Che cosa ci insegna la più grande revisione sugli effetti del digitale sui giovani - Jama Pediatrics

Social media: che cosa ci dice la più grande revisione sugli effetti del digitale sui giovani

di Cristina Da Rold
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Cristina Da Rold

Perché ne stiamo parlando
Una grande meta-analisi pubblicata su JAMA Pediatrics documenta un legame consistente tra uso dei media digitali e deterioramento dello sviluppo psicologico nei minori. Ma limitarne l’uso non basta. Bisogna comprendere meglio alcuni meccanismi e trovare nuove regole.

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Social media. Dagli ambulatori dei pediatri alle aule di tribunale, l’allarme per bambini e schermi ha raggiunto un nuovo livello di urgenza, ma la comunità scientifica, di pediatri e psicologi in primis, sta ancora cercando di trovare una linea condivisa che sia basata sulle evidenze. D’altro canto, per avere solide evidenze scientifiche è necessario lasciare passare il tempo utile per poter fare delle valutazioni a medio-lungo termine. E gli smartphone sono arrivati nelle nostre vite poco tempo fa.

La questione è capire come passare dal “se” al “come” i minori dovrebbero relazionarsi con lo smartphone e la rete in genere.

A offrire le prove più solide e sistematiche su questo fenomeno è ora una grande meta-analisi pubblicata su JAMA Pediatrics, condotta da Samantha Teague dell’Università James Cook in Australia. Sintetizzando dati da oltre 150 studi longitudinali – che seguono gli stessi soggetti nel tempo, anziché fotografare una popolazione in un singolo momento – la ricerca documenta un legame consistente tra uso dei media digitali e modeste, ma misurabili, difficoltà nello sviluppo mentale dei bambini. L’associazione più preoccupante riguarda i social media.

Sebbene i risultati non arrivino a indicare un rapporto di causalità, spiegano gli autori, la loro persistenza sottolinea la necessità di abbandonare le semplici richieste di limitare il tempo trascorso davanti allo schermo, per abbracciare una comprensione più articolata e collettiva di come le diverse forme di interazione digitale influenzino la vita di bambini e bambine, ragazzi e ragazze.

Perché questa ricerca è diversa

La maggior parte degli studi precedenti si basava su indagini trasversali: istantanee utili, ma incapaci di stabilire chi viene prima, l’uovo o la gallina: la depressione porta i ragazzi a usare di più i social, o sono i social a causare la depressione? Gli studi trasversali non possono sciogliere questo dilemma.

Il team di Teague ha invece selezionato esclusivamente ricerche longitudinali, che tracciano gli stessi individui nel tempo. Dopo aver vagliato quasi 19mila articoli scientifici, ne hanno selezionati 153 che soddisfacevano i criteri. Il campione complessivo supera i 363mila partecipanti nel mondo – per lo più in Europa e Nord America, con studi anche in Asia, Australia e America Latina – suddivisi pressoché equamente tra maschi e femmine, di età compresa tra 2 e 19 anni, che sono stati seguiti in media per 2,5 anni.

Cosa dicono i dati sull’ansia dei giovani

Nel complesso, le associazioni rilevate sono state di entità piccola o moderata: un risultato comune negli studi longitudinali su larga scala. Ma la loro coerenza è stata la vera sorpresa. «Abbiamo trovato che i bambini erano a rischio più ampio di difficoltà nello sviluppo socio-emotivo» spiega Teague. «E abbiamo visto tassi più alti di depressione e ansia in modo trasversale».

Ancora più significativo: la dimensione dell’effetto si è rivelata paragonabile a quella di altri fattori di stile di vita modificabili, come la dieta e l’attività fisica.

Social media e videogiochi

I social media sono l’unico tipo di media digitale risultato associato a esiti negativi in tutti i domini esaminati – dalla salute emotiva al rendimento scolastico, dall’autolesionismo all’uso precoce di sostanze – mentre i videogiochi mostrano un quadro più ambivalente: più aggressività nel breve periodo, ma anche migliori capacità attentive e di controllo cognitivo rispetto ad altri usi digitali.

L’impatto dei social risulta particolarmente marcato nella fascia 12–15 anni, quando il cervello è ancora in formazione nei circuiti socio-emotivi e i meccanismi di ricompensa – gli stessi su cui queste piattaforme fanno leva – sono particolarmente reattivi. Non è un caso, infine, che gli studi condotti dopo il 2012, con la diffusione degli smartphone e l’avvento di piattaforme sempre più immersive e personalizzate, mostrino associazioni negative sistematicamente più forti.

Le raccomandazioni italiane attuali

Nel dicembre 2025 la Società Italiana di Pediatria ha aggiornato le raccomandazioni sull’uso del digitale in età evolutiva, per provare a tracciare un percorso condiviso per famiglie, scuole e professionisti. Il filo conduttore è la gradualità. In sintesi, nessun accesso non supervisionato a internet prima dei 13 anni, nessuno smartphone personale prima della stessa soglia, e un rinvio il più lungo possibile all’ingresso sui social media, indipendentemente da quanto la legge consenta.

Restano ferme le indicazioni del 2018: zero dispositivi sotto i due anni, meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni, meno di due ore dopo i 5, sempre con la presenza di un adulto. Nella vita quotidiana, si raccomanda di tenere i dispositivi lontani dai pasti e dalle ore precedenti il sonno, a favore di attività fisiche, lettura e gioco. A scuola, il complemento naturale di queste misure è un’educazione digitale consapevole; negli ambulatori, i pediatri sono chiamati a valutare regolarmente le abitudini digitali e a offrire consulenza preventiva alle famiglie, non come giudizio, ma come parte ordinaria della cura.

I divieti però sembrano non essere la soluzione

Per anni la gestione del problema è ricaduta sulle famiglie. Dopo che l’American Academy of Pediatrics ha iniziato a mettere in discussione i limiti rigidi di due ore al giorno di schermi per i ragazzi, l’approccio è diventato più integrato.

L’AAP raccomanda di privilegiare contenuti di qualità adatti all’età, usare i controlli parentali su tutti i dispositivi, evitare gli schermi nell’ora prima di dormire e tenere i dispositivi fuori dalla camera da letto. I limiti di tempo vanno calibrati per età: nessun media per i neonati, meno di un’ora al giorno per i bambini piccoli, una-due ore per i più grandi.

Ma il quadro si sta trasformando anche sul piano legale e politico.

Nel marzo 2026, giurie in cause storiche hanno dichiarato Meta – proprietaria di Facebook e Instagram – e Google – proprietaria di YouTube – responsabili di aver costruito intenzionalmente piattaforme addictive che causano danni alla salute mentale. A livello globale, l’Australia ha implementato a fine 2025 un divieto di accesso ai social per i minori di 16 anni. Francia, Danimarca e Grecia si stanno orientando verso misure simili.

Teague tuttavia osserva che il divieto australiano “non è stato molto efficace”, con i minori che trovano workaround per accedere alle piattaforme. I divieti assoluti, d’altra parte, mostrano anch’essi effetti negativi sul benessere quando privano tutti i ragazzi indiscriminatamente dell’accesso. Le politiche “cellulare spento” nelle scuole – adottate in oltre 114 sistemi educativi – sembrano invece più promettenti.

Sul versante del design, le proposte degli esperti includono la rimozione di like, streak e condivisioni pubbliche – i “metri di prestazione visibili” che alimentano il confronto – e la limitazione delle notifiche che riportano gli utenti sulle piattaforme.

Le domande ancora aperte

In assenza di cambiamenti strutturali, i clinici diventano la prima linea. Restano però lacune importanti. Teague spiega di voler approfondire l’effetto dei contenuti video in formato breve – TikTok, Reels, Shorts – per capire le ragioni della discrepanza tra le esperienze positive che molti ragazzi riferiscono (espressione creativa, costruzione di comunità) e la scarsità di prove a loro favore nella letteratura scientifica. «Potremmo avere un quadro più chiaro su come ridisegnare questi spazi digitali se sapessimo come dovrebbero essere invece».

Jason Nagata, pediatra e ricercatore dell’Università della California, che ha condotto diverse ricerche sull’impatto dei social su bambini e adolescenti, evidenzia che «l’uso dei social media e degli schermi non è intrinsecamente buono o cattivo. Ci sono potenziali rischi per la salute, ma ci sono anche potenziali benefici. È importante cercare di capire come ottimizzare i benefici, come la possibilità di connettersi, comunicare e imparare, mitigando al contempo i rischi, come quelli legati alla scarsa qualità del sonno, alla sedentarietà o alla salute mentale». In definitiva, gli interventi più efficaci nel lungo periodo riguarderanno il design delle tecnologie. Ma nel frattempo – sostiene Nagata – i medici dovrebbero continuare a dare consigli e i genitori dovrebbero fare del loro meglio per proteggere figli e figlie.

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