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Con lo slogan Together for a better internet torna anche quest’anno il Safer Internet Day, giornata internazionale di sensibilizzazione per promuovere un uso più sicuro e positivo delle tecnologie digitali. Soprattutto tra i giovani. Occasione per riflettere su come la sicurezza di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, nell’oceano digitale richieda molto più di un semplice software che ne limiti la navigazione. Questo è in linea con la strategia europea Better Internet for Kids lanciata dalla Commissione europea nel 2022 e che si fonda su un pilastro: l’importanza dell’educazione digitale, affinché si acquisiscano quelle abilità e competenze necessarie per “abitare” la rete in modo sicuro e consapevole ed esprimersi online in modo responsabile.
E su questo è molto chiara Elena Bozzola, coordinatrice della Commissione dipendenze digitali della Società italiana di pediatria (Sip) e consigliera del gruppo di studio Adolescenza. «La protezione dei minori non può basarsi solo su filtri, ma su competenze critiche».
Il Safer Internet Day invita a riflettere su un web più sicuro: quali sono oggi, secondo lei, le priorità più urgenti per proteggere i bambini e gli adolescenti online e promuovere un uso consapevole di internet?
«La priorità urgente in campo di sicurezza online è rappresentata dall’educazione della società, in particolare dei ragazzi e delle ragazze e delle loro famiglie. La protezione dei minori non può basarsi solo su filtri o controlli parentali (molti dei quali i ragazzi sono in grado con qualche stratagemma di bypassare), ma su competenze critiche: riconoscere contenuti inappropriati, combattere la disinformazione (“si rilassa con il telefonino”) e rischi fisici e psicologici dal rimanere online.
Per esempio, sono sempre maggiori le evidenze di un aumento di ansia, disturbi dell’umore e isolamento sociale associati a un uso problematico dei social media negli adolescenti. È prioritario ridurre l’esposizione a contenuti dannosi e sottolineare l’importanza della mediazione dell’adulto nella scelta e condivisione dei contenuti».
Le recenti raccomandazioni della Società italiana di pediatria suggeriscono di evitare lo smartphone personale prima dei 13 anni: come incidono troppe ore davanti allo schermo sul sonno nei primi anni di vita e perché è fondamentale intervenire precocemente?
«Nella revisione sistematica della letteratura che la Commissione Dipendenze Digitali Sip ha condotto e pubblicato sulla rivista scientifica The Italian Journal of Pediatrics, la problematica del sonno e in particolare l’interruzione del sonno è emersa come una delle associazioni più solide con l’esposizione digitale. I bambini esposti alla tecnologia nelle ore serali mostrano addormentamento ritardato, riduzione della durata del sonno, aumento dei risvegli notturni e peggior qualità del riposo.
Gli adolescenti che utilizzano social media o smartphone la sera riportavano privazione cronica del sonno, affaticamento diurno e rendimento scolastico ridotto. I meccanismi includono l’alterazione del ritmo circadiano dovuta all’emissione di luce blu e all’iper eccitazione psicologica».
Cosa si può fare per prevenire tali problemi?
«Limitare l’uso dei dispositivi elettronici un’ora prima di coricarsi e rimuovere i dispositivi elettronici dalle camere da letto sono misure preventive altamente efficaci. La prima infanzia rappresenta un periodo di crescita cerebrale eccezionalmente rapida, durante il quale la interazione sociale diretta e il dialogo svolgono un ruolo fondamentale nel supportare la maturazione cognitiva. Numerosi studi sottolineano i rischi per lo sviluppo associati alla eccessiva esposizione agli schermi durante questo periodo delicato senza la mediazione degli adulti.
Le evidenze di neuroimaging dimostrano cambiamenti misurabili nella struttura cerebrale correlati all’uso intensivo dei media digitali tra i bambini in età prescolare e suggeriscono potenziali alterazioni nelle reti neurali fondamentali per il funzionamento cognitivo precoce: il sistema nervoso centrale dei bambini ancora in crescita è sensibile a fattori che possono causare delle alterazioni nel suo completo sviluppo e nell’elaborazione dei meccanismi di linguaggio, apprendimento e memoria».
L’esposizione agli schermi può influire negativamente sul linguaggio espressivo?
«Sì, soprattutto quando l’uso inizia precocemente o è di lunga durata. Alcuni studi mostrano come i bambini esposti frequentemente ai media digitali producano meno linguaggio verbale e acquisiscano vocabolario più lentamente rispetto ai coetanei con minore esposizione o con una maggiore interazione con l’adulto durante l’uso dei media, che rappresenta un importante stimolo. Se gli studi di neuroimaging mostrano alterazioni in aree deputate a attenzione, memoria e pre-lettura nei bambini con consumi digitali elevati e non mediati, anche negli adolescenti vi sono evidenze di una interferenza.
In particolare, gli studi scientifici descrivono una riduzione del volume di sostanza grigia in regioni prefrontali, temporoparietali e sottocorticali, oltre a una minore connettività interemisferica del corpo calloso, alterazioni strutturali che somigliano a quelle osservate nelle dipendenze da sostanze».
Secondo quanto riportato nella XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia a rischio di Save the Children, il 41,8% degli adolescenti italiani si è rivolto a un’intelligenza artificiale in momenti di difficoltà: come interpreta questo fenomeno e quali rischi e limiti vede nell’uso dei chatbot come sostegno emotivo?
«Gli adolescenti cercano accessibilità immediata, anonimato e assenza di giudizio, che spesso faticano a trovare nei compagni e negli adulti. In questo senso, il chatbot diventa uno spazio percepito come “sicuro” per esprimere emozioni difficili, trascurando quelli che sono i rischi e i limiti dell’IA. I chatbot non hanno competenza clinica, né capacità empatica reale. Possono fornire risposte inappropriate, normalizzare vissuti patologici o non riconoscere situazioni di rischio (per esempio ideazione suicidaria). Da non trascurare, infine, il rischio di sostituzione delle relazioni umane con l’intelligenza artificiale, il che non fa altro che accrescere isolamento e dipendenza emotiva. Ancora una volta dobbiamo ricordarci il ruolo fondamentale della educazione, affinché l’IA possa essere uno strumento complementare, non un sostegno emotivo primario».
Oltre alla protezione tecnica, la cybersicurezza può essere considerata un tema di salute pubblica: in che modo minacce come deepfake e cyberbullismo incidono sul benessere psicologico dei minori?
«Le evidenze scientifiche mostrano un’associazione significativa tra cybervittimizzazione e disturbi della salute mentale in età adolescenziale: sintomi depressivi, ansia e disturbi del sonno, stress e disregolazione emotiva. Gli adolescenti vittime di cyberbullismo riferiscono più frequentemente rabbia, stress, ansia, sintomi depressivi e disturbi del sonno. Gli episodi ripetuti si associano a un rischio significativamente più elevato di depressione rispetto a esperienze isolate.
Particolarmente rilevante è l’associazione con il rischio suicidio: negli adolescenti vittime di cyberbullismo il rischio di ideazione suicidaria risulta oltre tre volte superiore rispetto ai coetanei non esposti».
La Sip propone un “family plan digitale”: un patto educativo tra pediatri, famiglie e scuola. Quali sono gli elementi chiave per rendere questa alleanza davvero efficace nella regolazione di tempi e luoghi d’uso dei dispositivi?
«Il family plan digitale è una sorta di patto familiare, costruito e condiviso all’interno della famiglia, che si adatta all’età e all’autonomia del minore e alla luce delle raccomandazioni mediche definendo tempi e luoghi d’uso dei dispositivi, regole di comportamento online, contenuti consentiti per fasce d’età, strategie per prevenire rischi (privacy, sicurezza, cyberbullismo).
In questo senso potrebbe rappresentare uno strumento preventivo per regolare l’influenza del digitale nelle nostre vite. L’obiettivo non è demonizzare gli strumenti digitali, ma integrare regole e routine che ne permettano un impiego sicuro e coerente con le fasi di sviluppo del minore, promuovendo un’educazione all’uso consapevole e regolato. Per il suo funzionamento è fondamentale il ruolo attivo dei genitori come modelli digitali».
Ma come si traduce concretamente questo impegno nel quotidiano?
«Il family plan, infatti, non deve essere inteso come un elenco di divieti, ma un patto di corresponsabilità. Un piano efficace dovrebbe includere innanzitutto regole precise sui tempi. E quindi, nessun dispositivo sotto i 2 anni; uso molto limitato e sempre mediato dai 2 ai 5 anni. Massimo un’ora/due in età prescolare, 1-2 ore in età scolare, evitando l’utilizzo serale. E sicuramente uno stop totale alla sera nell’ora prima di dormire, nessun dispositivo in camera da letto. Sarebbe opportuno “schermare” virtualmente alcuni luoghi, ossia evitare il digitale nella camera da letto e in sala da pranzo, durante i pasti.
Luoghi liberi dal digitale sono molto utili non solo per contrastare disturbi del sonno e della alimentazione, ma anche per favorire interazioni e gioco. Un ruolo chiave è la mediazione attiva da parte degli adulti. Il che prevede una co-visione nei primi anni, spiegazione critica dei contenuti, uso condiviso delle piattaforme, per una effettiva fruizione positiva del digitale, dialogo costante su sicurezza, privacy, comportamento etico online fanno parte di un processo educativo che non può mancare».


