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«Attualmente questi grossi modelli sono appannaggio di qualche grande multinazionale. Noi stiamo lavorando per sviluppare un modello ex novo direttamente progettato e addestrato per la lingua italiana: un modello “Made in Italy”». Gli obiettivi e le attività svolte da FAIR – Future AI Research sono stati tema di dibattito nei giorni scorsi a Napoli nell’ambito della General Conference, organizzata dalla Fondazione e svolta all’Hotel Royal Continental. Queste sono le parole di Giuseppe De Pietro, Presidente della Fondazione, un partenariato esteso che realizza interventi sull’Intelligenza Artificiale finanziati nell’ambito del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza).
«Nei giorni scorsi a Napoli abbiamo presentato, tra le tante attività, ciò che abbiamo realizzato nell’ambito dei Large Language Models (LMM). Pensiamo che i modelli attualmente utilizzabili nel medio-lungo termine siano poco sostenibili e altamente impattanti dal punto di vista energetico. C’è anche un discorso di “democrazia della tecnologia”».
Sono trascorsi diciotto mesi dall’inizio delle attività e raccontare ciò che è stato fatto in questo periodo non è facile, dice De Pietro. Il partenariato esteso FAIR si basa sul modello Hub & Spoke: la Fondazione è l’hub, il soggetto attuatore e referente unico del partenariato, e svolge la propria attività in collaborazione con gli Spoke, i soggetti esecutori coinvolti nella realizzazione del programma di ricerca.
La Fondazione è costituita da quattro enti di ricerca (CNR, Fondazione Bruno Kessler, INFN, e IIT), dodici università (Politecnico di Milano, Politecnico di Torino, Sapienza, Scuola Normale Superiore, Università Campus Biomedico di Roma, Università di Bologna, Università di Pisa, Università di Trento, Università di Bari, Università della Calabria, Università di Catania, Università di Napoli “Federico II”) e cinque aziende (Bracco, Expert.ai, Intesa Sanpaolo, Leonardo, Lutech).
Il progetto comprende più di 700 persone tra massa critica di ricerca, imprese e neo reclutati. Quanto è importante oggi la multidisciplinarietà e il fare rete?
«Fondamentale. Il nostro partenariato per definizione è multidisciplinare. La nostra compagine è composta da informatici, ingegneri, psicologi, giuristi, medici e molti altro. Non è un settore che si può affrontare avendo una visione mono disciplinare. Sono presenti gruppi di lavoro che lavorano sugli aspetti normativi e come, in qualche maniera, la normativa possa essere implementata e rispettata dalle applicazioni. Uno dei temi caldi è capire come le nuove regole possano essere applicate senza fermare lo sviluppo».
Tra gli obiettivi di FAIR c’è anche quello di creare un’Intelligenza Artificiale incentrata sull’uomo, robusta, affidabile e sostenibile. Pensa che l’AI Act e la Strategia sull’Intelligenza Artificiale italiana rappresentino un primo passo importante?
«Sì, ma c’è ancora molto da fare. Attualmente c’è un ampio dibattito sull’utilizzo dei dati, sulla proprietà intellettuale, sulla privacy, sull’affidabilità del dato e non ultimo della certificazione dello strumento».
Qui, entra in ballo la responsabilità e il rapporto medico-macchina-paziente…
«Questi sistemi forniscono suggerimenti. Ovviamente l’ultima decisione spetta al medico. Stiamo assistendo a un grande successo dei modelli di Intelligenza Artificiale generativa, come ChatGPT. Funzionano bene, ma ricordiamoci che sono dei modelli statistici, non svolgono ragionamenti».
L’Italia genera molti meno brevetti per pubblicazione rispetto a quanto accade in Paesi europei simili. Cosa ne pensa?
«Purtroppo, è un problema italiano in generale. C’è sempre stato uno scollamento tra la ricerca e l’industria. Nel nostro partenariato sono presenti sette grandi industrie italiane. Da subito abbiamo affrontato il discorso sulla parte progettuale e di brevetti. Non è stato un lavoro di facile costruzione, perché quando ci sono interessi industriali c’è sempre la protezione del proprio know-how. Affronteremo in modo più approfondito il tema dei brevetti nell’ultima parte del nostro progetto. Siamo abbastanza fiduciosi e ci sono delle premesse affinché alcune delle idee che stiamo sviluppando, anche in collaborazione con delle imprese, possano essere oggetto di brevetto».
Come riportato dal Focus Gender Gap 2024 del consorzio interuniversitario Almalaurea, il 59% dei laureati STEM è composto da uomini, mentre le donne rappresentano il 41%. In alcuni settori, come quello dell’Informatica e tecnologie ICT e quello dell’Ingegneria industriale e dell’informazione, la presenza maschile supera addirittura i due terzi. E nonostante il numero inferiore, le donne ottengono prestazioni accademiche superiori sia nel voto medio di laurea. In che modo si può cambiare rotta?
«Sono obiettivi oggettivamente non facilmente raggiungibili. Noi facciamo di tutto affinché ci sia un grosso coinvolgimento delle colleghe donne. Guardando la realtà, le selezioni sono pubbliche, non è possibile riservare posti alle donne. Tutto dipende da quante partecipano alle selezioni. Nell’area STEM non c’è ancora una partecipazione sufficiente di donne. È un problema con il quale ci si scontra. Probabilmente, bisognerebbe cominciare una fase di sensibilizzazione negli ultimi anni dei licei, delle attività professionali, in modo da far capire l’importanza. Non solo. Anche mirare a una mentalità multidisciplinare. Come Fondazione FAIR siamo abbastanza vicini agli obiettivi che ci siamo prefissati e nel piccolo facciamo quello che possiamo. Per ciò che riguarda l’HUB della fondazione l’80% delle persone reclutate sono di genere femminile. Stiamo però parlando di una goccia nel mare».
In futuro l’AI sarà integrata e influirà sulla maggior parte delle attività economiche, fornendo opportunità per maggiore produttività, sviluppo tecnologico e attività analitiche avanzate in tutti i settori. È fondamentale far avanzare la ricerca di frontiera, ridurre la frammentazione della ricerca italiana sul tema e creare un’AI sostenibile, robusta, affidabile e incentrata sull’uomo.


