Non tutti i dazi vengono per nuocere?

Non tutti i dazi vengono per nuocere?

di Laura Morelli
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Laura Morelli

Perché ne stiamo parlando
I dazi sui farmaci ci mettono di fronte a un rischio concreto di disastro per la filiera dal punto di vista economico e sociale, ma possono anche fungere da sveglia per il settore, chiamato a ripensare la filiera.

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I dazi. Per anni i prodotti farmaceutici erano stati esclusi dalle guerre commerciali, considerata la loro rilevanza sociale e il rischio diretto per la salute pubblica. Con il ritorno di Donald Trump nel ruolo di presidente degli Stati Uniti, questa eccezione è caduta. O perlomeno tale è la minaccia del “tycoon”, che ha paventato tariffe all’ingresso fino al 30% sulle importazioni di farmaci e dispositivi medici da Europa e altre regioni, con un conseguente aumento dei prezzi per imprese e cittadini statunitensi.

Sì, perché a pagare, è bene chiarirlo, non saranno solo le imprese europee o italiane, ma gli importatori USA: l’intento di Trump è favorire la produzione di farmaci e macchinari sul suolo nordamericano.

Per il nostro Paese il rischio di un rallentamento – con ricadute che possono arrivare ai posti di lavoro – è elevato: in Italia la farmaceutica produce beni per circa 56 miliardi di euro l’anno, di cui il 96% destinato all’export. Negli Stati Uniti finiscono quasi 11 miliardi di euro di farmaci italiani annui, con l’Italia tra i leader UE insieme a Germania e Francia.

Secondo le stime di Farmindustria e CGA Mestre, una tariffa aggiuntiva del 25-30% potrebbe comportare una “stangata” di oltre 4 miliardi di euro, arrivando a 2,5 miliardi di oneri diretti per le società italiane in caso di dazi reciproci. Inoltre, un aumento generale dei costi dazi potrebbe innescare una reazione a catena su tutta la filiera della salute, con un incremento probabilmente inevitabile sui prezzi finali dei medicinali e possibili rincari a carico di pazienti, autorità sanitarie pubbliche e assicurazioni.

Nel frattempo, le imprese di tutto il mondo stanno già annunciando ulteriori investimenti negli USA (che, va detto, sono sempre stati oggetto di investimenti da parte delle grandi multinazionali) per almeno 316 miliardi di euro – una delle ultime è stata AstraZeneca, ma anche Novartis, Roche e Sanofi, per citarne qualcuna.

Le minacce di Trump hanno però un effetto diciamo positivo: hanno reso evidente la vulnerabilità del settore farmaceutico a livello globale. Negli USA, ad esempio, stando a diverse ricerche, il 40% dei farmaci generici ha solo uno o due fornitori che producono i rispettivi ingredienti, rendendo le catene produttive estremamente fragili ed esposte a shock. L’Europa – e l’Italia – dall’altro lato si sono dimostrate estremamente dipendenti dagli USA per l’esportazione, un po’ come accadeva al contrario con l’import di gas dalla Russia prima dell’inizio della guerra in Ucraina.

Diventa centrale dunque, sia se effettivamente questi dazi saranno introdotti o meno, sfruttare il momento di certezza e ripensare l’intera filiera in ottica di maggiore sostenibilità economica. Come? Ad esempio, le imprese potrebbero diversificare i mercati internazionali puntando maggiormente su Asia, Africa, America Latina o altri paesi extra-UE meno soggetti a barriere doganali e allo stesso tempo rivedere la supply chain, privilegiando fornitori o materie prime meno esposte a tariffe o scegliendo partner produttivi più integrati localmente. Infine, si potrebbe portare parte della ricerca in Italia e in Europa, in ottica non solo di emancipazione dagli USA ma sempre di distribuzione delle energie lungo tutta (veramente tutta) la filiera.

Insomma, i dazi sui farmaci ci mettono di fronte a un rischio concreto di disastro per la filiera dal punto di vista economico e sociale, ma possono anche fungere da sveglia per il settore, chiamato a ripensare alcune logiche in un mondo in continua e rapida evoluzione.

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