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Medicina interna, aumentano i ricoveri: nuove tecnologie possibile “cura” per la deospedalizzazione

Perché ne stiamo parlando
SOS posti letto in medicina interna per gli ospedali italiani. Cresce il numero dei ricoveri. Con il rischio flop delle Case di Comunità e sempre meno fondi destinati al SSN, una possibile soluzione alla deospedalizzazione potrebbe arrivare dalle new technologies. Nel comparto serve un cambio di passo, subito.

Medicina interna, aumentano i ricoveri: nuove tecnologie possibile “cura” per la deospedalizzazione
Francesco Dentali, Presidente Nazionale FADOI

Boom di ricoveri in medicina interna per gli ospedali italiani. Ogni 100 pazienti, 15 sono ricoverati in questo reparto (842mila su 5,5 milioni). È la fotografia scattata dall’ultimo Rapporto annuale SDO (sull’attività di Ricovero Ospedaliero) del Ministero della Salute. E i numeri sono destinati ad aumentare nei prossimi anni. Non solo. In Italia quasi un italiano su 4 ha più di 65 anni (24,3%), in crescita a inizio 2024 dal 24% del 2023. In totale si tratta di 14 milioni 358mila persone. Record storico, inoltre, per gli ultracentenari, aumentati di oltre 2mila unità in un anno e superando a inizio 2024 i 22mila e 500 individui. Nel frattempo, cresce anche il dato degli ultra 65enni pluripatologici. La soluzione potrebbe arrivare dalle nuove tecnologie. Ne abbiamo parlato con Francesco Dentali, Presidente Nazionale FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti).

Un numero impressionante…

«I dati ci dicono, inoltre, che i ricoveri in medicina sono il 50% dei ricoveri non chirurgici. Non siamo ancora ritornati ai livelli pre-Covid, quando i ricoveri totali erano più di sei milioni e i ricoveri in medicina interna erano intorno al milione, la proporzione più o meno si è mantenuta. In questi anni la medicina interna sta assumendo un ruolo sempre più importante. I pazienti in questo reparto aumentano sempre di più. Dopo il Covid per fortuna l’aspettativa di vita è risalita. Ma il numero di ultra 65enni pluripatologici è in continuo aumento. A ciò bisogna aggiungere un altro aspetto fondamentale».

Quale?

«Il numero di posti letto non è destinato ad aumentare. Questo ci costringe a trovare soluzioni alternative. Tra queste, la deospedalizzazione dei pazienti. E in questo contesto, le nuove tecnologie rivestono un ruolo di primo piano».

Con il DM 77/2022 sono state introdotte le Case di Comunità. Problema dei troppi ricoveri risolto?

«No, ma ha rappresentato un primo passo importante. In particolare, è stato finalmente sottolineato il ruolo fondamentale degli infermieri. Le Case di Comunità sono diventate un centro di controllo del paziente sotto due aspetti: con il supporto degli infermieri possiamo monitorare una serie di parametri attraverso il telemonitoraggio».

A proposito di Case di Comunità: potrebbe esserci un rischio flop?

«Queste strutture, in teoria, dovrebbero essere centri polispecialistici, coordinati da un medico di medicina generale. Rispetto a dieci anni fa, il numero di medici di medicina generale si è ridotto tra il 10% e il 15% e nei prossimi anni è destinato a diminuire. Da ciò si deduce che difficilmente si riescono a trovare i “registi” delle Case di Comunità».

Numeri che variano in base alle provincie e alle regioni italiane…

«Esatto. In alcune zone il numero di medici di medicina generale è più che sufficiente. In altre ne mancano tra il 30% e il 40%. Nei territori dove manca il 40% di medici di medicina generale, la restante parte (il 60%) avrà con molta probabilità un numero di pazienti sopra i 1.500, in alcuni casi anche i 2.000. Di conseguenza, è molto difficile che utilizzino parte del loro tempo alle Case di Comunità. Oggi, molte di queste sono poco più che poliambulatori. E così non si risolve la situazione».

In questo contesto, quanto può essere importante la tecnologia a supporto dei professionisti?

«Molto. Le Case di Comunità potrebbero essere un centro in cui i vari specialisti si offrono di fare il teleconsulto. Il medico di medicina generale potrebbe andare in collegamento con lo specialista. Questo, secondo me, è uno dei potenziali fattori di queste strutture. Le nuove tecnologie svolgeranno un ruolo di primo piano nei prossimi anni. Abbiamo bisogno di tenere i nostri pazienti monitorati con dei sistemi alternativi che non siano semplicemente la visita, anche se questa rimarrà fondamentale».

Quali potrebbero essere le soluzioni più facili e comode per i pazienti?

«Esistono una serie di device che possono essere utilizzati da tutte le fasce d’età. Riescono a prendere dei parametri e permettono la domicilizzazione in maniera sicura. Mi riferisco ai pazienti con diverse patologie: dallo scompenso cardiaco alla broncopneumopatia cronico-ostruttiva. Se il medico ha la possibilità di monitorare periodicamente le condizioni del paziente, prendendo una serie di parametri, si può intervenire prima che il paziente debba accedere per forza al Pronto Soccorso. Il 16% degli 842.000 ricoveri (135.000), sono ripetuti. Secondo la Survey FADOI, in 98 strutture, dalla data di dimissioni indicata dal medico a quella effettiva di uscita, passa oltre una settimana nel 26,5% dei casi. Il motivo è quasi, nella stragrande maggioranza dei casi, di pazienti anziani che non hanno nessun familiare o badante in grado di assisterli e qui ovviamente entrano in gioco le nuove tecnologie».

Telemedicina: a che punto siamo in Italia?

«Questi sono numeri importanti su cui si deve lavorare. La telemedicina può rivestire un ruolo importante. Non siamo all’anno zero, ma dobbiamo ancora lavorare molto. Secondo me c’è bisogno di una maggiore integrazione tra specialisti. Serve una regia comune che sul territorio inevitabilmente deve essere fatta dal medico di medicina generale. Questo deve trovare partner e interlocutori. C’è un altro fattore importante da sottolineare: si devono aumentare i posti di letto, quelli del nostro Paese sono meno della metà di quelli della Germania. Siccome ciò non sarà fatto, allora dobbiamo trovare soluzioni alternative. Oggi, i medici hanno bisogno di dati che vengano trasferiti da software a software. Servono parametri e informazioni sui pazienti dal territorio in cui vengono ricoverati e viceversa. In questo contesto, si inserisce un altro grande tema».

Quale?

«La digitalizzazione del paziente. In Italia ci sono famiglie composte in gran parte da monocomponenti e il monocomponente è molto in là con gli anni. Quindi, è difficile, se non c’è una competenza digitale dall’altra parte, l’utilizzo di device. A volte, manca anche la figura del caregiver. In Italia, da più di vent’anni registriamo una bassa natalità bassa. Questo significa sempre più anziani soli».

Quale potrebbe essere la soluzione?

«Ci sono esperienze americane dove anche il paziente acuto viene gestito a domicilio. Secondo alcuni dati nord americani, gestendo a domicilio alcune patologie vengono evitati circa 2.000 ricoveri da un singolo ospedale. Queste esperienze dovrebbero essere replicate anche da noi anche se replicarli implica un grande sforzo organizzativo».

Altre esperienze estere?

«In Svezia esistono strutture medicalizzate aperte. Non sono delle vere e proprie case di riposo, ma è presente personale dedicato. Da noi il sostegno al sociale è un sostegno al singolo».

In futuro, come vede la sanità italiana?

«Veniamo da 15 anni di tagli del Sistema Sanitario Nazionale, il fatto che abbiamo ancora un Sistema Sanitario è un miracolo. Un finanziamento sul PIL basso con un PIL molto alto sarebbe accettabile, ma noi abbiamo un finanziamento sul PIL basso su un PIL inferiore rispetto ad altre nazioni europee (intorno al 6%). Negli ultimi 15 anni, tranne i due del periodo pandemico, ci sono stati tagli consecutivi e a volte lineari senza riorganizzazioni vere perché, se io devo tagliare ma chiudo tutta una serie di presidi e lascio meno presidi ma più funzionali. In realtà questo spesso non è successo e sono rimasti molti piccoli presidi con meno risorse senza l’anestesista o la possibilità e/o monitorare il paziente quindi potenzialmente pericolosi per il paziente. È necessario un cambio di passo. Stiamo vedendo nell’ultimo periodo molta attenzione sul SSN, speriamo che questo porti a raggiugere gli obiettivi sperati».

AI e digitalizzazione potrebbero rivoluzionare la medicina del futuro, destinata a diventare 5.0, ed essere i migliori alleati della deospedalizzazione. Il fenomeno, nei prossimi anni, è destinato ad aumentare. Come ha sottolineato il Presidente Nazionale FADOI, Francesco Dentali: «Le nuove tecnologie svolgeranno un ruolo di primo piano nei prossimi anni». Per superare questa sfida, però, servono maggiori sforzi, soprattutto dal punto di vista economico.

Keypoints

  • Secondo l’ultimo rapporto annuale SDO del Ministero della Salute, i ricoveri in medicina interna sono i più numerosi (842mila su 5,5 milioni di pazienti)
  • Con il DM 77/2022 sono state introdotte le Case di Comunità
  • Il 16% degli 842.000 ricoveri (135.000), sono ripetuti
  • Secondo la Survey FADOI, dalla data di dimissioni a quella effettiva di uscita, passa oltre una settimana nel 26,5% dei casi
  • Spesso si tratta di pazienti anziani che non hanno nessun familiare o badante in grado di assisterli
  • Francesco Dentali è Presidente Nazionale FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti)

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