agli assistenti virtuali alcuni compiti di tipo educativo e psico-educativo ed avere quindi più tempo a disposizione da dedicare ad altri aspetti più critici della cura dei pazienti. Lo studio di questi interventi digitali comportamentali rientra in un’area scientifica e di innovazione in costante crescita, denominata “terapie digitali”».
A proposito di app e terapie digitali, il paziente/utente italiano è pronto per questa nuova sfida?
«Oggi chi non possiede uno smartphone? Chi non utilizza le app? Quindi la risposta è sì, se all’interno del processo di progettazione e sviluppo di questi interventi digitali si sia tenuto conto degli aspetti di usabilità e di esperienza d’uso. Poi c’è una parte di popolazione che possiede uno smartphone, ma si rifiuta di utilizzare qualsiasi tipo di app e lo usa solo per telefonare. Con quelle persone serve fare sensibilizzazione e corsi sull’importanza dell’utilizzo di questi strumenti per fini sanitari. Se il paziente trova un’utilità nella app allora la userà. Inoltre, se sarà il medico a proporre ai propri pazienti l’uso delle nuove tecnologie, questi avranno più fiducia e inizieranno ad utilizzarle».
E il medico?
«L’aspetto più importante è far capire al personale del mondo sanitario il potenziale della AI e delle terapie digitali, evidenziando i vantaggi che ne possono derivare per il proprio lavoro. Questa componente educativa dovrebbe essere proposta già all’interno dei corsi di laurea in medicina e delle professioni sanitarie, ma dovrebbe far parte dei percorsi formativi dei manager che operano a vario titolo all’interno delle organizzazioni sanitarie, a partire dai Direttori Generali e Direttori Sanitari. Il tema centrale è che queste nuove tecnologie hanno un forte impatto a livello organizzativo in quanto non possono essere solo una “aggiunta” agli attuali processi, ma portano necessariamente a dover ripensare nuovi modelli di erogazione di servizi sanitari».
Il cittadino e la cittadina, quindi, diventano sempre più manager di sé stessi e sempre più consapevoli della gestione della propria salute. Questa è una delle mission di TreC+, una piattaforma digitale attraverso la quale il cittadino può gestire i propri dati ed entrare in rete con il sistema sanitario. Come si sviluppa la piattaforma e in che modo si evolverà il ruolo del cittadino utente/paziente?
«Noi crediamo che il tema della prevenzione (primaria, secondaria o terziaria) sia di fondamentale importanza. Ad oggi il sistema sanitario è molto in affanno rispetto a questi temi. Ci si focalizza sulla cura e, con le risorse che stanno diminuendo, le opportunità di poter fare interventi nel campo della prevenzione, soprattutto per quanto riguarda il benessere mentale, che ha un grandissimo sommerso, oggi sono davvero poche. In Trentino è attiva da diversi anni la piattaforma TreC+ (che sta per Cartella Clinica del Cittadino) attraverso la quale i cittadini e le cittadine residenti o domiciliati nella Provincia Autonoma di Trento possono ad oggi fruire di un insieme variegato di servizi sanitari online. Si può accedere al proprio Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) per consultare informazioni e documenti che riguardano la propria salute, come i referti, le ricette farmaceutiche e le ricette specialistiche. Si possono prenotare esami e visite, e con la delega, si gestiscono anche tutte le funzioni per le persone care di cui ci si prende cura, come un genitore anziano o i figli minorenni. Nei prossimi anni inoltre attraverso la piattaforma TreC+ verranno erogati servizi di telemedicina».
Su cosa state lavorando in questi mesi?
«Stiamo lavorando sul “terzo strato” della piattaforma TreC+, che riguarda gli assistenti virtuali nell’ambito del benessere mentale e della promozione di sani stili di vita. In particolare, stiamo studiando soluzioni che si rivolgono ai soggetti “a rischio” (es. adulti o bambini in sovrappeso), con interventi che motivino e insegnino al paziente come diventare un “manager” più consapevole e preparato nel gestire al meglio la propria salute».
Da quanti cittadini e cittadine è utilizzata oggi la piattaforma TreC+?
«Più di 270mila della Provincia Autonoma di Trento, più del 50% della popolazione provinciale».
E nella versione app per cellulari e tablet?
«Più di 170 mila».
In medicina l’AI può integrare le cure sanitarie sia in maniera completamente virtuale, dunque tramite l’ausilio di algoritmi terapeutici, algoritmi diagnostici e sistemi di cartelle elettroniche, sia in maniera fisica. In futuro rappresenterà un ottimo supporto per il medico, ma difficilmente riuscirà a sostituirlo.


