Longevità e invecchiamento: a che punto siamo con le tecnologie assistive per le persone anziane?

Longevità e invecchiamento: a che punto siamo con le tecnologie assistive per le persone anziane?

di Giulia Basso
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Giulia Basso

Perché ne stiamo parlando

Le tecnologie per l’invecchiamento attivo esistono già, ma le nostre case e il sistema sanitario non sono pronti a integrarle. Il progetto AGE-IT mostra che senza adattare spazi domestici, servizi e modelli di assistenza, l’innovazione rischia di restare inutilizzata. Il punto con Filippo Cavallo e Tiziana Ferrante.

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Pensate all’appartamento in cui vivete. Quante prese ci sono vicino al letto? C’è spazio sufficiente, da entrambi i lati, per assistere qualcuno che non riesce ad alzarsi da solo? Il wifi arriva in ogni stanza?

Le tecnologie per l’invecchiamento attivo sono pronte. Le nostre case, quasi sempre, no.

AGE-IT, il progetto finanziato dal PNRR che coinvolge oltre 350 ricercatrici e ricercatori impegnati nello studio di diversi aspetti dell’invecchiamento – dalla senescenza cellulare (di cui abbiamo parlato con Fabrizio d’Adda di Fagagna) alle politiche di welfare – ha provato a tenere insieme i due piani: quello delle tecnologie e quello degli spazi che le devono ospitare.

Lo spoke 9 si occupa proprio delle tecnologie avanzate per un invecchiamento attivo e in salute coinvolgendo esperti ed esperte di ingegneria robotica, informatica e architettura. A coordinare il team Filippo Cavallo, docente di Robotica biomedica e biomeccatronica all’Università di Firenze, che da anni lavora su robot assistenziali, ambienti intelligenti e diagnostica precoce. Mentre Tiziana Ferrante coordina l’area di lavoro dedicata al design centrato sull’utente. Professoressa di Tecnologia dell’architettura alla Sapienza di Roma, si occupa del versante che più spesso viene dimenticato: gli spazi fisici in cui quelle tecnologie devono atterrare.

Le macchine sono pronte, il sistema no

Sul fronte degli ambienti intelligenti, dice Cavallo, la tecnologia è già matura da anni. Robot di telepresenza, sensori ambientali, dispositivi indossabili per il monitoraggio dei parametri vitali: molte soluzioni esistono già e alcune sono già state testate. La robotica assistenziale è la più vicina al mercato: il gruppo di Firenze ha sperimentato per mesi un robot di teleassistenza in alcune famiglie toscane, con cui un caregiver poteva monitorare e interagire a distanza con anziani soli in casa.

Il riscontro è stato positivo, soprattutto tra i familiari. «Alcuni hanno chiesto dove si compra» racconta Cavallo. Altre frontiere, come gli esoscheletri per il lavoro in età avanzata o i nuovi dispositivi biomedicali per analisi domiciliari del sangue, sono più lontane dall’uso quotidiano. Ma c’è un problema comune, riferisce il professore dell’ateneo fiorentino. È sistemico: manca l’integrazione in un contesto di servizio sanitario.

Le tecnologie domiciliari funzionano solo se inserite in nuovi modelli di servizio: cooperative capaci di integrare presenza fisica e monitoraggio remoto, aziende sanitarie con centrali operative realmente attive, percorsi di assistenza che riconoscano economicamente il telemonitoraggio e la prevenzione precoce. Senza una riforma dei meccanismi di rimborso e una volontà politica che renda strutturale l’innovazione, il rischio è che robot, sensori e ambienti intelligenti restino esperienze pilota o soluzioni private per pochi.

Dentro le abitazioni: un catalogo di ostacoli

Nonostante si faccia un gran parlare di assistenza domiciliare, le case in cui quell’assistenza deve entrare raccontano un’altra storia. Ferrante lo ha verificato sul campo, nelle abitazioni di pazienti assistiti a domicilio, affiancando i questionari alle visite degli operatori sanitari. Quello che ha trovato è un catalogo di piccoli ostacoli concreti: installazioni provvisorie e invasive che alterano l’aspetto domestico, cavi che attraversano gli spazi di movimento, prese elettriche insufficienti o mal posizionate, segnale wifi che si perde tra le murature spesse degli edifici.

«Quando si parla di dispositivi, non è che sia sempre tutto miniaturizzato», osserva. Un letto articolato a più snodi per un paziente con scompenso cardiovascolare ha bisogno di più prese dedicate. Un dispositivo portatile per le cure domiciliari ha bisogno di uno spazio su cui poggiarlo. Dettagli, in apparenza. Ma è in quei dettagli che la tecnologia si inceppa.

Oltre l’assistenza: prevenire il declino

Guardando alle tecnologie, Cavallo apre un capitolo che va oltre l’assistenza immediata. Il suo gruppo ha sperimentato l’uso di robot domestici come strumenti di coaching motorio e cognitivo, capaci di osservare le attività quotidiane e rilevare segnali precoci di declino. Ma la frontiera della diagnostica precoce passa soprattutto attraverso sensoristica indossabile e ambienti intelligenti: sistemi che misurano il modo in cui una persona si muove, dorme, gestisce la casa, e alimentano modelli di intelligenza artificiale per intercettare le fasi prodromiche del declino prima che la patologia diventi diagnosticabile.

A questo si aggiungono i giochi cognitivi in realtà virtuale, che potrebbero diventare strumento terapeutico se validati clinicamente. Le fasi prodromiche dell’Alzheimer diventano così intercettabili, aprendo una finestra di intervento che oggi spesso non viene colta.

Adattare la casa prima che sia troppo tardi

È qui che l’architettura smette di essere cornice e diventa protagonista. L’idea più originale che emerge dal lavoro di Ferrante è quasi provocatoria nella sua semplicità: l’adattamento domestico va fatto prima, non dopo. Non come risposta a una crisi, ma come prevenzione. «I centri che si occupano di adattamento intervengono sempre tardi, quando c’è già una difficoltà», dice Ferrante. «E allora l’intervento diventa un rattoppo». La sua proposta è di invertire la logica: ristrutturare casa pensando all’anzianità futura, esattamente come si ristruttura pensando all’efficienza energetica. E con gli stessi incentivi fiscali.

Il lavoro di Ferrante si è tradotto in linee guida per l’adattamento degli spazi domestici alle esigenze dell’assistenza domiciliare: requisiti precisi su sicurezza, fruibilità, benessere. Per rendere queste indicazioni applicabili anche a chi non ha un’architetta a disposizione, il gruppo ha sviluppato un software di valutazione che simula le alternative di adattamento di un appartamento – spostare un tramezzo, predisporre gli impianti, modificare la disposizione degli arredi – e stima l’impatto economico per fasce di intervento: minima, media, massima. Applicato a un caso pilota su pazienti con scompenso cardiovascolare, lo strumento ha dimostrato che le linee guida sono applicabili anche a edifici molto diversi tra loro.

Il parallelo con i bonus energetici non è casuale. «Così come ci sono agevolazioni per l’efficientamento energetico e per l’abbattimento delle barriere architettoniche, si potrebbero pensare sgravi fiscali legati all’adattamento domestico preventivo», dice Ferrante. Un’abitazione che ha già predisposto gli impianti, sistemato le prese, ampliato lo spazio attorno al letto, reso permeabile la rete wifi, non ha bisogno di interventi d’emergenza traumatici quando arriva la fragilità.

Cosa resta

AGE-IT (Ageing Well in an Ageing Society) è formalmente concluso. In tre anni di attività, il programma  ha analizzato le grandi sfide dell’invecchiamento della popolazione. Restano le pubblicazioni scientifiche, le simulazioni progettuali, i modelli di intelligenza artificiale per la diagnostica precoce. Resta, a Firenze, un prototipo di sala d’attesa sensoriale in una Casa di Comunità – tablet, stimolazioni visive e sonore per alleviare il peso del tempo di attesa – che una collega di Ferrante sta sviluppando.

E resta la prospettiva di un Istituto Italiano sull’Invecchiamento che dovrebbe raccogliere e continuare il lavoro avviato. «Le collaborazioni che si sono costruite non si perderanno», dice Ferrante. Il punto dolente, aggiunge senza eufemismi, sono i finanziamenti.

Cavallo chiude con una riflessione che suona come una sorta di diagnosi sociale. La medicina ha allungato la vita, ma il sistema di assistenza non ha tenuto il passo. Gli anziani sono tanti, i caregiver troppo pochi, le risorse insufficienti. «La sfida non è far vivere le persone più a lungo, ma farle vivere bene più a lungo». E allora, una macchina in casa che supporta l’indipendenza non è la soluzione ideale, ammette. Ma è una delle soluzioni possibili.

E forse non è così diversa dall’idea di un quartiere che si autosostiene, dove la tecnologia non sostituisce il vicinato ma lo attrezza. Nell’ottica di dover ripensare relazioni, abitazioni e città, anche attraverso l’utilizzo di tecnologie e intelligenza artificiale, per accompagnare e far evolvere una società che invecchia.

Keypoints

  1. Le tecnologie per l’invecchiamento attivo esistono già: robot di telepresenza, sensoristica indossabile, ambienti intelligenti. Il problema non è inventarle, ma integrarle nel servizio sanitario.
  2. Senza ripensare i modelli di servizio – aziende sanitarie con centrali operative realmente attive, percorsi di assistenza che riconoscano economicamente il telemonitoraggio e la prevenzione precoce – robot e sensori rischiano di restare esperienze pilota o soluzioni per pochi.
  3. Le case italiane non sono attrezzate per accogliere le tecnologie di assistenza domiciliare: mancano prese, la connettività è insufficiente, gli spazi intorno al letto sono inadeguati.
  4. L’adattamento domestico va fatto prima che arrivi la fragilità, non come risposta a una crisi. Un approccio preventivo, sostenuto da incentivi fiscali analoghi ai bonus energetici, potrebbe cambiare la logica degli interventi.
  5. AGE-IT ha prodotto linee guida e un software per simulare e stimare economicamente le alternative di adattamento di un appartamento, applicabili anche a edifici molto diversi tra loro.
  6. Si sta costituendo un Istituto Italiano sull’Invecchiamento che dovrebbe raccogliere e continuare il lavoro avviato. Il nodo, come sempre, sono i finanziamenti.

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