Digital Health

Vola il tech nella sanità, ma serve più formazione per medici e infermieri

Perché ne stiamo parlando
Solo il 20% degli infermieri e il 16% dei medici ha ottime o buone digital soft skill. Nell’ultimo biennio, l’email è il canale più utilizzato nella comunicazione professionista-paziente. Ma la digital health la usa meno chi ne avrebbe più bisogno: poco utilizzata da cittadini che vivono in aree rurali o con una bassa istruzione.

Vola il tech nella sanità, ma serve più formazione per medici e infermieri

Bene, ma non benissimo. La tecnologia avanza e corre veloce. Si è diffusa in tutti i settori e ha rivoluzionato la sanità. Adesso serve un cambio di passo da parte dei professionisti del comparto. Solo il 16% dei medici specialisti ha competenze di digital soft skill buone e ottime sulla comunicazione online tra i colleghi, tra professionisti e pazienti o nello scegliere lo strumento online più adatto alle esigenze. Per quanto riguarda gli infermieri, la percentuale aumenta di quattro punti percentuali (20%), mentre per gli infermieri più giovani si arriva al 28%. È quanto emerge da uno studio dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano,  svolto su un campione di 421 medici specialisti e 770 infermieri. Nello specifico, per quanto riguarda la comunicazione efficace con i colleghi, il 24% dei medici specialisti possiede un livello di competenza avanzato/elevato e sono un esempio per i colleghi, mentre il 40% possiede un livello di competenza buono. Percentuali che diminuiscono per gli infermieri (rispettivamente 23% e 34%). Il 21% dei medici specialisti ha un livello di competenza avanzato/elevato nell’individuazione, organizzazione e condivisione di informazioni (il 33% un livello buono). Anche in questo caso, i numeri diminuiscono passando ai colleghi infermieri (15% e 28%). Quest’ultimi spiccano, invece, nell’utilizzo delle tecnologia bilanciando produttività e work-life balance: il 16% ha un livello di competenza elevato/avanzato (contro il 12% dei medici specialisti) e il 28% un livello buono (stessa percentuale per i medici specialisti). Secondo il componente del comitato centrale del FNOPI: «Bisogna creare una formazione digital comune per tutti, dagli studenti universitari ai professionisti che già operano sul campo. In questo percorso comune l’Ordine deve fare la sua parte perché gioca un ruolo di primo piano».

Nell’ultimo biennio, l’email è il canale più utilizzato nella comunicazione professionista-paziente

Negli ultimi due anni, su un campione di 2075 medici specialisti, 310 MMG (Medici di Medicina Generale) e 3221 infermieri, 97 MMG su 100 hanno utilizzato la casella di posta elettronica per comunicare con i propri assistiti, superando medici specialisti (91%) e infermieri (64%). Stessa classifica per quanto riguarda l’utilizzo di App di messaggistica istantanea: 79% MMG, 73% medici specialisti e 57% infermieri. Passando alle piattaforme di comunicazione dedicate/certificate: primo posto per i MMG (41%), segono gli infermieri (32%) e i medici specialisti (28%).

Digital Literacy: esplodono chat e videochiamate

Esplode l’alfabetizzazione digitale. Su un campione di 2.614 medici specialistici, 314 MMG e 1133 infermieri. Nove MMG su dieci sono preparati sulle chat (92% medici specialisti e l’87% infermieri), buona preparazione anche su videochiamate (67% MMG, 83% medici specialisti, 70% infermieri), acquisti online (85% MMG, 86% medici specialisti, 78% infermieri) e social network (51% MMG, 62% medici specialisti, 72% infermieri). Percentuali più basse per quanto riguarda i chatbot (20% MMG, 24% medici specialisti, 28% infermieri) e assistenti vocali (38% MMG, 43% medici specialisti e 57% infermieri).

Digital health: serve più equità

La usa meno chi ne avrebbe più bisogno. È il paradosso della sanità digitale. Secondo lo studio dell’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) “Equità all’interno della tecnologia digitale sanitaria nella regione europea dell’OMS: una scoping review”, la digital health è utilizzata soprattutto dai cittadini che vivono in aree urbane, persone di origine caucasica e anglofoni, soggetti con istruzione superiore, condizione economica più elevata e senza disabilità e giovani. Viceversa, viene poco utilizzata dai cittadini che vivono in aree rurali, individui appartenenti a minoranza etniche o caratterizzati da barriere linguistiche, soggetti con un’istruzione bassa, appartenenti alle classi disagiate dal punto di vista socio-economico e con esigenze sanitarie complesse e anziani. La sfida della prossimità si pone ai grandi cambiamenti che la società mondiale sta attraversando dopo il periodo pandemico che ha, per molti aspetti, accelerato il fenomeno. Adesso bisogna rimboccarsi le maniche per sviluppare ed implementare un modello organizzativo che preveda la partecipazione attiva della persona assistita e della sua rete privata in una logica di co-progettazione. All’eleggibilità assistenziale e clinica della persona assistita e della sua rete privata concorre, per pertinenza disciplinare, l’infermiere, anche in funzione di “Digital Citizen Advocacy”. La persona assistita, la prossimità e la sanità digitale rimangono le parole d’ordine dei prossimi anni. Di conseguenza, la cura al domicilio del paziente, la scommessa dell’ecosistema digitale e dell’infermiere di comunità saranno fattori essenziali per giocare un’ottima partita.

Le cinque sfide future

«Abbiamo immaginato cinque punti chiave per affrontare il tema della fragilità», ha spiegato Luigi Pais de Mori, componente del comitato centrale del FNOPI (Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche) nell’ambito del Convegno “Diritto alla salute e sostenibilità. L’opportunità dell’innovazione digitale e il punto di vista dei pazienti” svolto a Firenze nelle scorse settimane. Il primo punto è l’usabilità, come criterio standard per azzerare il digital divide; il secondo è la multicanalità integrata: prevedere una molteplicità di canali con cui i professionisti possono accompagnare i cittadini nel percorso a loro più fruibile; il terzo è un progressivo empowerment del cittadino con un approccio che va condiviso e costruito nei team di cura; il quarto è il coinvolgimento della rete di prossimità, in logica di collaborazione e supporto alla gestione integrata dei percorsi di cura; infine, l’implementazione di un linguaggio standardizzato. «L’adozione diffusa di un linguaggio infermieristico standardizzato è assolutamente necessario – ha aggiunto Pais de Mori – per consentite la migliore comunicazione tra professionisti sanitari ed un’adeguata valutazione sistematica degli outcome infermieristici».

Il processo di digital transition corre veloce. In questa corsa, l’uomo rimarrà sempre il perno centrale. Attenzione, infatti, a non confondere il fine con il mezzo. Per gli operatori sanitari il fine è sempre e comunque l’uomo-paziente.

Keypoints

  • La digital health è poco utilizzata dai cittadini che vivono in aree rurali, individui appartenenti a minoranza etniche o caratterizzati da barriere linguistiche, soggetti con un’istruzione bassa, appartenenti alle classi disagiate dal punto di vista socio-economico e con esigenze sanitarie complesse e anziani. È quanto emerge Dalla ricerca dell’OMS “Equità all’interno della tecnologia digitale sanitaria nella regione europea dell’OMS: una scoping review”
  • Secondo uno studio dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, il 24% dei medici specialisti possiede un livello di competenza avanzato/elevato e sono un esempio per i colleghi
  • Il 16% degli infermieri ha un livello di competenza elevato/avanzato (contro il 12% dei medici specialisti)
  • Negli ultimi due anni, 97 MMG su 100 hanno utilizzato la casella di posta elettronica per comunicare con i propri assistiti, superando medici specialisti (91%) e infermieri (64%)
  • Nove MMG su dieci sono preparati sulle chat (92% medici specialisti e l’87% infermieri)

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