Oltre la dipendenza: la psicologia dietro l’uso disfunzionale dei social

Oltre la dipendenza: la psicologia dietro l’uso disfunzionale dei social

di Giulia Toniutti
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Giulia Toniutti

Perché ne stiamo parlando
Dopo la condanna a Meta, il dibattito si sposta dai contenuti al design delle piattaforme: creano dipendenza e disagio? Siamo schiavi dei social o serve un nuovo alfabeto digitale? Risponde Alessandro Gabbiadini.

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Siamo davvero schiavi dei nostri device o dobbiamo imparare un nuovo alfabeto relazionale?
Dopo la recente sentenza che condanna Meta (proprietaria di Facebook e Instagram) a risarcire una ragazza ventenne perché le piattaforme, progettate in modo tale da creare “dipendenza”, avrebbero compromesso la sua salute mentale, il dibattito sull’utilizzo dei social si è spostato: se prima ci si concentrava sui contenuti tossici, la disinformazione e l’odio, adesso l’attenzione è focalizzata su come le piattaforme sono progettate.

Scroll infinito, notifiche, autoplay: sono meccanismi che favoriscono un legame disfunzionale con i social? In altre parole, dalla riproduzione automatica dei video fino ai like, che agiscono sul bisogno di approvazione sociale come una ricompensa, le piattaforme attivano circuiti dopaminergici simili a quelli delle dipendenze?

Per analizzare i meccanismi della “dipendenza digitale”, la “chimica dello scrolling” e cosa succede quando un telefono, anche spento, si siede a tavola con noi, in quest’epoca in cui il confine tra vita online e offline è ormai un continuum, abbiamo incontrato Alessandro Gabbiadini, professore di Psicologia sociale all’Università di Milano-Bicocca.

Professor Gabbiadini, partiamo dal termine che in questo periodo sta dominando il dibattito pubblico: “dipendenza” dai social. È una definizione scientificamente corretta?

«Oggi la letteratura scientifica sta convergendo verso il termine di uso problematico o disfunzionale e abbandonando “dipendenza”, che resta un termine più giornalistico perché cattura l’attenzione. La differenza è sostanziale: la dipendenza da sostanze chimiche ha conseguenze fisiche visibili e crisi di astinenza reali. Se ti tolgo lo smartphone, invece, puoi avere una fase iniziale di senso di esclusione sociale, ma non avrai tremori o sudorazione; quel disagio svanisce in un paio di giorni.

Dobbiamo distinguere l’effetto psicologico dalle tecniche di persuasione delle piattaforme: sono dei marketplace progettati come “macchine dopaminergiche” per massimizzare il tempo di permanenza attraverso leve come la scarsità di risorse e la reciprocità, ma l’obiettivo è commerciale, non patologico. Parliamo di uso disfunzionale quando questo interferisce con lo studio, il lavoro o le relazioni, generando frustrazione e senso di colpa, pur mantenendo un certo grado di controllo».

Se non è dipendenza fisica, perché è così difficile staccarsi? Cosa accade nel nostro cervello?

«Tutto ruota attorno al sistema dopaminergico. Ogni “like”, ogni notifica o nuovo contenuto attiva il rilascio di dopamina, legata ai meccanismi di ricompensa e motivazione. La dopamina non dà piacere in sé, ma è l’ormone che ci spinge alla ricerca di nuovi stimoli gratificanti. Le piattaforme sfruttano il rinforzo variabile: non sapere quando arriverà il prossimo contenuto interessante ci tiene incollati allo schermo in un ciclo di ricerca compulsiva. Fenomeni come il doomscrolling nascono proprio da questo: il cervello resta in attesa continua di una ricompensa imprevedibile».

Entriamo nel cuore delle nostre relazioni. Quali sono i percorsi attraverso cui la tecnologia impatta sul nostro benessere?

«La ricerca scientifica suggerisce tre ipotesi principali per orientarci. L’ipotesi della sostituzione: lo smartphone è negativo quando sostituisce attività vitali che darebbero più benessere, come il sonno o la socializzazione profonda. Il classico esempio è lo scrolling serale che ruba ore al riposo. L’ipotesi dell’interferenza: avviene quando una notifica interrompe un momento di benessere “faccia a faccia”. Questo causa nell’interlocutore un senso di disconnessione e addirittura di esclusione sociale. E l’ipotesi della complementarietà: qui la tecnologia diventa positiva. Accade quando completa le relazioni esistenti senza sostituirle, annullando le distanze fisiche. Si pensi al lockdown o a un amico che si trasferisce all’estero».

Un fenomeno ormai onnipresente è il “phubbing” (phone snubbing) cioè l’atto di ignorare l’altro per guardare il telefono. Perché ci dà così fastidio, eppure continuiamo a farlo?

« È diventato una norma sociale basata sulla reciprocità. Se tu tiri fuori lo smartphone a cena, io mi sento escluso; per ripristinare il mio senso di appartenenza, faccio lo stesso, rifugiandomi nella mia rete digitale. È un paradosso: usiamo lo strumento per “sentirci inclusi” altrove, mentre stiamo attivamente escludendo chi abbiamo davanti, creando una forma di ostracismo digitale che mina la fiducia e l’empatia.

C’è una ricerca affascinante su come la mera presenza fisica dello smartphone possa influire sullo scambio relazionale. In questo studio, coppie di estranei parlano di eventi significativi per dieci minuti. In una condizione, su un tavolino accanto a loro, c’era uno smartphone spento (non appartenente a nessuno dei due); nell’altra condizione, c’era un taccuino.

Ebbene, la sola presenza fisica dello smartphone ha ridotto drasticamente la qualità percepita della conversazione, l’empatia e la vicinanza. Perché succede? Perché l’oggetto “telefono” attiva inconsciamente l’idea di una rete sociale esterna, rendendo il “qui ed ora” della relazione presente meno profondo. Curiosamente, questo effetto non avviene se si parla di argomenti banali, come gli alberi di Natale, ma solo quando cerchiamo una connessione profonda. Insomma, a volte, il gesto più “social” che possiamo fare è lasciare il telefono in tasca».

Molti tracciano un parallelo tra i social media e l’industria del tabacco, accusando le piattaforme di aver ignorato per anni la propria responsabilità nel favorire comportamenti disfunzionali. Lei come vede questo accostamento?

«In realtà non sono d’accordo con questo paragone. Il tabagismo causa danni alla salute oggettivi e scientificamente provati; non esiste, ad oggi, un “utilizzo positivo” del tabacco. Per le tecnologie digitali il discorso è opposto: la ricerca ci dice che è la modalità d’uso a fare la differenza. Lo smartphone può inibire le relazioni, ma può anche favorire drasticamente il benessere psicologico se usato con consapevolezza. Mentre il tabacco è nocivo in termini assoluti, la tecnologia è uno strumento il cui valore dipende dal contesto e dall’intenzione dell’utente».

Ma non rischiamo di lasciare tutto il peso del “benessere” sulle spalle del singolo individuo? Esiste un modo per progettare social che siano intrinsecamente più sicuri?

«È assolutamente possibile utilizzare le stesse dinamiche psicologiche e gli stessi meccanismi di funzionamento dei social in modo positivo, evitando i cosiddetti “dark pattern”. Il problema è che spesso non viene fatto per logiche di mercato.

Tuttavia, ci sono già segnali di cambiamento. Proprio qui in Bicocca, stiamo lavorando a un progetto che prevede l’inserimento nelle piattaforme di agenti basati su intelligenza artificiale. L’obiettivo è avere un “assistente” che offra consigli in tempo reale all’utente, aiutandolo a riconoscere contenuti nocivi o a fare un uso più informato del mezzo.

Un altro esempio virtuoso riguarda il micro-learning: alcune sperimentazioni hanno preso il meccanismo di TikTok, cioè lo scroll veloce di video brevi, sostituendo però l’intrattenimento passivo con contenuti formativi. In questo modo si attiva lo stesso sistema dopaminergico che ci spinge a vedere il video successivo, ma lo si mette al servizio dell’apprendimento e della crescita personale».

Oltre al design in sé delle piattaforme, cosa si potrebbe migliorare?

«L’educazione. Nelle scuole dovrebbe esistere una vera educazione digitale paragonabile all’educazione civica di un tempo. Abbiamo commesso un errore di valutazione dando per scontato che i “nativi digitali”, essendo nati immersi nella tecnologia, sapessero maneggiarla con cognizione di causa. Invece, i nativi digitali usano questi strumenti senza conoscerne i meccanismi “dietro le quinte”.

Non si tratta di demonizzare, ma di insegnare l’autocontrollo e la comprensione dei processi persuasivi delle piattaforme. Il benessere digitale si ottiene con la consapevolezza, passa dalla capacità di regolare l’uso dei device affinché siano un supporto e non una limitazione della nostra autonomia. Impostare un timer di utilizzo, per esempio, non deve essere visto come una restrizione esterna, ma come un atto di cognizione per proteggere il proprio equilibrio mentale».

 

Foto di Martin da Pixabay

Keypoints

  • La letteratura scientifica parla più di “uso disfunzionale” che di dipendenza vera e propria
  • Like, notifiche e scroll infinito sfruttano il sistema dopaminergico della ricompensa
  • Dobbiamo distinguere l’effetto psicologico dalle tecniche di persuasione delle piattaforme
  • Educazione digitale e consapevolezza sono più efficaci della demonizzazione delle piattaforme, secondo Alessandro Gabbiadini, professore di Psicologia sociale all’Università di Milano-Bicocca

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