Farmaci per dimagrire e il rischio di carenze nutrizionali. Perché l’obesità richiede un approccio multidisciplinare

di Alessandra Romano
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Alessandra Romano

Perché ne stiamo parlando
La startup Robin Health presenta oggi all’European Congress on Obesity uno studio che analizza l’impatto nutrizionale delle terapie GLP-1 anti-obesità, condotto insieme al San Raffaele di Milano. Senza un adeguato supporto nutrizionale, il rischio di carenze proteiche.

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I farmaci agonisti del recettore GLP-1 sono diventati uno dei temi più discussi degli ultimi anni. Il dibattito si è spesso concentrato sulla loro capacità di far perdere peso rapidamente, ma dietro questa narrazione si nasconde una questione molto più complessa: la gestione dell’obesità come malattia cronica, multifattoriale e recidivante. E non basta “una pillola” per risolvere il problema.

È il tema al centro di uno studio condotto da Robin Health – startup fondata da Giacomo De Lorenzo, Michele Giannotta e Nicholas Parini – in collaborazione con l’Ospedale San Raffaele e l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, presentato oggi all’European Congress on Obesity in corso a Istanbul.

Uno dei tratti distintivi della ricerca è l’osservazione dei pazienti nei loro contesti di vita quotidiana.

Dati real-world sull’impatto nutrizionale delle terapie GLP-1

«L’idea dello studio nasce da una domanda molto concreta: capire cosa succede davvero quando il paziente esce dall’ambulatorio» spiega Valentina Vinelli,  biologa nutrizionista al Centro per la salute metabolica dell’IRCCS San Raffaele e direttrice Area nutrizione nel board scientifico di Robin Health. «Dati raccolti in tempo reale ci hanno mostrato aspetti che spesso possono sfuggire durante una visita, come la tendenza a saltare la cena o a ridurre significativamente l’apporto proteico durante la terapia e non solo. È emerso così quanto sia importante inserire i pazienti in un percorso multidisciplinare che tenga conto anche dell’impatto di effetti collaterali e problematiche psicologiche nell’aderenza alla terapia».

Lo studio evidenzia infatti alcune criticità nutrizionali potenzialmente associate all’uso di questi trattamenti in assenza di un adeguato supporto clinico e nutrizionale.

Come agiscono i GLP-1

Gli agonisti del GLP-1 imitano l’azione del GLP-1, un peptide rilasciato da diverse cellule presenti in diverse sedi anatomiche (mucosa intestinale, pancreatiche e alcuni neuroni) che ritarda lo svuotamento gastrico, riduce l’assunzione di cibo attraverso la soppressione centrale dell’appetito e regola l’omeostasi glicemica (maggiore secrezione di insulina, inibizione del rilascio di glucagone).  

«Il successo clinico di queste molecole deriva da un’azione che coinvolge sia il sistema nervoso centrale sia meccanismi periferici», dice Vinelli.

I rischi della semplificazione

«Il fatto stesso che vengano chiamati farmaci per la perdita di peso la dice lunga. È sicuramente il modo più semplice per comunicarli, ma è assolutamente riduttivo rispetto alla complessità della patologia» osserva Vinelli. «Questo è successo perché, parallelamente alla crescita delle prescrizioni, è aumentata anche la promozione degli agonisti del GLP-1 sui social media, che rischia di banalizzare sia i farmaci sia la malattia».

Il peso corporeo – aggiunge – è solo uno degli aspetti della malattia. I pazienti che arrivano in ambulatorio spesso hanno già alle spalle anni di diete, tentativi falliti e un rapporto conflittuale con il proprio corpo.

«Questa ipersemplificazione del discorso è legata, paradossalmente, anche al fatto che ci sono gruppi di popolazione che accedono a queste terapie e che ne beneficiano sotto tantissimi punti di vista, non solo per il dimagrimento». Dalla glicemia alla pressione. Dal colesterolo ai trigliceridi.

«Ci sono evidenze sulla steatosi epatica e sui possibili effetti legati ai circuiti della ricompensa, inclusi studi preliminari su patologie psichiatriche come la depressione. Queste terapie (nate come anti-diabetici, ndr) sembrano essere efficaci anche in ambiti non direttamente legati alla riduzione del peso, tra cui la riduzione delle dipendenze da alcol e da fumo. Sono risultati ancora preliminari, quindi non conclusivi, però sicuramente interessanti».

Dentro lo studio Robin Health

Ma torniamo allo studio presentato a Istanbul da Vinelli. Nasceva da una domanda: «capire non solo se i pazienti mangiassero meno, ma cosa mangiassero realmente».

Per rispondere, Robin Health ha utilizzato strumenti digitali capaci di raccogliere dati alimentari e comportamentali in tempo reale, seguendo i pazienti nella loro routine quotidiana e superando almeno in parte i limiti dei tradizionali diari alimentari, spesso influenzati da bias soggettivi.

Uno dei principali dati emersi riguarda la riduzione dell’apporto calorico totale e la distribuzione irregolare dei pasti durante la giornata, che espone i pazienti al rischio di cambiamento della composizione corporea non ottimale: in particolare perdita di massa magra.

«Tra i risultati più interessanti emerge la tendenza a saltare la cena, soprattutto ai dosaggi più elevati di terapia» aggiunge Vinelli. I dati indicano una frequenza doppia rispetto a chi non è in trattamento, con punte del 40% per la cena e del 31% per la colazione e il pranzo: «un’informazione che potrebbe sfuggire in una semplice visita ambulatoriale, ma che aiuta moltissimo il nutrizionista a gestire adeguatezza nutrizionale e aderenza terapeutica».

Saltare i pasti: l’apporto proteico a rischio

Il problema non sembra essere uno spostamento verso junk food o carboidrati. Piuttosto, i pazienti tendono semplicemente a mangiare meno di tutto, con possibili implicazioni sul raggiungimento di un apporto proteico adeguato.

«Le fonti proteiche sono molto sazianti e alcuni alimenti come pesce, latticini, uova o legumi possono risultare poco tollerati in presenza di nausea – spiega Vinelli -. Questo può diventare rilevante durante la perdita di peso, perché il fabbisogno proteico aumenta e serve a preservare la massa muscolare. Anche le fibre giocano un ruolo centrale, soprattutto nella gestione di nausea e stipsi, tra gli effetti collaterali più comuni. In alcuni casi si può consigliare di ridurre le fibre vicino al giorno dell’iniezione e aumentarla successivamente».

Nutrizione personalizzata e gestione degli effetti collaterali

Obiettivo di Robin health, che sviluppa una piattaforma digitale per supportare la gestione del peso con un approccio data-driven, è quello di costruire percorsi sempre più personalizzati, «perché ciò che funziona per una persona può non funzionare per un’altra».

«Molti effetti collaterali, come nausea o stipsi, possono infatti essere gestiti nutrizionalmente – chiarisce Vinelli –. Ciò è fondamentale anche per migliorare l’aderenza alla terapia. Dalle pubblicazioni scientifiche emerge che uno dei motivi che porta all’interruzione è proprio l’esperienza negativa del percorso terapeutico. Per questo il percorso multidisciplinare è così importante: il farmaco da solo rappresenta solo una parte del trattamento, non il 100%».

Lo studio – che si basa sull’analisi di dati provenienti da chi usa l’app di Robin health, che consente di mettere in relazione diversi dati (dall’alimentazione al tracciamento delle terapie farmacologiche, fino al peso, all’attività fisica e al monitoraggio di umore e sintomi) ed è stato condotto su 332 adulti in sovrappeso o con obesità – suggerisce che timing e distribuzione degli alimenti potrebbero avere un impatto significativo sulla tollerabilità delle terapie. È qui che entra in gioco la nutrizione personalizzata: non una dieta standardizzata, ma strategie costruite sul singolo paziente e sui suoi sintomi.

L’importanza di un approccio multidisciplinare e il supporto digitale

Dal punto di vista nutrizionale questi farmaci rappresentano una rivoluzione. Tuttavia, sottolinea Vinelli, «la loro efficacia è direttamente proporzionale al percorso che il paziente intraprende, in cui entrano in gioco anche l’educazione alimentare, lo stile di vita, la capacità di fare scelte nutrizionali adeguate. L’obesità è una patologia che coinvolge tantissimi aspetti interni ed esterni alla persona, dove la parte comportamentale è importantissima».

L’approccio che emerge è quello di una gestione a quattro pilastri: terapia farmacologica, nutrizione, attività fisica e supporto psicologico-comportamentale. 

E la componente digitale secondo Vinelli potrebbe diventare strategica: per il monitoraggio nutrizionale lungo il percorso assistenziale e per la sua sostenibilità nel tempo. «Piattaforme e strumenti AI-based non dovrebbero restare semplici applicazioni passive, ma trasformarsi in strumenti attivi della pratica clinica. Per una nutrizionista vedere in tempo reale cosa mangia una persona riduce quel gap inevitabile che si crea quando il paziente torna a casa».

Un cambio di paradigma che, conclude Vinelli, potrebbe giovare alla persone lungo l’intero percorso di cura.

Keypoints

  • Robin Health presenta lo studio al 33° European Congress on Obesity in cui ha utilizzato strumenti digitali e raccolta dati in tempo reale per analizzare le abitudini alimentari dei pazienti in terapia con GLP-1.
  • I farmaci agonisti del recettore GLP-1 stanno cambiando la gestione clinica dell’obesità, ma ridurli a semplici “farmaci per dimagrire” rischia di banalizzare una patologia cronica e multifattoriale.
  • Le evidenze mostrano benefici anche su glicemia, colesterolo, pressione arteriosa, steatosi epatica e possibili effetti sui circuiti della ricompensa e sul “food noise”.
  • Tra i risultati emersi: molti pazienti tendono a saltare la cena e circa l’80% non raggiunge i livelli raccomandati di apporto proteico, con possibili implicazioni sulla massa muscolare e sull’aderenza terapeutica.
  • Vinelli sottolinea l’importanza di un approccio multidisciplinare che integri terapia farmacologica, nutrizione, attività fisica e supporto psicologico-comportamentale.
  • Piattaforme digitali e intelligenza artificiale potrebbero diventare strumenti centrali nella medicina metabolica personalizzata, aiutando i clinici a monitorare sintomi, alimentazione ed effetti collaterali in tempo reale.

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