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«Avevo 20 anni, studiavo ingegneria al Politecnico di Torino, e un giorno, improvvisamente, ho cominciato ad avere una sete smisurata: mia madre, insospettita, mi ha portato in farmacia per eseguire il test della glicemia. È da qui che è partita la mia vita con il diabete di tipo 1».
Andrea Balestra, 34 anni, è insieme a Emanuele Abbate, Anna Arnaudo e Simone Cutraro, il fondatore di Dally Therapeutics, la startup a impatto sociale che ha sviluppato un’app che, a partire dai dati che il paziente inserisce (pasti, attività fisica, glicemia, farmaci), dà consigli personalizzati sia sulla terapia insulinica che sullo stile di vita: dai promemoria per i farmaci, al supporto nei calcoli, fino ai consigli per bilanciare al meglio l’alimentazione e mantenere uno stile di vita sano.
La mission: offrire al mercato dispositivi medici software certificati per prevenire e gestire patologie croniche, a partire dal diabete, malattia di cui soffrono in Italia circa 4 milioni di persone, un milione non sa di aver già sviluppato la patologia e 8 milioni sono in prediabete o in condizioni di rischio (dati confermati da analisi di International Diabetes Federation e Organizzazione Mondiale della Sanità).
«Tutto è iniziato da un foglio excel»
Il diabete di tipo 1 insorge a causa di un errore del nostro sistema immunitario che impedisce al pancreas di produrre insulina, e che comporta la necessità di assumerla per sopravvivere: colpisce l’8% dei diabetici.
«Il grande problema del diabete di tipo 1 è che è molto complesso da gestire: la dose di insulina da iniettarsi ogni giorno non è fissa ma dipende da moltissimi fattori», spiega Balestra, Ceo della startup. Alcune ricerche hanno studiato e analizzato che il tempo che si spende mediamente ogni giorno tra calcoli, misurazioni, scelte e correzioni è di circa quattro ore, e che il 95% della gestione del diabete è a carico della persona.
«Mi sono trovato catapultato in questo nuovo mondo che mi chiedeva di contare carboidrati e valori nutrizionali, guardare se la mia giornata era stata più o meno stressante, più o meno sedentaria, e di considerare fattori come la temperatura esterna, l’umidità o eventi imprevedibili come perdere l’autobus e aver fatto quattro isolati a piedi», racconta. «Io però non volevo rinunciare alla mia ora di calcetto, alla birra con gli amici il sabato sera o alla camminata in montagna. Dovevo trovare un modo per calcolare tutto».
È così che, con l’aiuto di Simone Cutraro, amico dai tempi del liceo e studente di medicina, Balestra comincia a impostare un foglio excel per inserire tutti i fattori che influiscono sulla sua dose di insulina e che gli permettano di fare calcoli rapidamente. Sarà questo il primo prototipo dell’app.
Un’app sviluppata in codesign
I due amici decidono di trasformare questa idea iniziale in un progetto. Nel 2021 si iscrivono a un programma della School of Entrepreneurship & Innovation (SEI) di Torino, dove incontrano Emanuele Abbate, laurea in Economia all’Università di Torino. Insieme, nel 2022 costituiranno la Srl. Ma ecco un altro elemento caratteristico nella storia di questa startup: l’utilizzo del codesign per sviluppare l’app. «Volevo capire se le mie esigenze erano sentite anche da altre persone nella mia stessa situazione, così attraverso le associazioni dei pazienti abbiamo coinvolto centinaia di persone», continua Balestra.
«Con loro sono partiti programmi di collaborazione, inizialmente sotto forma di protocolli di intesa, poi di progetti sempre più strutturati».
Attraverso le associazioni pazienti i founder conoscono quella che diventerà la quarta cofounder: Anna Arnaudo, laurea in Ingegneria informatica, dottorato in corso al Politecnico di Torino su tematiche di intelligenza artificiale, e atleta di mezzo fondo. Per condurre la sua carriera agonistica, Arnaudo, anche lei con diabete di tipo 1, aveva bisogno di strumenti che la aiutassero a modulare piani nutrizionali e allenamenti in funzione delle gare e dei risultati sportivi da raggiungere», precisa Balestra.
Dal diabete di tipo 1 a quello di tipo 2: l’app per tutti
Sono proprio le associazioni dei pazienti a suggerire che il progetto Dally, concepito per il diabete 1, può in realtà coprire una serie di altre esigenze. «In primo luogo le persone affette da diabete 2, quello molto diffuso tra le persone obese, non insulino-dipendente e che si manifesta quando il pancreas, “stanco” a causa di stili di vita non corretti, non produce la quantità sufficiente di insulina (colpisce il 90% dei diabetici). In secondo luogo le persone in pre-diabete che devono fare prevenzione. E in definitiva anche le persone sane, perché le leve della gestione terapeutica, cioè alimentazione e attività fisica, sono le stesse che permettono a un soggetto sano di fare prevenzione e condurre un corretto stile di vita».
Su richiesta delle associazioni e con il contributo di AILD (Associazione Italiana Lions per il Diabete), i quattro founder sviluppano anche una piattaforma di screening che, a partire da una serie di domande, permette di identificare il rischio di incorrere in questa patologia. Dally Therapeutics, da prodotto legato a un’esperienza personale, ha sviluppato un portfolio di prodotti rivolti anche a soggetti sani.
«Il nostro obiettivo non è la exit»
«Siamo una startup “anomala”, nel senso che non abbiamo come obiettivo una exit», precisa Emanuele Abbate, CFO e CMO della startup. «Il nostro scopo è creare ricavi e investire i futuri profitti in progetti di ricerca per la cura definitiva del diabete. Vogliamo permettere di guarire da una patologia che oggi è cronica, e ieri prima della scoperta dell’insulina, era terminale». E i primi ricavi commerciali stanno arrivando. La soluzione di screening è utilizzata gratuitamente dagli enti del terzo settore, mentre nei confronti delle aziende è un servizio di welfare, all’interno di pacchetti di prodotti già disponibili.
«C’è molto interesse da parte delle aziende», precisa Abbate, «mentre l’app è stata scaricata da centinaia di persone e un centinaio di organizzazioni hanno fatto lo screening con noi».
Dally Therapeutics è una startup innovativa a impatto sociale. «Vogliamo abbattere gli ostacoli che condizionano la qualità della vita di tante persone con diabete. Desideriamo che la nostra app sia un alleato di chi convive con questa malattia». Da qui il nome: la parola “Dally” è formata dalla “D” di diabete e dalla parola “ally”, alleato in inglese.
Le tre anime di Dally Therapeutics
L’11% della popolazione adulta (20-79 anni), cioè una persona su nove, convive con il diabete, e quattro persone su dieci non sanno di avere questa condizione (dati IDF 2025). Secondo l’OMS in Europa sono circa 60 milioni, e in Italia 4 milioni, ma si ritiene che oltre un milione di casi non sia ancora stato diagnosticato.
A questi si aggiungono circa 8 milioni di persone con pre diabete (secondo le stime dell’IDF per alterata glicemia a digiuno e alterata tolleranza al glucosio), un’importante popolazione a rischio. Inoltre i dati sono in aumento: sempre secondo la IDF, entro il 2050 a soffrirne sarà un 1 adulto su 8, ovvero circa 853 milioni, con un aumento del 46%.
«Ma attenzione», precisa Balestra. «A essere in crescita è il diabete di tipo 2, ed è qui che si può intervenire con la prevenzione, facendo degli screening e fotografando lo stato attuale della propria salute per avere una diagnosi precoce e aiutare le persone con pre diabete a evitare l’insorgenza del diabete di tipo 2. Una progressione che, a differenza del diabete di tipo 1, è strettamente legata agli stili di vita e su cui è possibile agire prima che la malattia si manifesti».
Dally Therapeutics ha tre anime: tecnologica, relativa al funzionamento del prodotto; clinico-scientifica, in quanto si tratta di un progetto evidence based; e regolatoria, perché questo tipo di soluzioni digitali è soggetto a certificazione come dispositivo medico. «Stiamo conducendo un percorso di validazione clinica, anche in collaborazione con ospedali, che ci porterà a suggerire vere e proprie indicazioni terapeutiche clinicamente validate e certificate», conclude Balestra.


