Dislessia: perché la scuola non può più permettersi di ignorare l’IA

Dislessia: perché la scuola non può più permettersi di ignorare l’IA

di Giulia Toniutti
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Giulia Toniutti

Perché ne stiamo parlando
Se ne discute oggi e domani a Bologna, al convegno di SOS Dislessia. Come anticipa Giacomo Stella, l’IA è uno strumento potentissimo soprattutto per chi ha DSA: compensa difficoltà esecutive e riduce il carico cognitivo. Servono però educazione digitale e competenze critiche.

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Al via oggi a Bologna l’ottavo convegno nazionale di SOS Dislessia che quest’anno, con il titolo “Mouse o matita: serve ancora imparare a leggere e a scrivere?”, porterà per due giornate neuroscienziati, psicologi, pedagogisti, dirigenti scolastici e innovatori digitali a discutere del futuro dell’apprendimento nell’era dell’intelligenza artificiale. Sul tavolo c’è il tema dell’IA e il ritardo con cui il sistema scolastico italiano sta affrontando la trasformazione digitale.

Abbiamo intervistato il neuropsicologo Giacomo Stella, direttore scientifico di SOS Dislessia, fondatore dell’Associazione Italiana Dislessia (AID) e già professore di Psicologia clinica all’Università di Modena e Reggio Emilia.

Professore, partiamo dal titolo del convegno, mouse o matita: ha ancora senso insegnare a leggere e scrivere?

«Il titolo è volutamente provocatorio. Se guardiamo ciò che fanno gli adolescenti, vediamo che scrivono sempre meno. Alla primaria imparano a leggere e scrivere, ma poi alle medie iniziano a comunicare con vocali, messaggi rapidi, immagini. Nel frattempo, gli strumenti digitali hanno trasformato il modo in cui ricordiamo, cerchiamo e produciamo informazioni. Abbiamo in tasca un’enciclopedia infinita: è chiaro che questo cambia noi e cambia la scuola».

Eppure molte scuole resistono all’ingresso dell’intelligenza artificiale in classe. Perché?

«Perché la scuola continua a pensarsi tradizionalmente come luogo di trasmissione del sapere. Ma la trasmissione oggi la fanno i social, i motori di ricerca, perfino l’intelligenza artificiale. Alla scuola dovrebbe restare il compito più importante: insegnare a capire, confrontare, collegare. Oggi abbiamo un enorme problema di conoscenze non correlate: tutti credono di sapere, ma nessuno sa mettere insieme i pezzi. Abbiamo una scuola che sulla bilancia mette ancora più peso sulle spiegazioni rispetto all’esperienza.

Oppure gli insegnanti temono che faciliti troppo. L’IA, se usata bene, invece ribalta la dinamica: non rende passivi, attiva! L’alunno deve chiedere, interrogare, esplorare. È l’opposto della ripetizione passiva. La domanda non è: “Meglio mouse o matita?” La domanda è: “Che tipo di cittadini vogliamo formare?”».

Parliamo di Disturbi Specifici dell’Apprendimento. L’IA può essere utile agli studenti e alle studentesse con DSA?

«È una risorsa eccezionale. Non è “intelligente”: è uno strumento potentissimo di calcolo e generazione. Gli studenti con DSA, loro sì, sono intelligenti ma hanno difficoltà esecutive: lentezza, memoria di lavoro ridotta, fatica nella scrittura. L’IA compensa esattamente quelle funzioni, compensa questa discrepanza tra capacità cognitive e quelle esecutive.
Viene confermato anche da molte ricerche recenti, che mostrano come l’IA possa fornire interventi personalizzati, supporto linguistico e riduzione del carico cognitivo, soprattutto laddove serve flessibilità nelle modalità di apprendimento.

Aggiungo che, come mi piace denominarlo, è un “Amico Instancabile” rispettando l’acronimo AI: per gli studenti rappresenta la possibilità di porre innumerevoli volte anche la stessa domanda e ricevere spiegazioni. Una dinamica che nella realtà talvolta inibisce lo studente, frenato da un senso di vergogna verso gli adulti».

Ha parlato spesso di esempi concreti. Può raccontarcene uno?

«Un bambino di quinta elementare, gravemente dislessico, rifiutava la scuola. Quando ha scoperto che poteva fare una foto a un testo e farselo leggere, e usare strumenti come notebook LM per scrivere, è cambiato tutto. L’insegnante ci ha detto: “Viene a scuola volentieri, partecipa, vuole interagire con i compagni”. Ha scoperto che può fare quello che fanno gli altri».

Oltre ai casi individuali, cosa dicono le evidenze scientifiche?

«La ricerca è chiara: l’IA può supportare diagnosi precoce, personalizzazione e potenziamento delle abilità linguistiche. Una revisione internazionale ha evidenziato quattro grandi aree di applicazione: diagnosi, interventi personalizzati, elaborazione del linguaggio e perfino supporto tramite analisi neuroimaging. E un’altra ricerca mostra come tecniche di realtà virtuale abbinate al machine learning possano identificare la dislessia con accuratezze fino all’87,5% negli studenti italiani».

A proposito di diagnosi: oggi ci sono davvero più DSA o li identifichiamo meglio?

«Entrambi i fenomeni convivono. I contesti educativi e familiari sono cambiati: il bombardamento digitale precoce ha effetti su attenzione, linguaggio, regolazione emotiva.
Ma allo stesso tempo oggi riconosciamo prima i disturbi, e possiamo intervenire meglio. E non dimentichiamo che gli strumenti compensativi hanno rivoluzionato la vita di chi ha dislessia: “leggere con le orecchie”, come dico spesso, è una possibilità reale e democratica».

C’è però il rischio che l’IA sostituisca il rapporto umano o perfino il supporto psicologico…

«Assolutamente sì. Ci sono ragazzi che usano l’IA come se fosse un “confessore” o un sostituto dell’adulto: è pericoloso. Io dico sempre che serve una patente digitale: limiti sugli orari, supervisione, regole chiare. L’IA deve aiutare, non isolare».

Le famiglie infatti spesso chiedono: “a che età lo smartphone?”. Lei cosa risponde?

«Neuroscienziati e pediatri dicono: non prima dei 13 anni. E soprattutto nessun dispositivo in età prescolare. Sarebbe ideale introdurre i digitali a scuola, sotto la guida dei docenti, non a casa come “calmanti”, perché oggi spesso vengono usati così e questo poi genera disturbi del sonno, del linguaggio e dell’autoregolazione».

E nel suo intervento al convegno cosa dirà?

«Dirò che siamo già cambiati, che l’IA è parte della nostra vita onlife, come dice il filosofo Luciano Floridi. L’unico modo per non esserne travolti è imparare a governarla. Paura e divieti non servono: servono educazione, consapevolezza e adulti che sappiano accompagnare i ragazzi».

Keypoints

  • L’IA sta cambiando il modo in cui apprendono bambini e bambine, ragazzi e ragazze
  • La scuola italiana fatica a integrare strumenti digitali e nuove competenze
  • Per studenti e studentesse con DSA l’IA può diventare un supporto fondamentale
  • Le tecnologie compensano difficoltà esecutive e riducono il carico cognitivo
  • Nuovi studi mostrano come IA e realtà virtuale migliorino diagnosi e interventi
  • Restano però rischi da non. sottovalutare: uso sostitutivo delle relazioni, dipendenze, isolamento
  • Servono educazione digitale, regole chiare e adulti formati a guidare le nuove generazioni
  • Il 20 e 21 marzo a Bologna si svolge il convegno nazionale di SOS Dislessia, con il neuropsicologo Giacomo Stella e altri esperti ed esperte

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