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Siamo alla fine del 1800, precisamente nel 1883, a Torino, quando una sentenza della Corte d’appello dichiara illegittima l’iscrizione di Lidia Poët, prima donna in Italia a laurearsi in Giurisprudenza, all’Albo degli avvocati. Per quale motivo? Perché è donna, in un tempo in cui le donne si occupavano “esclusivamente di trine all’ago e di budini di riso” (dice la stessa Lidia) e anzi un’eventuale loro presenza in tribunale – come espresse successivamente un’altra corte – era da scongiurare per non “distrarre” i colleghi uomini.
Sono passati più di 150 anni e per fortuna oggi le donne che praticano la professione di avvocato ci sono, così come tante di loro hanno smesso di rammendare – o perlomeno di fare solo quello – e sono entrate nel mondo del lavoro contribuendo alla crescita generale.
Però il pregiudizio sulla donna “che lavora” e che “fa carriera”, da qualche parte nel retropensiero dominante, resta. Lo osserviamo leggendo le notizie che arrivano dagli Stati Uniti guidati dal presidente Donald Trump, impegnato in una vera e propria “caccia alla diversity”, dove sempre più aziende che vogliono lavorare col governo federale sono costrette a cambiare nome e nascondere i programmi D&I se non direttamente a smantellarli o restringerli.
Ma lo vediamo anche nei numeri. Restiamo nella nostra Italia e guardiamo il nostro settore di riferimento e cioè la sanità: nel Servizio Sanitario Nazionale le donne rappresentano il 70% della forza lavoro ma ricoprono ruoli apicali solo nel 36% dei casi. Il divario persiste anche tra i medici, dei quali oltre la metà (55%) è donna, ma solo il 33% di loro fa carriera (Mef, Ragioneria Generale dello Stato 2022). E ancora, a livello globale, tra le aziende biotech quotate in borsa meno del 20% dei membri dei consigli di amministrazione sono donne e il numero scende drasticamente quando si considera il ceo.
Cosa giustifica questo divario nel percorso di carriera? Le ragioni sono molteplici e le conosciamo – i bias di genere ma anche la figura della donna nella società e i servizi, tra le altre cose – ma di certo fra queste non c’è il merito. Perché se fossero il merito e le competenze il metro di giudizio principale per scegliere un candidato piuttosto di un altro questo gap non ci sarebbe, non fosse altro per una questione di mera statistica (le donne sono poco più della metà della popolazione italiana, peraltro).
Le donne, dunque, contribuiscono tanto quanto i loro colleghi uomini all’innovazione e al progresso scientifico, ma faticano a ottenere il giusto riconoscimento e accesso ai ruoli decisionali per ragioni che il più delle volte non sono legate alle loro capacità o al loro percorso professionale. Questo è profondamente sbagliato ma attenzione, non lo è solo o soltanto per una questione di giustizia o di diritti civili (oggi parlarne sembra ridicolo, le priorità sono sempre altre) ma lo è banalmente e primariamente per la tenuta del sistema economico: se anche le giovani donne non entrano nel mondo del lavoro fra poco tempo non ci saranno abbastanza lavoratori in grado di far fronte alla spesa pensionistica. Senza contare poi la competitività e la crescita del nostro paese, alle quali ogni talento dovrebbe poter contribuire senza ostacoli.
Promuovere un mercato del lavoro meritocratico, che faccia emergere i talenti e quindi le innovazioni, è una delle mission di INNLIFES e in occasione della Festa della Donna abbiamo voluto dare risalto a 40 professioniste che nella loro carriera hanno saputo superare questi pregiudizi, dimostrare che il merito può essere l’unico faro e porsi come modelli di riferimento. Le 40 donne che raccontiamo in questo speciale sono scienziate, manager, investitrici, professioniste del servizio sanitario, imprenditrici e leader di associazioni. Hanno costruito carriere solide, hanno fatto crescere aziende, investito in nuove idee, guidato ospedali e organizzazioni.
Non si tratta di una battaglia ideologica o di “quote rosa”, ma di riconoscere un valore reale. E far emergere le donne già presenti nel settore significa offrire role models concreti alle nuove generazioni, incoraggiando più giovani talenti femminili a intraprendere carriere nel mondo delle scienze della vita senza sentirsi fuori posto o tagliate fuori dai percorsi di crescita.
La meritocrazia non può prescindere dall’opportunità e oggi le opportunità non sono ancora uguali per tutti. Questo speciale vuole essere un contributo concreto per cambiare la narrazione, per mostrare che le donne nel settore esistono, brillano e possono diventare ispirazione per molte altre.
Se vogliamo davvero che il futuro delle Life Sciences sia guidato dalle migliori menti, dobbiamo assicurarci che nessuna di esse venga lasciata indietro. A prescindere dal cromosoma con cui sono nate.
Scaricalo qui: SPECIAL_ISSUE_8_marzo.pdf


