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Il Safer Internet Day, che si celebra il 10 febbraio, si colloca in un momento in cui il dibattito pubblico sull’uso dei social da parte dei minori è molto acceso. Le parole del presidente della Società italiana di pediatria (Sip), Rino Agostiniani – secondo cui i divieti non sono la soluzione definitiva, ma rappresentano un forte segnale e uno strumento per responsabilizzare le piattaforme oltre che una misura di sanità pubblica per tutelare la salute dei minori – si intrecciano con quanto sta accadendo in diversi Paesi, dove si stanno sperimentando o discutendo restrizioni sempre più concrete.
Dopo l’Australia, altri paesi puntano sul divieto
A livello internazionale si sta assistendo infatti a un progressivo giro di vite sull’accesso dei minori ai social network. L’Australia si è imposta come pioniere globale di questa tendenza con il provvedimento più radicale: dal dicembre 2025 è attivo un divieto nazionale per gli under 16, che obbliga le piattaforme a verifiche rigorose pena sanzioni elevatissime. Sulla stessa scia ci si sta muovendo anche in Europa, con la Spagna che intende introdurre restrizioni simili per proteggere i giovani dal “digital wild web” (deepfake, violenza, pornografia, ecc.) e la Francia, dove l’Assemblea nazionale ha già approvato una proposta di legge (che deve ricevere l’ok dal Senato) per fissare il limite a 15 anni, collegando la misura alla lotta contro il cyberbullismo e contenuti violenti.
Il tema, insomma, è entrato nell’agenda politica.
Scienza, dibattito aperto
Ma vietare l’uso dei social è davvero la soluzione per tutelare il benessere giovanile? O la strada da percorrere è l’alfabetizzazione digitale affinché bambini e bambine imparino a usarli nel modo più utile e responsabile?
Le attuali spinte proibizioniste non trovano unanime accordo nella comunità scientifica, perché il nesso di causa-effetto tra l’aumento dell’uso delle piattaforme e il declino della salute mentale non gode ancora di evidenze scientifiche inconfutabili. E, come ha evidenziato per esempio Luisa Fassi, ricercatrice al Digital Mental Health Group dell’Università di Cambridge, per comprendere l’impatto dei social media sui più giovani servono studi rigorosi e longitudinali su ampie popolazioni che tengano conto della complessità dei contesti reali e dei fattori sociali, economici e culturali che influenzano realmente il benessere psichico.
Contro il divieto si è espressa l’Australian Child Rights Task Force che, in una lettera al primo ministro australiano, pur riconoscendo i rischi connessi al mondo digitale, lo definisce uno strumento troppo grossolano che rischia di isolare i giovani e privarli di uno spazio attraverso cui accedono alle informazioni, sviluppano competenze sociali e tecniche, mantengono relazioni con familiari e amici, giocano…
Nel documento, gli oltre 140 esperti e accademici (australiani e non solo) sottolineano che la mera restrizione non migliori la sicurezza intrinseca delle piattaforme e scarichi una responsabilità eccessiva sui genitori, che spesso non hanno le competenze tecniche necessarie per supervisionare tali strumenti. Tra l’altro, sotto il profilo tecnico, evidenziano che le misure di verifica dell’età risultano facilmente aggirabili. In alternativa, propongono l’adozione di regolamentazioni sistemiche che impongano standard di sicurezza e tutela della privacy più elevati a carico delle aziende tecnologiche e di concentrarsi sul supporto e sull’empowerment di bambini e famiglie. Con l’obiettivo di creare un ambiente digitale protetto che favorisca lo sviluppo e l’autonomia dei minori invece di escluderli dalla vita online. Vietare, insomma, è una scorciatoia: «rendere le piattaforme responsabili e aumentare la consapevolezza dei rischi è una sfida complessa – scrivono – ma in grado di produrre benefici più solidi e duraturi nel lungo periodo».
Il modello delle 7P per il benessere dei minori
Per affrontare le sfide poste dal benessere digitale dei minori, la Società italiana di pediatria propone un modello educativo strutturato che non si limita alla proibizione, ma punta alla consapevolezza attraverso le “7 P“.
Il primo passo fondamentale è posticipare il più possibile l’accesso a strumenti come smartphone e social media, al fine di proteggere lo sviluppo cognitivo, la vista e il ritmo sonno-veglia di bambini e bambine. Per evitare che il digitale diventi un fattore di isolamento o ansia, i pediatri sottolineano l’importanza di preservare la presenza costante dell’adulto come guida e di porre regole chiare, eliminando i dispositivi durante i pasti e dalle camere da letto. In un’ottica proattiva, è essenziale promuovere esperienze nel mondo reale – come sport, arte e natura – e prevenire attivamente i pericoli del web attraverso un dialogo aperto. Parlare cioè apertamente di cyberbullismo, pornografia, violenza e dipendenza digitale. Perché prevenire, secondo la Sip, significa educare alla consapevolezza, alla responsabilità e alla sicurezza online.
«La tecnologia non viene demonizzata, ma deve essere ripensata» spiega il presidente Agostiniani. «È necessario un intervento sulla strutturazione degli algoritmi, che oggi sono progettati solo per trattenere l’utente, affinché diventino strumenti per un uso più riflessivo e meditato, supportato da un costante accompagnamento dell’adulto fin dall’età più precoce». In questo contesto, secondo Agostiniani, i divieti non sono la soluzione finale, ma servono come un potente segnale d’allarme per la popolazione e come mezzo per imporre ai colossi del web regole precise, a partire da sistemi di verifica dell’età oggi ritenuti del tutto fallaci.
Adolescenza in rete
Ma quanto sono consapevoli i minori dei rischi legati all’uso di internet? In occasione del Safer Internet Day, l’Unicef per esempio ricorda che a livello globale più di uno studente di 10 anni su cinque non è in grado di distinguere se un sito web sia affidabile o meno. E, citando i dati dell’indagine Childhood in a Digital World, evidenzia che in Italia tra bambini e adolescenti (9-16 anni), il 9,5% non possiede competenze nel cambiare le impostazioni della privacy; il 9,2% non sa scegliere le migliori parole chiave per le ricerche; l’11,9% non sa come rimuovere persone dalla lista dei contatti; il 18,9% non possiede competenze nel creare contenuti (musica o video). D’altro canto, anche l’intelligenza artificiale ormai, secondo un’indagine di Save the Children condotta a livello nazionale, è una compagna quotidiana degli adolescenti: è utilizzata non solo per lo studio e la ricerca di informazioni, ma anche come supporto emotivo. Poco più di due adolescenti su 5 (41,8%) affermano di aver chiesto aiuto a strumenti di IA in momenti di solitudine, tristezza o ansia e una percentuale simile (42,8%), lo ha fatto per chiedere consigli su scelte importanti (relazioni, sentimenti, scuola).
Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia ribadisce quindi quanto sia sempre più importante l’acquisizione di competenze digitali.
Anche perché, come evidenzia il nuovo rapporto del Laboratorio di epidemiologia dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR – “Sotto la superficie. Le nuove sfide dell’adolescenza tra rischi e quotidianità” – per i giovani, internet è una risorsa poliedrica che supporta lo studio, la socializzazione, il gioco e la creatività, ma non è esente da episodi di cyberbullismo, hate speech, condivisione di immagini intime senza consenso, ecc. Usi problematici che evidenziano l’urgenza di potenziare le competenze digitali per un accesso sano e sicuro alla rete.
Promuovere l’educazione digitale e l’uso consapevole delle nuove tecnologie da parte dei minori – conclude Save the Children – significa investire nel futuro delle nuove generazioni, affinché possano vivere gli ambienti digitali come spazi di crescita, condivisione e rispetto reciproco. E per questo ha elaborato una guida per genitori e, nell’ambito del progetto Connessioni Digitali, ha appena lanciato la nuova piattaforma per potenziare l’educazione alla cittadinanza digitale nelle scuole.
Agostiniani a tal proposito evidenzia anche il ruolo dei pediatri e la necessaria formazione professionale per trasformarli in “custodi digitali“, capaci di accompagnare i genitori nella gestione e prevenzione dei rischi digitali (leggi qui le raccomandazioni della Sip), e propone l’attivazione di “patti digitali di comunità” tra scuole e famiglie per stabilire regole condivise e uniformi.


